(fotogramma)

Senza rete

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Qualche anno fa, ufficio milanese di pregio, compagnia di un certo livello. Siamo ai primi passi di un’avventura che andrà a finire in niente. Trattandosi della creazione di un sito, faccio la domanda più ovvia: “Ma il dominio .it l’abbiamo preso?”. Il susseguente giro di sguardi è un apostrofo marrone tra le parole “siamo” e “fottuti”. Morale: ci inventiamo un altro nome che avrà altrettanto insuccesso. Amen. Ora prendete questa storiella e applicatela alla nuova ministra per l’innovazione. L’indirizzo stavolta è made.it. Siccome “it” in inglese è un pronome, era molto possibile che fosse già registrato, dacché si abbina a un botto di indirizzi commerciali. Un po’ come i domini .tv delle Isole Tuvalu, che curiosamente piacciono alle televisioni, le quali se li contendono sborsando cifre importanti. Ma la ministra ha ugualmente annunciato il varo, di made.it, senza verificare se quell’indirizzo appartenesse a qualcuno. Naturalmente, come ha scoperto subito dopo Fabio Pietrosanti del Centro Hermes, la risposta è un grande sì: l’ha registrato anni fa un signore ungherese. Ed è difficile che, per cederlo, si accontenti del reddito di cittadinanza.