Quando D’annunzio fu per morire predispose la coreografia del suo funerale con lo stile con cui sempre era vissuto. La sua salma venne esposta nella “Sala del lebbroso” del Vittoriale, dove il Vate aveva fatto sistemare un letto lungo e stretto: una cosa a mezzo fra una culla e una bara. D’annunzio non era certo il primo, né sarà l’ultimo a programmarsi il funerale, lo fece anche Federico Cerruti, personaggio singolare della Torino dei grandi collezionisti d’arte, una sorta di setta segreta dove è difficilissimo penetrare.
Nato a Genova nel 1922, morto a Torino nel 2015, Cerruti ha attraversato il Novecento ed è riuscito ad affacciarsi comodamente al Ventunesimo secolo sempre mascherandosi, sottraendosi, nascondendosi. Da buon piemontese (la nascita a Genova al massimo era servita per accentuare la sua inclinazione ai soldi e allo spenderne il meno possibile) non voleva infatti mai comparire essere notato, additato, e in questo ricordava molto uno stropicciato ragioniere della Donna della Domenica di Fruttero e Lucentini per il quale nessuno avrebbe dato cinque lire e che invece era un uomo di assoluto potere.
Cerruti era stato negli Stati Uniti nel 1957 e ne aveva riportato l’esclusiva per una macchina, a quel tempo di assoluta avanguardia per rilegare i libri. Poteva infatti rilegare centinaia di migliaia di volumi al giorno e da tutta Europa gli arrivavano lavoro e soldi. Per coronare la sua carriera aveva costruito a partire dal 1961 una villa sulla collina di Rivoli, nei pressi del castello: ci dovevano andare a vivere i suoi genitori, promossi al rango altoborghese dai denari del figlio. Lui in quella villa non ci abitò mai, ci andava a mangiare alla domenica (ospite di sé stesso) e dava due volte all’anno feste suntuose per uno scelto gruppo di invitati. In quegli spazi ristretti e pieni di angoli come la sua anima accumulò una collezione d’arte semplicemente sbalorditiva.
La collezione si forma a partire dal 1968 circa e il ragioniere famelico di arte e dotato di un gusto così sicuro nel discernere in modo pressoché infallibile tra ciò che era di qualità e ciò che non lo era, comincia ad ammassare opere di De Chirico, Boccioni, Modigliani, Bacon, Pontormo, Klee, Dosso Dossi, fondi oro da capogiro, Renoir, Kandinskij, Batoni, Vouet, Guercino, Goya, de Nittis, Boldini, Fattori, Picabia, Picasso, Magritte, Savinio, Morandi, Mirò, De Stael, Burri, Bacon, Fontana, Warhol tanto per citarne qualcuno e facendo torto a molti altri. E poi miniature di eccelsa qualità, legature di libri e libri da museo (oltre ogni immaginazione, d’altronde lui si occupava di libri), sculture italiane francesi, fiamminghe, spagnole fino a Giacometti.
Si tiene come consulenti Federico Zeri, Maurizio Fagiolo dell’Arco e pochi altri: non si fida di nessuno. Gli artisti viventi li contatta direttamente, ma compra anche in gallerie e aste internazionali, battendo sul tempo per gli acquisti gli Uffizi e rifiutandosi di vendere i suoi Batoni alla Fondazione Getty. Mano a mano che invecchia si ritrova corteggiato da molti che cominciano a domandarsi che ne sarebbe stato della raccolta. Cerruti spietato fa fare anticamera di due o tre ore anche a personaggi e mercanti che vorrebbero avvicinarlo per mettere le mani sul goloso insieme: li illude e poi non li riceve. Si comincia a favoleggiare di una Fondazione da farsi a Torino in un palazzo del centro. La sua collezione non viene fatta vedere quasi a nessuno (uno stile questo molto torinese) e i pochi eletti che vi accedono ne rimangono sbigottiti anche se in realtà vedono abbastanza poco: usava infatti lampadine a bassissimo voltaggio e teneva solitamente le serrande chiuse.
Nella stanza della torre della sua villa predispone un letto stretto e lungo per quella che doveva essere teoricamente la sua camera e si circonda di fondi oro. Si piazza ai piedi del letto in trittico di Bergognone, a capoletto una serie di fondi oro ( Bernardo Daddi, Pacino di Buonaguida, ecc.) e sulla destra, sperando forse in una protezione divina, un trittichetto con Crocifissione e santi di Simone dei Crocifissi e una Madonna splendida di Sano di Pietro, più altri simili gioielli. C’è anche dipinto di Jacopo del Sellaio, saccheggiato dalla collezione di una famiglia ebraica viennese e per il quale nel 2020 la Fondazione Cerruti ha dovuto rifondere gli eredi del derubato ( ma Cerruti non ne sapeva nulla quando la comprò). Arrivare nella stanza della torre è faticoso. Una scala tortuosa e stretta , una vera trappola, porta nel luogo dove Cerruti ha divisato anche di essere esposto dopo la morte in quel suo privato Vittoriale che è la villa di Rivoli. Non andrà così.
Visitarla è comunque un coup de coeur e si esce storditi e quasi rintronati dall’ammucchiata di capolavori che spaziano in tutte le direzioni dell’arte e a cui la compassata Torino non è certo molto abituata. Ora alla raccolta è stato dedicato un monumentale (nel senso letterale della parola visto che pesa quasi sei chili) catalogo in due volumi, 1248 pagine e 1566 illustrazioni, splendidamente stampato dalla casa editrice Umberto Allemandi (La Collezione Cerruti. Catalogo generale, a cura di Carolyn Christov-Bakargiev, 2021). Al catalogo hanno collaborato una ottantina di persone con risultati diseguali e curiose omissioni bibliografiche. Non so se Torino si meriti una raccolta così importante e così esclusiva che qualsiasi museo del mondo potrebbe sognare e desiderare, e non sono sicura che il ragioniere sarebbe stato, pur desiderando in fine vita di rendere pubblica la collezione, veramente contento di vedere gente nella sua villa a sbirciare nelle camere da letto o a inseguire in giardino i suoi gatti.
Tutte le foto sono della Collezione Fondazione Francesco Federico Cerruti per l’Arte. Deposito a lungo termine Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino