Da sinistra, il direttore creativo Michele De Lucchi, la direttrice generale Carla Morogallo,la vicepresidente Maria Porro, il presidente Vincenzo Trione, i curatori Manuela Lucà-
Dazio e Andrea Viliani (foto Gianluca Di Ioia - GDI STUDIO)
Vincenzo Trione: “La Triennale è un crocevia di saperi”
“Non vogliamo una fabbrica di eventi”, spiega il nuovo presidente, “ma fare parlare di architettura e design con arte, cinema, teatro e musica”
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Triennale Milano, concepita al suo nascere come il terzo vertice del triangolo delle grandi manifestazioni artistiche italiane, insieme alla Biennale di Venezia e alla Quadriennale di Roma, ha in parte rispettato il suo ruolo di Palazzo dell’Arte, dall’altro ha dichiarato, per di più in una città come Milano, la centralità di discipline come design e architettura. E nel futuro? «Fin dalla sua fondazione come Palazzo dell’Arte, la Triennale è sempre stata pensata come un’istituzione fondata sull’interdisciplinarità. Quello che io proverò a fare è coniugare identità e alterità. Da un lato quindi, il ruolo decisivo di design e architettura italiana e internazionale rimane, pur all’interno di un ripensamento del Museo del Design affidato a Michele De Lucchi, ma altrettanto importante sarà la capacità di porle in dialogo, in risonanza con le altre discipline: dall’arte contemporanea al cinema, dal teatro alla musica. Il mio obiettivo è quello di creare un nesso sempre più forte con le altre programmazioni rispettando quello che una volta Gillo Dorfless disse della Triennale: «Lo spazio della coscienza progettuale del XX e XXI secolo». Io ho insegnato per anni alla Facoltà di architettura e credo che l’architettura sia uno degli ambiti più naturalmente vocati al confronto. È una disciplina di per sé intermediale come è intermediale il nostro tempo che ci obbliga in un certo senso a non ragionare più per compartimenti isolati».
La sede di Triennale Milano, al Parco Sempione di Milano, ospita mostre di arte, design, architettura e spettacoli di musica e teatro (foto Matteo Pasin)
Al centro della nuova strategia c’è l’attività del Centro Studi di Triennale, che avrà il compito di individuare sia il tema dell’Esposizione Internazionale del 2028, che i temi interdisciplinari annuali e le attività di ricerca. In un certo senso, sarà il “cervello” della Triennale con tanto di advisory board di cui faranno parte intellettuali più diversi come la scrittrice Melania Mazzucco, il geografo Franco Farinelli, la sociologa Nathalie Heinich, il fisico Carlo Rovelli, il teologo e filosofo Padre Benanti e il saggista Giuliano da Empoli. «Personalmente sono convinto che le istituzioni culturali non possano avere un senso se non sono anche dei luoghi di pensiero, o, per dirla con De Chirico, delle “macchine del pensiero”. L’idea è proprio quella di dare centralità a un organismo storico come il Centro Studi istituito da Giuseppe Pagano nel 1935, e che, nonostante la vita accidentata, aveva poi intercettato figure come Vico Magistretti e Aldo Rossi che hanno diretto alcune sezioni delle successive Triennali. Ripartire dall’intuizione di Pagano, significa quindi immaginare il Centro Studi come l’anima progettuale della Triennale, un’anima capace di costruire episodi coerenti tra loro, aiutando a uscire dall’ottica dell’“eventificio”, che poi è il rischio che corrono molte istituzioni oggi. Mi piacerebbe invece che Triennale si pensasse come un grande e unico racconto che ogni anno muove da una domanda decisiva, che sapremo a novembre, a cui le mostre danno idealmente possibili risposte».
Come storico dell’arte, si è occupato spesso del rapporto tra il potenziale trasformativo dell’arte e i sistemi di potere, dal mercato alle condizioni geopolitiche. Il tema del “collasso creativo” in un’epoca in cui prevale il profitto è oggi centrale. Lei pensa che Triennale possa avere un ruolo in questo? «Tutto dipende sempre dal modo in cui concepiamo l’istituzione. Io cerco di parlarne come di un’infrastruttura culturale fiera della propria indipendenza rispetto al mercato. Certo, con il grande sistema dell’imprenditorialità milanese e italiana dialogheremo, e infatti potenzieremo il Patron Program e creeremo un Board of Trustees su modello dei musei internazionali – e saremo gli unici in Italia ad averlo – per avere un supporto più stretto allo sviluppo... Conservare una meravigliosa elasticità però è fondamentale per provare a intercettare quello che sta succedendo nel nostro tempo e concepire Triennale come un’officina del nuovo, uno spazio aperto e accogliente per giovani creativi, per i quali ci siamo inventati una sorta di hub aperto fino a tarda notte ispirato ai Friday Late del Victoria and Albert Museum di Londra. Diventare un luogo che dà spazio all’intuizione, alle figure emergenti, anche attraverso il magazine on line di Triennale, aprirsi a figure e studiosi che si muovono in tutti i campi del sapere, è un modo per alimentare creatività e progettualità».
Nel nuovo assetto c’è per la prima volta il ruolo di direttore creativo, Michele De Lucchi, che sarà anche responsabile del Museo del Design Italiano di Triennale. Qualche anticipazione? «La figura nuova del direttore creativo rimanda a Gio Ponti e cerca di valorizzare sia la linea editoriale che i tanti spazi interstiziali. Dopo l’eccellente lavoro di riordino fatto da Marco Sammicheli, che diventerà il Design Week Exhibition Program Lead, De Lucchi, ultimo erede di una grande tradizione, con una grande credibilità interazionale, ha il compito di ripensarlo. Sarà pronto per il prossimo Salone del Mobile».
In molte interviste lei ha espresso una posizione molto severa nei confronti della figura del curatore. Perché? È una figura che per Triennale non prevede? «In Triennale sono previsti sia la curatrice architettura, Manuela Lucà-Dazio, che quello per l’arte contemporanea, Andrea Viliani. Entrambi fanno parte del comitato scientifico e il loro ruolo, quindi, sarà quello di dare un contributo all’ideazione del palinsesto, non certo di curare tutte le mostre. Ed è vero che io sono diffidente nei confronti di questa figura oramai senza alcuna capacità critica, che in un certo senso “fa tutto” e quindi “non fa nulla”...». Mentre Chiara Spangaro si occuperà del coordinamento scientifico dell’Archivio di Triennale... «Spangaro è tra le poche figure che ha una conoscenza specifica di archivi di architettura e design avendo lavorato su quello Aldo Rossi. Ma la nostra idea di archivio non è conservativa bensì funzionale alla riattivazione di un patrimonio e alla sua valorizzare attraverso il digitale. Non a caso Stefano Boeri l’aveva posto nello spazio Cuore all’ingresso del Palazzo dell’Arte inaugurato a febbraio 2024. Uno spazio in cui confluiranno le attività di alta formazione, e avviato un percorso specialistico dedicato alla curatela, agli allestimenti, alla comunicazione culturale insieme a un Triennale PhD Program». Veniamo alle novità dell’autunno. Il public program includerà le Lezioni Milanesi, un ciclo di lectures ispirate alle Norton Lecture dell’Università di Harvard che coinvolgerà ogni anno una figura centrale del dibattito culturale contemporaneo italiano e internazionale, e la rassegna Work in Progress propedeutica alla 25ª Esposizione Internazionale del 2028 con protagonisti del mondo di arti, cinema e letteratura. Ci può dare qualche anticipazione? «Il primo appuntamento per avvicinarci all’Esposizione Universale sarà il 9 settembre con il regista Werner Herzog che terrà una lezione sull’idea di verità. Poi ci saranno Vincenzo Latronico durante Book City, e Jasmine Reza con Roberto Andò il 5 novembre, quindi l’esperta di politica e geopolitica della tecnologia franco-tunisina Asma Mhalla, che ha appena pubblicato per Einaudi Resistere ai tempi oscuri. Il nuovo sistema totalitario (2026), con un incontro per studenti e ricercatori il 3 dicembre e una lecture il 4. La prima Lezione milanese sarà presumibilmente nell’autunno del 2027: non abbiamo ancora scelto la figura che starà in Triennale per 4/5 giorni, ma da questa lezione aperta tutti seguita da un seminario a porte chiuse con esperti, nascerà un libro».