La scrittrice che sa ascoltare i cavalli

La scrittrice che sa ascoltare i cavalli
Patrizia Carrano ha dedicato alcuni bellissimi libri, recentemente ripubblicati, ai cavalli. Storie di cui questi animali meravigliosi sono i veri protagonisti, raccontate con la penna della autrice di razza e con la passione dell’amazzone
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“Ho trascorso la mia prima infanzia a Venezia e tutti i pomeriggi andavo a giocare a San Marco, sotto i cavalli bronzei sistemati sopra le arcate della basilica. Quei quattro corsieri, che il doge Enrico Dandolo portò via dall’ippodromo di Costantinopoli all’inizio del 1200, sono stati le fate madrine della mia immaginazione. Ho passato interi pomeriggi con il naso in aria a guardarli. E poi montavo a cavalcioni del leone di marmo che è a fianco della chiesa. L’ingresso all’incanto del mondo animale si è aperto lì”. E a giudicare dalla quantità di statuine di cavalli, alcune di esotiche fogge orientali, che sono allineate, insieme a pile di libri, sul tavolo del salotto della bella casa romana della scrittrice Patrizia Carrano, si capisce che quell’incanto ha continuato ad affascinarla per tutta la vita. D’altronde, chi conosce i suoi libri e ha letto i suoi articoli sa che Patrizia Carrano è un po’ quello che prima di lei era mancato alla letteratura italiana: una vera scrittrice, che sa scrivere di cavalli.

Nonostante il nostro paese abbia un’antica e illustre (anche se, purtroppo, in patria un po’ misconosciuta) cultura equestre, sono pochi gli scrittori che hanno raccontato storie di cavalli. Non sto parlando degli appassionati che si dilettano con la scrittura (e anche di quelli, poi, non ce ne sono molti), ma di autori che intrattengano un rapporto professionale e autenticamente artistico con la parola. Pochi, anzi pochissimi. E poi, nei libri della nostra letteratura i cavalli sono quasi sempre raccontati da lontano, un po’ come se gli scrittori che ne parlano avessero paura di sporcarsi le scarpe, varcando le soglie di una scuderia. Anche i cavalli di un autore tutto intriso di cultura cavalleresca come Ariosto sono stereotipati e hanno poco della verità dell’animale.

Nei libri che Patrizia Carrano ha dedicato ai cavalli - tra i tanti che ha scritto e pubblicato con successo (il suo ultimo La bambina che mangiava i comunisti, pubblicato da Vallecchi, è già alla sesta ristampa) – sono tutt’altra cosa. Perché scritti con la penna della narratrice di razza e con la passione dell’amazzone. Basta scorrere i  sei racconti di Campo di prova, recentemente ripubblicati da More than a Horse, per cogliere come per lei i cavalli siano i veri protagonisti delle storie che il caso, o il destino, hanno tessuto loro intorno. Nella convinzione che “ogni cavallo porta dentro di sé la misteriosa e ineludibile capacità di rivelare il valore delle persone con cui ha avuto a che fare”. Lo stesso vale per Osoppo, il baio con cui, il 27 ottobre 1938, il capitano Antonio Gutierrez, stabilì un record storico, saltando due metri e quarantotto, che è protagonista del bel romanzo, L’ostacolo dei sogni, anche questo edito da More than a Horse.

Alla scrittrice e sceneggiatrice, che è stata anche a lungo giornalista per varie testate, abbiamo fatto qualche domanda intorno alla sua passione equestre.

Quando ha cominciato a montare a cavallo?

“Molto tardi, nell’estate dei miei quarant’anni. Lavoravo per Amica, il femminile del Corriere della Sera e fui mandata a Deauville per un servizio. Lì, in un piccolo maneggio, presi qualche lezione. Ero in un buio periodo della vita e scoprii che in sella evaporavano tutte le mie malinconie. Rientrata a Roma mi iscrissi a una scuola di equitazione: ero stata ormai contagiata da una amorosa malattia che non mi ha più abbandonato”.

E a scrivere, invece, quando ha cominciato?

“Ho fatto studi irregolari: niente elementari, molta solitudine. La scrittura è stata una compagnia, un’evasione. A quindici anni ho scritto un “romanzo” su una ragazza messicana che voleva fare la torera, contro il volere dell’intero paese dove abitava. Pestavo sui tasti della macchina da scrivere come un’indemoniata. Di quel tentativo adolescenziale non è rimasta traccia. A vent’anni ebbi l’occasione di entrare a Noi donne, femminile politico allora diretto da Miriam Mafai, dove cominciai a occuparmi di cinema. Dopo essermi fatta le ossa ho pubblicato un saggio sulla donna nel cinema italiano, intitolato Malafemmina. Mi sono poi divisa fra giornalismo e narrativa. Ho scritto anche delle fiction per il prime time di Raiuno. E ci ho sempre infilato dei cavalli!”

Come è nata l’idea di scrivere romanzi e racconti dedicati ai cavalli?

“Di solito si scrive di ciò che si ama o si odia. E dunque, dopo aver scritto di delitti odiosi come lo stupro, o di creature amabili, ma imperfette, come gli uomini, ho sentito urgente la necessità di raccontare i cavalli. Quando dissi alla Rizzoli che volevo scrivere la storia di un cavallo di nome Osoppo, campione di elevazione nel 1938, mi presero per matta. Ma ero una autrice molto venduta, non mi dissero di no. Così uscì la prima edizione de L’ostacolo dei sogni. Che andò benissimo. In questo modo la passione della scrittura si era saldata con quella del montare”.

I cavalli sono notoriamente soggetti difficili da fotografare. Sono anche difficili da raccontare?

“Non per me, che ho un’istintiva comprensione per le loro esigenze. Sul risultato del mio lavoro, debbono pronunciarsi gli altri. Ho cominciato a montare tardi e ho cercato di compensare la poca elasticità del mio corpo adulto con quella della mente. E dunque mi sono nutrita di molte letture. Ho anche avuto la fortuna di incontrare alcune persone di cavalli davvero straordinarie. Penso a un cavalcante della campagna romana, Ettore Scianetti, che aveva fatto la guerra a cavallo e che mi ha portato in giro nell’alto Lazio, aprendo per me lo scenario della vera equitazione di campagna. Oppure, sul fronte dell’agonismo, ad Adriano Capuzzo, a cui ho dedicato il mio libro Campo di prova: era un tecnico assoluto, dotato di una meravigliosa capacità di affabulazione. Sono stati importantissimi anche certi scabri racconti dei vecchi uomini di scuderia”.

Come mai, secondo lei, nella letteratura italiana sono pochissimi gli scrittori italiani che hanno scritto di cavalli?

“Bella domanda: se penso ai cavalli nella nostra letteratura mi viene in mente l’Ariosto, certe pagine di Vittorio Alfieri o di Federico Tozzi. Ma non altro. Nulla nel secondo Novecento. Ho l’impressione che l’arte del montare a cavallo sia stata considerata dai nostri scrittori un “sapere strumentale” a cui non porgere attenzione. E pensare che abbiamo avuto grandissimi maestri, che hanno insegnato l’equitazione a tutto il mondo. Va ricordato che in Italia non c’è tradizione del racconto animalistico che invece è presentissima in Inghilterra. Così il cavallo non ha fatto parte del nostro immaginario collettivo. E della nostra identità. Nel mio piccolo, ho cercato di contribuire a riempire un vuoto”.

Ha esordito con un libro di cinema. Lì di cavalli ce ne sono tanti. Quali sono stati, secondo lei, i film più belli che sono stati loro dedicati?

“Sembrerò incontentabile, ma un intero film sui cavalli che mi abbia davvero soddisfatto non mi viene in mente. Ho però memoria di alcune sequenze straordinarie: per esempio, in War horse di Steven Spielberg, la scena in cui il cavallo rimane impigliato nel filo spinato nella “terra di nessuno” che separa il territorio inglese da quello tedesco ha una potenza simbolica assoluta. Diciamo che attendo ancora il film di cavalli della mia vita”.

Non ha mai smesso di scrivere articoli e saggi sui cavalli, ma possiamo aspettarci un altro romanzo, o altri racconti?

“I cavalli bussano spesso alla porta della mia scrittura. E sto raccogliendo le idee per un altro lavoro. Come ripeto spesso, i cavalli sono narratori omerici: basta saperli e volerli ascoltare!.