I pizzoccheri di Eritreo
di Claudia de LilloLo avevamo ribattezzato Eritreo Cazzulati, in omaggio al capo dei vecchietti delle vignette di Enzo Lunari. Aveva quasi 90 anni, abitava al piano di sopra e, come il suo omologo a fumetti, era segaligno, bizzoso e ostile. Viveva con la moglie malata - Eritrea per amor di semplificazione - che aveva ascendenze austriache, un’eleganza impeccabile e un glaciale sguardo in tralice. I signori Cazzulati non avevano figli né parenti prossimi ma sembravano bastarsi. Non lasciavano molto spazio alla cordialità e, talvolta, nemmeno al buon vicinato.
Poi arrivò la pandemia. «Aiutate le persone fragili» aveva ordinato il sindaco alla tv. Io avevo guardato il soffitto verso l’inespugnabile bolla domestica dei due anziani e il pensiero della loro solitudine si era fatto ossessione. Poi l’ossessione virò in urgenza e, bardata come un palombaro, salii i 20 scalini che separavano i nostri appartamenti e bussai alla loro porta. E ribussai. E ribussai ancora. «Chi l’è?» ruggì finalmente Eritreo. Fornii …
Lo avevamo ribattezzato Eritreo Cazzulati, in omaggio al capo dei vecchietti delle vignette di Enzo Lunari. Aveva quasi 90 anni, abitava al piano di sopra e, come il suo omologo a fumetti, era segaligno, bizzoso e ostile. Viveva con la moglie malata - Eritrea per amor di semplificazione - che aveva ascendenze austriache, un’eleganza impeccabile e un glaciale sguardo in tralice. I signori Cazzulati non avevano figli né parenti prossimi ma sembravano bastarsi. Non lasciavano molto spazio alla cordialità e, talvolta, nemmeno al buon vicinato.
Poi arrivò la pandemia. «Aiutate le persone fragili» aveva ordinato il sindaco alla tv. Io avevo guardato il soffitto verso l’inespugnabile bolla domestica dei due anziani e il pensiero della loro solitudine si era fatto ossessione. Poi l’ossessione virò in urgenza e, bardata come un palombaro, salii i 20 scalini che separavano i nostri appartamenti e bussai alla loro porta. E ribussai. E ribussai ancora. «Chi l’è?» ruggì finalmente Eritreo. Fornii le mie credenziali. «Se ta vöret?», cosa vuoi?, grugnì attraverso uno spiraglio della porta da cui facevano capolino un sopracciglio irsuto e un nasone. Fu lapidario: lui e sua moglie stavano benissimo e non avevano bisogno di niente. Tornai a casa e, per sfogarmi, mi dedicai all’unica occupazione contemplata, oltre alla panificazione, in quei giorni claustrofobici: la produzione di biscotti al cioccolato. Ne misi qualcuno su un piatto e, con la tenacia di chi deve compiere una missione o navigare in una marmellata di giornate tutte identiche, scalai di nuovo la mia personale montagna. Attraverso lo spioncino intravidi il grigiore liquido dell’occhio sinistro di Eritreo. Aprì quel tanto che bastava a introdurre il piatto che afferrò con la sua mano ossuta e un mugugno che presi per un grazie.
Avviammo una sottintesa consuetudine: ogni giorno, alle sei del pomeriggio, passavo a ritirare il piatto del giorno prima, che lui restituiva lindo, e gliene consegnavo uno pieno: focaccia, torta, polpette al sugo, purè di patate, zucchine trifolate. Dopo i primi muti scambi, lui mi informò che sua moglie «gradiva molto i biscotti al cioccolato e anche la focaccia. Meno le zucchine». «E lei, Eritreo, cosa gradisce?» azzardai. Fece spallucce. Capii chi comandava a casa Cazzulati. Presi coraggio: «Cucino comunque tutti i giorni per i miei figli. Non mi costerebbe nulla farlo anche per voi». Lui aveva l’aria stanca. Acconsentì, forse per sfinimento. Una sera mi presentai al solito orario a mani vuote. Gli spiegai che ero un po’ in ritardo per la cena perché stavamo preparando i panzerotti». Si illuminò. Succedeva di rado. «L’Eritrea e io li adoriamo! Andavamo sempre in Valtellina a mangiarli!». Poi si girò verso di lei, che se ne stava sul divano, il plaid sulle gambe, felice come un bambino. La delusione, quando spiegai che non si trattava di pizzoccheri, fu terribile per entrambi.