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La sfida per noi maschi

(cge)
Basta considerarci condannati dal Dna. È tempo di pensare una maschietà gentile
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I maschi non esistono, le femmine non esistono. Esistono le persone.

So che questo incipit, volutamente categorico, è passibile di molte obiezioni, quasi tutte giuste, e giustissima quella che ci rimanda alla disparità di genere come a uno scandalo oggettivo e perdurante, misurabile in potere, soldi, libertà, autonomia. Scandalo di genere — appunto — e non di una semplice somma di destini individuali.

Però succede questo: che ad ogni atto di guerra di un maschio contro una femmina, nella discussione pubblica e nell’umore collettivo si radicalizzano daccapo questi due ruoli. (Come sempre accade in caso di guerra, la prima a uscire di scena è la dialettica). Sull’onda delle emozioni — in questi giorni fortissime — l’umanità torna a essere, sia pure nello scenario astratto del dibattito, drasticamente binaria, Maschi e Femmine, Lui e Lei, Noi e Loro, come se niente fosse accaduto nell’ultimo mezzo secolo proprio nella direzione opposta: contraddire i ruoli, ridiscuterli, opporsi …

I maschi non esistono, le femmine non esistono. Esistono le persone.

So che questo incipit, volutamente categorico, è passibile di molte obiezioni, quasi tutte giuste, e giustissima quella che ci rimanda alla disparità di genere come a uno scandalo oggettivo e perdurante, misurabile in potere, soldi, libertà, autonomia. Scandalo di genere — appunto — e non di una semplice somma di destini individuali.

Però succede questo: che ad ogni atto di guerra di un maschio contro una femmina, nella discussione pubblica e nell’umore collettivo si radicalizzano daccapo questi due ruoli. (Come sempre accade in caso di guerra, la prima a uscire di scena è la dialettica). Sull’onda delle emozioni — in questi giorni fortissime — l’umanità torna a essere, sia pure nello scenario astratto del dibattito, drasticamente binaria, Maschi e Femmine, Lui e Lei, Noi e Loro, come se niente fosse accaduto nell’ultimo mezzo secolo proprio nella direzione opposta: contraddire i ruoli, ridiscuterli, opporsi alla loro ossificata convenzionalità, sfumare quel confine che fino a due o tre generazioni fa era implacabile e indiscusso.

Tra le nostre madri e nonne, i nostri padri e nonni, e la percezione che moltissimi degli occidentali viventi hanno del concetto di “maschio” e di quello di “femmina”, la differenza è notevolissima. Considero sbagliato e inutile riavvolgere quel lungo tappeto come se nessuno lo avesse mai percorso, e riparlare di “maschi” e di “femmine” come se fossimo di fronte all’eterna ripetizione di un ruolo assegnato una volta per sempre. Non storico; ma innato e fisiologico, così come piace pensare che sia ai reazionari di ogni epoca. Per loro dire “maschio” e dire “femmina” è una definizione scontata; e discuterne è una forma di sovversione, se non di perversione.

Ma quel ruolo NON è assegnato una volta per sempre. Ovviamente c’è una evidenza anatomica che separa fin dalla nascita i due generi. Nascere con un corpo che produce spermatozoi o con un corpo che produce ovuli determina molto di ciò che si è come persona fisica, e in parte anche come complessione psicologica. Ma tutto il resto è determinato dal tipo di società, dalla cultura, dalle condizioni politiche, dalla famiglia nella quale cresci, dalle esperienze individuali, dalle storie psichiche di ciascuna e di ciascuno, dall’arbitrio personale e dalle altre infinite variabili della vita. Ripeto: infinite.

Non scrivo queste righe per diluire nell’indeterminatezza lo specifico scandalo della violenza maschile, che rappresenta la quasi totalità della violenza fisica esercitata sul pianeta — non solo contro le donne, anche contro i bambini, contro il “nemico”, contro altri maschi, contro gli animali e contro la natura. Ma è tutt’altro che secondario cercare di capire se questo spaventoso portato di odio, di paura e di dolore sia il frutto di una specie di vocazione genetica oppure di una “missione” comportamentale che è sì millenaria, ma è pur sempre reversibile, se non sovvertibile.

Se si ripete in tante e in tanti, e giustamente, che il patriarcato è una forma storica di rapporto familiare, riproduttivo, sociale, fondato sulla proprietà maschile del corpo femminile, allora vale la pena combatterlo — così come la discriminazione di classe, o la predazione ingorda delle risorse naturali. Ma se invece il problema è “il maschio” inteso come un predatore seriale perché così è la sua natura, e a questo lo ha condotto il suo istinto riproduttivo; allora a che cosa servirebbe parlare nelle scuole di educazione affettiva o sessuale? La sola forma di “educazione”, di fronte a una bestia in balìa dei propri istinti, incorreggibile, irredimibile, sarebbe la castrazione; oppure una riedizione politicamente corretta del vecchio senso di colpa che è stato l’architrave della disciplina patriarcale e teocratica. Dire ai ragazzi “cambia”, “ragiona”, “impara a metterti in discussione”, oppure dire loro “pèntiti”, o “vergognati”, non è la stessa cosa.

Posto che il problema della violenza maschile è evidentemente dei maschi, e posto che è stato il lavoro culturale e politico delle donne, lungo i decenni, a rimettere in discussione l’intera partita, a far traballare i ruoli e a far cadere le maschere, la domanda che dobbiamo porci adesso è se continuare, noi maschi, a considerarci condannati dal Dna, oppure provare a riformulare la “maschietà” (mascolinità non mi piace) in forme nuove, più civili e più gentili.

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