Capita, talune volte, di sentirsi onnipotenti. È un delirio arrogante ma di innegabile soddisfazione. Immagino lo provino i chirurghi durante un intervento salva vita, i giardinieri di fronte al tripudio dei loro fiori, i piloti al primo volo. Sarebbe bello lo sperimentassero tutti, perché migliora l’autostima e riempie il cuore. Io, quella vertigine, la provo al cospetto della lievitazione della chiffon cake. Trattasi, allo sguardo dei profani, di un ciambellone soffice e aereo, di altezza, talvolta smisurata, direttamente proporzionale all’abilità e alla fortuna dell’artefice.
La lievitazione, in generale, è un processo commovente. La magia di un blob di acqua e farina che cresce e si trasforma in pane è un’avventura esaltante, qualsiasi sia l’agente - chimico o naturale - che la innesca. Il lievito madre è una religione e i suoi adepti una setta devota. Estrarre dal forno di casa il proprio pane o la propria focaccia è una forma di ascesi che, come lo yoga, ci restituisce la migliore versione di noi stessi. Tuttavia, nella mia personale classifica di estasi, se la produzione di una pagnotta equivale a un giro sul brucomela alla giostra sotto casa, la creazione di una chiffon cake è un giro sul Kingda Ka, l’ottovolante più alto del mondo a Jackson, New Jersey. La chiffon cake, che, guarda caso, è stata inventata dagli americani, popolo iperbolico con tendenze megalomani, è un viaggio da intraprendere con consapevolezza. Richiede ingredienti familiari - farina, zucchero, uova, olio vegetale, scorza di limone, sale, lievito - con l’aggiunta del cremor tartaro, capace di parlare con gli albumi e convincerli a montarsi senza cedimenti. Richiede inoltre un apposito stampo che sembra uscito dalla Casa nella prateria.
Ma soprattutto la chiffon cake ha bisogno di concentrazione e di lentezza. La sua preparazione deve avvenire nel silenzio. È una cerimonia laica e solitaria, un’occasione per non pensare ad altro che a misurare, dosare, montare, mischiare. La chiffon cake vuole presenza e ascolto, come la meditazione. Chi si distrae o si disunisce è destinato al fallimento.
Ma non basta. Perché, una volta setacciati gli ingredienti in polvere, ottenuto un impasto giallo, unita con cautela la neve degli albumi e versato il composto nello stampo della serie tv vintage ambientata in Minnesota alla fine dell’800, inizia la sfida a 150 gradi statici. Si alzerà? Fino a che livello? Verrà bella come l’avevo immaginata? Perché il vetro del forno è sempre così sudicio?
Quando la chiffon cake, cresciuta come un grattacielo, è pronta e noi abbiamo raggiunto il nirvana dell’onnipotenza, bisogna girare lo stampo e lasciarla sospesa a testa in giù, finché deciderà di staccarsi da sola, libera, come creatura senziente. «Allora? Com’è?». «Mah… È un ciambellone. Forse sarà migliore inzuppato nel latte domattina a colazione». Perché in effetti non è il dolce più buono della storia dei dolci. Ma resta sublime. Perché l’importante è il viaggio non la meta, o il ciambellone finale. La chiffon cake ci dà quindi una lezione che, in vacanza, è ancora più preziosa.