La libertà come antidoto alla violenza

La libertà come antidoto alla violenza
(fotogramma)

Gran parte delle aggressioni verso le donne sono opera di mariti/amanti/fidanzati che impazziscono quando si accorgono di non poter più contare sulla detenzione forzata, sugli obblighi familiari garantiti dallo stillicidio di denaro, su una sottomissione psicologica. Sulla mancanza di libertà

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Ci siamo dimenticati della libertà. In “Io, noi e Gaber”, il documentario diretto da Riccardo Milani, Giorgio Gaber e Sandro Luporini si dispiacciono per il verso “libertà è partecipazione”, che secondo loro non è esatto, è un po’ sfuocato. Ma dal momento che non ci veniva in mente niente di meglio, abbiamo scelto quello perché comunque suonava bene, conclude Gaber. Libertà è partecipazione, a me era sempre sembrato perfetto. Il 1972 e due film italiani, La classe operaia va in paradiso di Elio Petri e Il caso Mattei di Francesco Rosi, vincono ex aequo il festival del cinema di Cannes.

Giorgio Gaber

Giorgio Gaber

 

Lo stesso anno Vittorio de Sica riceve il suo quarto Oscar con Il giardino dei Finzi Contini tratto dal romanzo di Giorgio Bassani. In libreria esce La bella di Lodi di Alberto Arbasino e l’anno dopo Caro Michele di Natalia Ginzburg. La cultura italiana è in ottima forma, freme e ragiona, guarda al mondo, alla politica, alla libertà e alla partecipazione. È in questo tempo, in questa cultura che le donne hanno liberato i loro corpi da certi abiti e certe inibizioni, combattuto per lavorare e ottenere libertà economica, ottenuto la legge sul divorzio e lavorato a quella sull’aborto. Indossano le mini gonne, ballato, prendono la pillola, esco da sole e fanno l’amore ognuna come le va.

Quasi tutte queste cose comportano conseguenze, alcune anche fastidiose, ma ne valeva la pena. L’ambizione era quella di essere libere, libere come un uomo. Ma poi le cose sono cambiate, e la libertà se la sono presa altri che ne hanno fatto spregio. Inizia l’epoca della casa delle libertà, “fatece largo che passamo noi”, via lacci e lacciuoli che ostacolano la nostra corsa verso il potere o anche verso il ristorante di pesce.

Alcuni giorni fa su questo giornale il direttore parlava di nazione, e di patria, con Corrado Augias e Marco Minniti. Di come fosse necessario risemantizzare certe parole che sono state arruolate a significare cose che non significano affatto. Parole che sono state messe sull’attenti, che hanno assunto un tono minaccioso.

Se posso scegliere, io vorrei occuparmi della parola libertà. Me la andrei volentieri a riprendere di là dal fossato, come i palloni del signor Kurz, nel racconto di Michele Mari (leggetelo, sta in un raccolta intitolata Euridice aveva un cane). Donna, vita, libertà, gridano gli studenti in Iran. C’è un tempo per rifinire, per dare ragione a chiunque, un tempo in cui scervellarsi per non scontentare nessuno. Per andare a frugare nel passato e tirare fuori gli scheletri così da poterli redarguire per la loro scorrettezza. E c’è un tempo per tornare a gridare senza esitazioni Viva la libertà, con tutti i rischi che questo comporta.

Perché se vogliamo difendere le donne dalla violenza dobbiamo tornare lì, dove le abbiamo lasciate, in quello che allora chiamavamo percorso di emancipazione. Lì dove sono diventate più vulnerabili, perché la metamorfosi non era conclusa e perché intorno avevano e hanno troppi nemici. Una donna libera è un problema perché non è ricattabile, direbbe qualcuno. Per alcuni maschi è addirittura un pericolo, libera i fantasmi, scatena la violenza. Gran parte delle aggressioni verso le donne sono opera di mariti/amanti/fidanzati che impazziscono quando si accorgono di non poter più contare sulla detenzione forzata, sugli obblighi familiari garantiti dallo stillicidio di denaro (troppe donne non lavorano, non guadagnano o non guadagnano abbastanza), su una sottomissione psicologica.

Ma tante donne libere smettono di essere un problema, diventano la normalità, una condizione. Le leggi servono, ma non è riempiendo le carceri che cambiano davvero le cose. Le cose cambiano lì dove c’è partecipazione, dove si diventa un movimento, una democrazia. Le cose cambiano quando tutte le donne, e gli uomini, si alzano in piedi per gridare Viva la libertà. Abbiamo lasciato sole quelle donne, che con fatica si erano appena alzate e avevano detto basta, basta alla violenza domestica, basta a una sessualità senza gioia, basta a una gestione dei figli immaginata come una catena che le legava al ceppo domestico. Le abbiamo lasciate in balìa della retorica conservatrice. E se pensate che la retorica sia fuffa e non ottenga nessun risultato guardate cosa sta succedendo in questi giorni.

Da una parte la maternità benedetta, i figli alla patria e quant’altro, dall’altra la maternità alibi per rubare impunemente. La gravidanza santa e quella puttana, dipende di chi è il grembo. E questo racconto è così pervicace e subdolo che ognuno di noi ormai quando vede una ragazza incinta sorride, ma se è rom mette la mano a proteggere il portafogli. Dobbiamo diventare così brave da costruire un immaginario diverso, opposto, laico. Se vogliamo aiutare le madri dobbiamo smetterla con le beatificazioni e chiedere invece asili nido e tutto ciò che serve perché mettere al mondo un figlio sia un gesto compiuto da una donna ma condiviso dalla società, supportato, incentivato con aiuti reali e non retorica.

Questa è libertà, questa è democrazia e questo è anche il vero antidoto alla violenza contro le donne. Perché la libertà è partecipazione, ma partecipazione di tutti. Più le donne restano fuori, confinate nell’alveo di famiglie morbose, di legami dannosi e malati, più sono fragile e vulnerabili. Facciamo che il miglior antidoto alla violenza torni a essere la libertà.

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