Paesaggio Italia. Langhe, tra nebbie e tradizione

Paesaggio Italia. Langhe, tra nebbie e tradizione
Il percorso racconta le tappe di un incredibile sviluppo, che ha portato un territorio di fatica, di povertà e di lotte partigiane a divenire il catalizzatore di un turismo internazionale interessato tanto alle eccellenze enogastronomiche langhigiane quanto alla bellezza pacata e riservata – tutta piemontese – di queste colline.
2 minuti di lettura

Nel mondo antico dei miei nonni, nati a fine Ottocento, la nostra terra di risaie pavesi aveva una sorta di riverenza verso le Langhe. Osservando i riti del mio piccolo orizzonte familiare, da bambina mi ero fatta l’idea che quelle colline di contadini piemontesi dovessero avere un qualche carattere nobile e che, da quelle parti, si tenesse particolarmente a fare le cose come si deve. Nelle Langhe, insomma, m’immaginavo vivesse gente di sostanza, forse un po’ musona, ma che prendeva molto seriamente la qualità di ciò che produceva.

Non c’era festa o celebrazione di un momento speciale per cui in casa nostra non si nominasse qualcosa che fosse frutto di quella terra. La carne, si capisce, doveva venire da lì. Per non parlare naturalmente del vino. Vietatissimo cucinare i piatti delle grandi occasioni con un vinello: era d’obbligo scendere in cantina e risalire con uno di quei vini speciali che ogni anno si andavano a prendere a Barbaresco, un paese che si chiamava come un vino. Si favoleggiava poi di un alimento che alcuni membri della famiglia avevano avuto la fortuna di mangiare, un tartufo bianco che ognuno sosteneva di sapere come andasse trattato e quale piatto ne esaltasse veramente le straordinarie qualità. Mi era stato più volte descritto con trasporto l’aroma che si sprigionava nell’affettarlo e mi si raccontava che cresceva nascosto sotto terra e che solo alcuni cani dal fiuto infallibile sapevano trovarlo. Qualche conoscente delle Langhe a volte ne aveva fatto arrivare uno fino a noi, e ancora se ne parlava, ma a me la fortuna di assaggiarlo non era ancora capitata.

Mia nonna in cucina teneva un oggetto dedicato solo a lui: un vecchissimo affetta-tartufi che, nei primi anni Settanta della plastica, sembrava arrivare dalla notte dei tempi. Una cucina di cotture lente, lentissime, decisamente slow, e di nebbie perenni alle finestre, dove si imparava a dialogare con salse e intingoli, a capire, attraverso suoni e profumi, il mescolarsi degli umori ai vini corposi. La spedizione annuale verso le Langhe veniva preparata con cura. In casa si cominciava a sentir dire che era ora di “andare a prendere il vino”. Poi arrivavano le damigiane e la cerimonia silenziosa e lenta dell’imbottigliamento in cantina, mio nonno e io. Dolcetto, Barbera, Nebiolo, Barbaresco, Barolo. Quello e solo quello era vino. L’anno sull’etichetta era importante scriverlo, per tanti motivi, ma soprattutto perché “solo il vino che sa invecchiare è un grande vino”. Avevo anche appreso che quelle colline, da cui tra le tante specialità arrivava anche una salsiccia succulenta, ospitavano in realtà un’infinità di castelli ed erano una miniera di oggetti preziosi, di arredi antichi, una pacchia per gli antiquari insomma.

Che terra era mai? Una terra che immaginavo immersa in un Medioevo cortese dal sapore d’Oltralpe, dove sostanzialmente si conservavano cose e tradizioni. Così fuori moda, lontano dal benessere che stava arrivando, dalle lunghe vacanze al mare e dalle code in autostrada. Eppure doveva essere ricca, ma di una ricchezza tutta sua, non quella della modernità. Solo dopo ho letto e saputo della pellagra e della miseria, della guerra e della Resistenza, e ho visto le Langhe diventare davvero moderne, imprenditoriali, in una parola vincenti. E poi c’era quel libro che mi capitava spesso tra le mani frugando negli scaffali più bassi della libreria, quelli a cui potevo arrivare, La luna e i falò: “C'è una ragione perché sono tornato in questo paese, qui e non invece a Canelli, a Barbaresco o in Alba” … mi spingevo a leggere solo poco più in là. Quello che veniva dopo erano Langhe oscure, da lasciare ai grandi.

Langhe, tra nebbie e tradizione è il settimo volume della collana Paesaggio Italia, che va in edicola, ad ogni inizio mese, con la Repubblica e National Geographic, per 12 mesi.. Ecco il piano editoriale della collana.

1)  Umbria preziosa, da Città della Pieve a Montefalco

2) Sicilia, Mediterraneo barocco

3) Terre di Siena, il Medioevo perfetto

4) Puglia, la Daunia tra mito e natura

5) L'altro Lago di Como

6) Gallura e Barbagia, oltre il mare

7) Langhe, tra nebbie e tradizioni

8) Tuscia, città di tufo e giardini di delizia

9) Veneto d'acqua e di terra, dai Colli Euganei al Polesine

10) Ponente ligure di pietra e di mare

11) Garfagnana, terra di lupi e briganti

12) Nelle Marche, tra storia e Infinito