Ieri c’era uno scorcio di via Armorari, con la facciata di un palazzo del ‘700 in dialogo con l’angolo tondo di un edificio del Ventennio. Oggi c’è la radura di platani che costeggia l’Arena, voluti già in epoca napoleonica a corona delle mura in pietra. E domani? «San Maurizio al Monastero Maggiore. Compare a sorpresa in corso Magenta. E stupisce con la purezza dei suoi ordini rinascimentali. Il più bell’esempio della città».
Così Marco Introini, architetto e fotografo — professore di Tecniche della rappresentazione dello spazio al Politecnico — anticipa a Repubblica lo scatto inedito sulle sue pagine social. Al primo giro di pandemia, mentre tutti ideavano contributi virtuali sulla reclusione, aveva proposto un viaggio in centro, dal Duomo alla Velasca, dalla Ca’ Brutta all’Arengario, fino alla vela bianca di Luigi Moretti in corso Italia, sulle orme di una storia del Novecento e del dopoguerra. S’intitolava "in gita a" «ispirato alla classica gita della Settimana Enigmistica. Qui, ironicamente, è un viaggio da fare in casa».
Cinquanta foto pubblicate ogni giorno. Ora, un secondo capitolo dal taglio diverso, fra le pieghe di una Milano più storica, che risale dai Bastioni e fluttua fra tappe antiche, tracce romane ed eleganza neoclassica. Dalla Porta Ticinese di Luigi Cagnola alle colonne di San Lorenzo verso il Tempio di San Sebastiano che buca la linea retta di via Torino. « Mi affascinava il momento esatto in cui il ducato di Milano passò dagli spagnoli agli austriaci. Il tessuto urbano fu rinnovato dalle teorie illuministe che volevano la città caposaldo del pensiero». Edifici, porte, caselli, parchi e assi viari monumentali disegnano, in bianco e nero, una mappa di luoghi remoti che, senza passanti, turisti e traffico, diventano metafisici, silenziosi. Come le tele di de Chirico. «Solo il silenzio dà la possibilità di apprezzare veramente lo spazio. Un aspetto positivo del lockdown».
La Milano cristallizzata di Introini risale a tempi non sospetti: « Nel 2012 quando gli altri erano concentrati sui progetti di Expo, la storia mi ha trascinato indietro a caccia di una memoria da custodire». Ha navigato allora per le strade all’alba, come un flâneur stregato dall’architettura e dal deserto delle piazze, «prima che la città iniziasse la sua recita ». Non è un caso che le sue inquadrature siano amate dai colleghi architetti e che il Politecnico, nel Polo territoriale di Mantova, gli abbia dedicato una gran mostra al Palazzo Ducale un paio d’anni fa.
L’idea, in prospettiva, sarebbe riunire le immagini in un libro. Nel frattempo ha puntato l’obiettivo sui cantieri del restauro del Trifoglio di Gio Ponti in piazza Leonardo e sul campus di Architettura di Renzo Piano. Online, l’itinerario prosegue fra Castello, Brera, Arco della Pace, Foro Buonaparte. E poi? « E poi spero che il lockdown sia finito — dice (e ride) — Non perché abbia finito le foto, ma perché si possa tornare a viaggiare davvero».
Così Marco Introini, architetto e fotografo — professore di Tecniche della rappresentazione dello spazio al Politecnico — anticipa a Repubblica lo scatto inedito sulle sue pagine social. Al primo giro di pandemia, mentre tutti ideavano contributi virtuali sulla reclusione, aveva proposto un viaggio in centro, dal Duomo alla Velasca, dalla Ca’ Brutta all’Arengario, fino alla vela bianca di Luigi Moretti in corso Italia, sulle orme di una storia del Novecento e del dopoguerra. S’intitolava "in gita a" «ispirato alla classica gita della Settimana Enigmistica. Qui, ironicamente, è un viaggio da fare in casa».
Cinquanta foto pubblicate ogni giorno. Ora, un secondo capitolo dal taglio diverso, fra le pieghe di una Milano più storica, che risale dai Bastioni e fluttua fra tappe antiche, tracce romane ed eleganza neoclassica. Dalla Porta Ticinese di Luigi Cagnola alle colonne di San Lorenzo verso il Tempio di San Sebastiano che buca la linea retta di via Torino. « Mi affascinava il momento esatto in cui il ducato di Milano passò dagli spagnoli agli austriaci. Il tessuto urbano fu rinnovato dalle teorie illuministe che volevano la città caposaldo del pensiero». Edifici, porte, caselli, parchi e assi viari monumentali disegnano, in bianco e nero, una mappa di luoghi remoti che, senza passanti, turisti e traffico, diventano metafisici, silenziosi. Come le tele di de Chirico. «Solo il silenzio dà la possibilità di apprezzare veramente lo spazio. Un aspetto positivo del lockdown».
La Milano cristallizzata di Introini risale a tempi non sospetti: « Nel 2012 quando gli altri erano concentrati sui progetti di Expo, la storia mi ha trascinato indietro a caccia di una memoria da custodire». Ha navigato allora per le strade all’alba, come un flâneur stregato dall’architettura e dal deserto delle piazze, «prima che la città iniziasse la sua recita ». Non è un caso che le sue inquadrature siano amate dai colleghi architetti e che il Politecnico, nel Polo territoriale di Mantova, gli abbia dedicato una gran mostra al Palazzo Ducale un paio d’anni fa.
L’idea, in prospettiva, sarebbe riunire le immagini in un libro. Nel frattempo ha puntato l’obiettivo sui cantieri del restauro del Trifoglio di Gio Ponti in piazza Leonardo e sul campus di Architettura di Renzo Piano. Online, l’itinerario prosegue fra Castello, Brera, Arco della Pace, Foro Buonaparte. E poi? « E poi spero che il lockdown sia finito — dice (e ride) — Non perché abbia finito le foto, ma perché si possa tornare a viaggiare davvero».