Contro il virus dell’intolleranza

Contro il virus dell’intolleranza
Senza la facoltà di tollerare ciò che non si condivide la convivenza risulta impossibile. L’urto degli altri è sostenibile solo sopportandolo. A non valicare certi limiti ci aiuta la legge. Nel dibattito intellettuale e politico per fortuna gli scontri non sono fisici. E la gestione è affidata soprattutto al nostro arbitrio

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Convivenza e tolleranza non sono proprio sinonimi, ma quasi. La seconda è l’ingrediente fondamentale della prima: senza tolleranza, non è possibile la convivenza. L’urto degli altri (perché spesso gli altri sono urtanti) è sostenibile solo sopportandolo - almeno entro certi limiti.

A non valicare questi limiti ci aiuta, in qualche misura, la legge. Nel dibattito culturale, politico e giornalistico fortunatamente gli urti, di norma, non sono fisici, e i reati di diffamazione, calunnia, oltraggio e simili sono un calmiere abbastanza efficace e abbastanza condiviso. Ma le norme di legge, da sole, non possono risolvere il problema. Una parte rilevante della convivenza è affidata alla nostra gestione. Al nostro arbitrio, alle nostre qualità, alla nostra educazione, alle nostre facoltà. Due facoltà in particolare: quanto riusciamo a mettere in campo nella comprensione di quello che gli altri dicono e scrivono; e quanto riusciamo a tollerare delle loro parole nel caso che queste parole urtino la nostra sensibilità.

La prima facoltà (comprensione di quello che gli altri dicono e scrivono) non è comune quanto si potrebbe sperare, e forse pretendere, in una società alfabetizzata da parecchie generazioni come la nostra. È molto frequente – parlo per esperienza diretta – essere presi di petto non per quanto si è scritto, ma per quanto ha capito, o meglio non ha capito, o peggio ha preferito non capire, colui che ha letto. Anche in tempi recentissimi mi è capitato, di fronte a un paio di attacchi su giornali di destra, di pensare che l’estensore dell’articolo avrebbe avuto bisogno di qualcuno che gli spiegasse il mio testo. Ho pensato, per dirla facile: “questa persona è troppo stupida perché io possa arrabbiarmi con lui”. E a pensarci bene, non è una constatazione consolante. Descrive il deterioramento progressivo di quello che una volta si chiamava dibattito culturale, e oggi assomiglia molto spesso a una zuffa sconclusionata, che ha adottato i tempi e i modi dei social anche sui media tradizionali. Quando si dice: “non vale la pena discuterne”, significa che la discussione è di basso rango.

Di primo acchito, ognuno di noi potrebbe essere contento di avere avversari stupidi. A pensarci meglio, è molto più utile e rassicurante avere avversari ben muniti di ratio e di cultura: può capitare, addirittura, di imparare qualcosa. E soprattutto migliora la qualità del discorso collettivo: chi parla male vive male, chi parla meglio vive meglio.

La seconda facoltà (tolleranza delle parole e delle opere che non condividiamo) trascende lo scenario complessivo. Chiama direttamente in causa ogni singolo partecipante alla battaglia culturale e mediatica. Ognuno di noi ne è l’unico responsabile, spetta solamente a lui decidere se gli urti della polemica vanno messi nel conto, e affrontati con civile agonismo; o se meritano l’ira scomposta, l’uscire di matto, l’inveire contro chi ha osato calpestare la tua sensibilità o mettere in discussione il tuo ruolo e – spesso – il tuo potere.

Anche qui, viene da dire che non siamo messi bene. Il tasso di suscettibilità è alle stelle. E, duole dirlo, non è elevato solo, come previsto, nello schieramento che ha per sua esplicita matrice l’intolleranza. Sta diventando molto elevato anche tra i formalmente tolleranti. Voglio dire: che il ministro Valditara si offenda e cerchi di ridurre al silenzio chi lo osteggia, e che questo governo (con eccezioni non abbastanza evidenti) nel suo complesso dimostri una rumorosa intolleranza nei confronti delle opposizioni, non è poi così rilevante. Anzi, è quasi scontato. La schietta componente neofascista dell’attuale maggioranza, per prima la signora presidente del Consiglio, non può che portare all’odio del contraddittorio in quanto tale. Il contraddittorio, da quelle parti, è inconcepibile. Mai praticato e impraticabile. Chi dissente, chi non è dei tuoi, è nemico della Patria, punto e basta.

Colpisce e dispiace, piuttosto che il virus dell’intolleranza attecchisca anche nel campo dei conclamati difensori dei diritti e della libertà. Diversi casi recenti di ostracismo – ma se ne discute ormai da qualche anno – dimostrano che l’ostilità verso questo o quell’artista, questo o quell’intellettuale, sovente sfocia in una vera e propria richiesta di esilio, e di cancellazione della sua opera. Vale per casi molto diversi (Valerio/Caffo, Ultimo tango a Parigi, il trapper Tony Effe) ma tenuti insieme dalla sostanziale incapacità di distinguere tra una ostilità anche fortemente motivata e l’atto censorio nel quale sfocia.

Come aggravante di questo neopuritanesimo culturale (si mettono metaforicamente le mutande ai pianoforti, come da aneddoto di età vittoriana) aggiungo che la confusione tra errore e colpa sta facendo passi da gigante. L’errore non si espia, lo si discute e, se è il caso, si arriva a correggerlo. Non richiede pena, richiede discussione. La colpa invece si espia, e l’espiazione del colpevole sta diventando parte del bagaglio emotivo di gruppi molto intransigenti, e molto intolleranti, di “difensori dei diritti”.

In conclusione: non sono molto ottimista sulla convivenza culturale e politica, qui in Italia, nell’anno a venire. Mi sembra che le condizioni date non consentano eccessive illusioni. Volendo, può consolarci pensare che altri, molti altri, sono messi infinitamente peggio. Nella maggioranza del pianeta la libertà di parola è tutt’altro che scontata; e lo è perfino l’accesso alla parola. Se penso che in Afghanistan le bambine non possono andare a scuola, e in Iran mettono in carcere una donna che canta in pubblico, ecco che, per incanto, le nostre beghe domestiche mi sembrano pagliuzze. Forse varrebbe la pena compararle a quelle travi orrende.

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