La pandemia da Covid-19 ha sicuramente colpito il turismo italiano, facendo contrarre l’apporto internazionale, fondamentale soprattutto per le città d’arte. Dall’altra parte però ha accelerato un processo virtuoso, in atto già da tempo: quello della ricerca di luoghi dove riscoprire una vita lenta e andare alla ricerca delle radici di una parte importantissima della nostra cultura nazionale (prima e locale poi, o forse il contrario a seconda di come la si vede): quella che si fa a tavola, nei piatti, e soprattutto a passeggio nei boschi, negli allevamenti, in malga. Ovunque il saper fare si intrecci al passato, ai ricordi e alle memorie di interi popoli. E’ così che ai luoghi più vocati man mano si stanno affiancando, nel carnet dei viaggi degli italiani, luoghi meno conosciuti ma estremamente affascinanti. Come l’Alta Val Marecchia, ovvero l’Emilia Romagna meno conosciuta, meno battuta, forse più verace. Simbolo imperituro di questa valle fuori dal tempo, Pennabilli. Un borgo piccolissimo a più di 600 mt slm. luogo dell'anima di Tonino Guerra.
Conteso nei secoli tra Romagna e Marche, Pennabilli si erge alle pendici del Monte Carpegna e come tutti i borghi di collina che guardano già alla montagna più alta, è in qualche modo depositario dei colori e dei sapori della stagione più romantica (nel senso estetico e filosofico del termine): l’autunno. Perché Pennabilli è terra di funghi, di formaggi senza tempo e di mieli che non sono dolci davvero, ma hanno quella morbidezza così simile alle genti che la creano: rudi forse a primo acchito, ma poi fedeli, accoglienti, uniche.
Il viaggio nell’autunno di Pennabilli parte dal bosco. Per chi volesse avventurarsi realmente, magari appassionato di Trekking, sono molte le vie e i percorsi organizzati in questi luoghi. Ma per chi alle fatiche delle gambe preferisse quelle del palato (o con queste volesse rinfrancarsi dai chilometri in salita), non si può prescindere dall’assaggio e dalla conoscenza del Prugnolo. Non la bacca utilizzata, in passato e ancora oggi, per fare lo Sloe Gin (un gin a bassa gradazione, aromatizzato naturalmente con una tipologia di bacca selvatica dal colore blu), ma un fungo. Più autunno di così. Uno dei nomi più comuni di questo fungo, a sottolineare quanto sia legato alla cultura popolare, è Fungo di San Giorgio. O ancora di più, “il fungo che amava le rosacee”, perché in effetti con il prugnolo del gin qualcosa ha a che vedere: è il suo fungo, cresce alla base di questi arbusti, in simbiosi, ma non solo.
E tornando al bosco, non si possono lasciare indietro i castagneti che costeggiano l’alta Val Marecchia, trovando qui un territorio dove crescere felici e ricolmi di frutti. Gli stessi che vanno a caricare del loro sapore un miele speciale, il Miele di Castagno (un tempo produzione parallela era il Miele di Santoreggia oggi scomparso), che da questi luoghi nell’accezione più comune prende anche il nome. Caratterizzato da un gusto intenso, forte, amaro, con il suo colore scuro e i sentori profondi è considerato il compagno d’elezione per il formaggio di fossa (altra eccellenza di queste terre) non solo per il suo sapore (da provare in abbinamento su un tagliere, in uno degli agriturismi in zona) ma anche perché i castagni crescono vicino alle grotte dove vengono affinati i formaggi, a fare ombra ai sentieri e compagnia ai casari, già insieme, come se fosse destino. Perché è proprio vero che l’autunno è goloso (golosissimo) e romantico.