La parola di oggi è “opinabile” ed è responsabile della catastrofe in cui ci stiamo lanciando. A marzo, invece, era “oggettivo”. Si moriva come mosche. L’ottimismo di Sinistra (lo spritz di Zingaretti, le cene di Gori, quelli come il sottoscritto che fiaccolavano per i cinesi) e il complottismo di Destra (noncielodicono, aprite tutto, insomma Salvini e Meloni) avevano ben presto lasciato il campo al conteggio dei feretri che ci aveva costretto a farci popolo. Passata la “festa”, la politica è tornata a inseguire il voto spicciolo, peraltro con esiti modesti nei sondaggi. Ma pervasivi nelle menti. Sono arrivati i virologi “di area” che denunciavano il terrorismo mediatico. I social e i giornali satirici, sempre di area, hanno spalato letame a vanvera. Il Governo ha mostrato la propria inadeguatezza di fronte a qualunque ipotesi che non fosse il “chiudi tutto”, e soprattutto si è messo a decidere come in tempo “di pace”: un contentino qua, un allentamento della tensione là. Impreparazione, positività all’annuncio facile, eloquio inutilmente barocco (l’altro giorno alla Camera Conte trascorreva minuti a non dir niente) hanno fatto il resto. Così, il virus è diventato opinabile. Ci siamo divisi. Dunque, stiamo perdendo.