E se un miliardario fosse eletto un giorno alla Casa Bianca? Nessuno ci credeva, nel 1992, quando il magnate texano Ross Perot annunciò di candidarsi alle elezioni, contro tutto e tutti, con l’unico proposito di «rendere di nuovo grande l’America». Fra i tanti che ne sorrisero non c’era Donald Trump, che viceversa lo prese molto sul serio e ne appoggiò la strana ma clamorosa ascesa politica, che vide Perot aggiudicarsi percentuali a doppia cifra e in molti seggi strappare il secondo posto a Bush o a Clinton. Era un segnale inatteso, oltremodo interessante: dunque la ricchezza si stava trasformando in patente di legittimità politica? In passato Rockefeller e i suoi simili si erano sempre dovuti avvalere della beneficenza e del mecenatismo artistico per farsi in qualche modo perdonare dalla collettività quel loro essere fuori scala, altrimenti destinati solo all’odio e all’invidia come rivela l’Uncle Scrooge disegnato da Carl Barks per la Disney, ma adesso forse le cose stavano radicalm…
E se un miliardario fosse eletto un giorno alla Casa Bianca? Nessuno ci credeva, nel 1992, quando il magnate texano Ross Perot annunciò di candidarsi alle elezioni, contro tutto e tutti, con l’unico proposito di «rendere di nuovo grande l’America». Fra i tanti che ne sorrisero non c’era Donald Trump, che viceversa lo prese molto sul serio e ne appoggiò la strana ma clamorosa ascesa politica, che vide Perot aggiudicarsi percentuali a doppia cifra e in molti seggi strappare il secondo posto a Bush o a Clinton. Era un segnale inatteso, oltremodo interessante: dunque la ricchezza si stava trasformando in patente di legittimità politica? In passato Rockefeller e i suoi simili si erano sempre dovuti avvalere della beneficenza e del mecenatismo artistico per farsi in qualche modo perdonare dalla collettività quel loro essere fuori scala, altrimenti destinati solo all’odio e all’invidia come rivela l’Uncle Scrooge disegnato da Carl Barks per la Disney, ma adesso forse le cose stavano radicalmente mutando, e un nuovo irriconoscibile paradigma del potere cominciava ad accreditare questi re Mida come dei “self made men” da esaltare piuttosto come modelli, e dunque in teoria – perché no? – perfino da eleggere Presidenti, nel grande rodeo del (tele)voto.
In qualche parte di se stesso, Donald annotò la lezione di Ross Perot, così come ad altre latitudini fece un certo Berlusconi. Nel frattempo il nuovo millennio portava con sé una rivoluzione senza precedenti, il neonato web ci consacrava allo strapotere delle immagini, e l’attentato alle Torri Gemelle fu il primo evento planetario a raggiungere mediaticamente ognuno, in modo capillare e indelebile, per cui la Storia si contraeva per rimpicciolirsi nelle mani e negli occhi di ciascuno, cosicché questo ciascuno se ne scoprisse non solo testimone ma artefice e potenziale protagonista. Era di fatto l’apoteosi dell’interazione, della tanto ambita società orizzontale che spazzasse via la verticale, e con essa le oligarchie, i centri di potere, le élite, sostituite da una sedicente nuova leva “dal basso” che trovava il suo rito emblematico nel boom del “Big Brother” d’orwelliana memoria, ora imposto al mondo da un format olandese. Benvenuti nell’era del reality, la nuova arena gladiatoria in cui il popolo consacra dal divano di casa l’unico beniamino che si aggiudica il trofeo. E va da sé che il trofeo può essere un contratto discografico oppure una cascata di monete d’oro oppure chissà, magari la guida del Paese.
Ecco, è come se Donald alla soglia dei sessant’anni avesse intuito che lì stava la frontiera in cui cercare l’oro come avevano fatto i suoi nonni tedeschi sullo Yukon, e dunque ebbe l’illuminazione di tradurre se stesso in una potentissima miniatura televisiva che si incarnasse sotto pelle di ogni americano, come personificazione del potere stesso. Il dado era insomma tratto, e l’8 gennaio del 2004 andava in onda sulla Nbc la prima puntata di The Apprentice, introdotta da un prologo che sembra già un messaggio elettorale, in cui Donald assiso in limousine elenca i suoi successi straordinari fra grattacieli, aerei, casinò e resort. A sentirlo, tutto sembra comporre in lui l’identikit del vincente assoluto, ma era una colossale fake news se si pensa che il nostro era reduce dalla feroce raffica di fallimenti che sappiamo, e la contabilità di quell’anno lo vedeva in rosso di milioni. Non importa, era fondamentale simulare, e simulando plasmare una narrazione alternativa che da fittizia, proprio perché creduta, diventasse reale. Così di fatto avvenne, e un anno dopo altro (meglio dovremmo dire “una puntata dopo l’altra”), Donald monetizzò quel mausoleo televisivo in una miniera inimmaginabile ai nastri di partenza, calcolata oggi in introiti per centinaia di milioni di dollari. Ormai anziano, con i capelli tinti e le rughe in viso, egli si era concesso una seconda nascita, consacrata nel segno del culto di sé medesimo.
Sì, quel celebre video si concludeva sulle parole «cerco il mio apprendista», ma davvero non stupirebbe se guardando in camera Donald ti avesse già chiesto il voto, tanto più che ogni dettaglio del progetto era studiato per esaltare il monumento del suo creatore, la trasmissione andava in onda dalla Trump Tower e il premio finale era un incarico da dirigente in un’azienda dello stesso, con l’annunciato stipendio bomba di 250 mila dollari. Come dire: io dall’alto provvedo, io dall’alto elargisco premi ai migliori, io dall’alto elimino chi non merita, io dall’alto vi concedo di origliare in casa mia e di illuminarvi col mio metodo, ma soprattutto io dall’alto non vi chiedo in cambio niente se non un’implicita quintessenza di gratitudine a futura memoria. Già, a futura memoria.
Il successo del reality fu imponente, sbancò l’audience con picchi da capogiro nei finali delle ben quattordici stagioni, ma al di là della mitologia catodica The Apprentice fu, di fatto, la geniale, vera, lunghissima campagna elettorale di Donald per sedersi sul trono degli Stati Uniti d’America, e ne sia riprova il fatto che dal gennaio 2004 egli ne lasciò le redini solo nel 2016, per intraprendere la sfida con Hillary Clinton che l’avrebbe portato di lì a pochi mesi alla Casa Bianca. Non c’è soluzione di continuità fra il Trump del suo reality e la realtà concreta della sua discesa in campo politica, per la semplice ragione che la polis per lui non è niente se non la versione estesa del suo format televisivo, dove tutto è una sua emanazione, Lui e solo Lui decide d’imperio chi può restare e chi si deve espellere perché inadatto e quindi you’re fired!. Non si può comprendere, credo, la natura profonda del fenomeno Trump senza porre lo sguardo su questa trasmissione, che a tutti gli effetti è un manifesto, ben più serio di quanto non lasci credere la presunta liturgia dello show: Donald sembra presentarsi come un extra-umano, nel senso che reclama per sé un ruolo superiore e insindacabile, legittimato dall’aura continua della sua carriera, dei suoi risultati, dei suoi primati e in sintesi del suo mero essere DONALD TRUMP, di cui pare egli stesso adepto. A fronte di questo idolo inebriante, il seguito delle masse non gli appare se non un culto dovuto e necessario, per cui è letteralmente inammissibile che l’elettorato non gli riservi meno del trionfo, e se ciò non avviene è senz’altro per un broglio o un complotto. Siamo al cospetto del Re Sole, messo sul trono non dal suo lignaggio ma da un curriculum vitae che ne ha mutato il sangue da rosso a blu, e pertanto quale approdo poteva dischiudersi per lui se non l’ascesa al trono? Era il 4 ottobre 2010, e chi seguiva sulla Cnn il talk-show del mattino, sentì Donald Trump affermare per la prima volta che non escludeva di darsi alla politica. Intendeva però un’altra cosa: vincere, anche in politica.
L’ascesa di Trump in vetta al mondo 7/Continua
Ogni settimana, fino all’insediamento alla Casa Bianca, Stefano Massini ripercorre la storia di Donald Trump. La scorsa settimana lo scrittore ha raccontato lo strano rapporto del tycoon con la morte, a partire da quella, per alcolismo, del fratello. Ma anche i tanti fallimenti e le sconfitte dell’imprenditore, dalle quali, in un modo o nell’altro, è sempre riemerso.