Santa Rita da Cascia è una santa che ha goduto, (e gode ancor oggi) di un grandissimo seguito devozionale di carattere molto popolare. Quasi tutti gli italiani dai quaranta anni in su la conoscono (sui giovani non è da contarci troppo), molti hanno per lei profonda venerazione. La chiamano “la santa degli impossibili” e chi non sa dove sbattere la testa può rivolgersi, in ultimo, a lei. Dopo ci sono solo le pompe funebri, il fallimento, il carcere e via discorrendo.
E’ una santa che può fare una certa impressione: la sua iconografia la raffigura usualmente vestita da monaca, in preghiera davanti a un crocifisso con la fronte sanguinante per una spina della corona dei Cristo che le era miracolosamente penetrata nel capo. L’espressione è, ovviamente, dolente, e inoltre la povera Rita spesso abbraccia pure una corona di spine, il tutto in mezzo a un sacco di sangue: una iconografia molto splatter. Il quadro di Santa Rita che era nella mia camera non mi faceva dormire per la paura e, oltretutto, mia madre rincarava la dose portandomi in chiesa a pregare una statua della santa molto realistica, ricordandomi, se per caso me lo fossi dimenticato, che Rita era il mio quarto nome. No, non volevo fare quella fine.
Passando più volte per Cascia, per altri studi, ero rimasta senza fiato per la bruttezza della basilica a lei dedicata: edificio di architettura improbabile, simile a un castello di Disney, con interni pesantemente pittati con colori aggressivi. Ma perché nella poetica Umbria hanno costruito fra 1937 e 1947 un edificio così goffo? Perché questo affronto a una santa piccina e gentile (Lucetta Scaraffia la chiama “ piccola mummia nera” riferendosi al suo corpo)?
Per molti anni santa Rita è uscita dai miei orizzonti, fino a che non ho avuto occasione di leggere un libro, sorprendente, di qualche anno or sono, propri quello di Lucetta Scaraffia (La santa degli impossibili. Rita da Cascia tra devozione e arte contemporanea, Vita e pensiero ed., Milano 2014) che della santa da una visione completamente diversa e che si conclude con una storia d’arte straordinaria, non ignota, ma che merita di essere ricordata.
I documenti storici su Rita sono praticamente inesistenti anche se la devozione inizia nel 1457 (lo sappiamo dai dipinti dell’antico sarcofago) la beatificazione è del 1628 e la canonizzazione del 1900. Fine. In mezzo un mare di storie, miracoli, leggende e, soprattutto, dal Seicento in avanti da parte della chiesa romana una precisa opera di addomesticamento della figura fino a farla diventare una santa plausibile e presentabile, esempio femminile per eccellenza di obbedienza filiale, coniugale, di umiltà, pazienza nel sopportare un marito malvagio e due figli delinquenti.
Ma il Cielo, che veglia, fece morire (ammazzato) il marito molesto e di malattia i figli carognosi. E Rita si ritrovò finalmente a respirare, vedova e libera di scegliere, e desiderò ritirarsi nel convento di Cascia che però per tre volte respinse la sua richiesta. Una notte, mentre pregava, le apparvero prima San Giovanni Battista e poi sant’Agostino e san Nicola da Tolentino che la accompagnarono in volo fin dentro al convento dove finalmente fu accolta.
Volare però era qualcosa che non andava bene per una santa e stava al confine con i sabba delle streghe. Non per caso negli anni in cui cominciò a coagularsi la devozione a Rita bruciarono a Todi una presunta strega che pare volasse per andare ai sabba sotto al noce di Benevento. Notare che la strega faceva più o meno le stesse cose che faceva Rita: curava i malati, difendeva le donne dai mariti violenti, le consolava. Rita e la strega erano due facce di una stessa medaglia e la chiesa si adoperò per addomesticare la prima (per la seconda evidentemente non ci riuscì).
Mano a mano che i secoli passavano e si intrufolava nel pensiero europeo e italiano l’idea di una visione laica della vita, alla chiesa rimasero attaccate le donne, i bambini e i religiosi. In questa ottica si riaccesero a fine Ottocento i fari anche su Rita che venne trasformata in un esempio da seguire di donna moglie, madre e santa. Tutta la sua storia divenne ordinata, priva di superstizioni e tradizioni locali, storicamente plausibile, piena però di miracoli clamorosi e “impossibili”. E Rita divenne (e lo è ancora) una icona devozionale, quasi pop.
Ma Yves aveva una forte dimensione spirituale, cercava spiegazioni alle sue inquietudini e Rita con il suo volo era in perfetta sintonia con la sua anima che aspirava al cielo, all’azzurro. Alla devozione alla santa era stato iniziato da una zia e dalla nonna. L’artista nel 1960 aveva anche cercato di volare, e una celebre fotografia lo rappresenta mentre su butta dal tetto di una casa nel sobborgo parigino di Fontenay-aux-Roses. In realtà è un fotomontaggio e sotto, per fortuna, c’era un telone.
Nel 1961 decise però di partire da Parigi e di andare, come un moderno Re Magio, a portare a Cascia un dono a santa Rita: un cofanetto trasparente, di circa 40 centimetri, suddiviso un compartimenti contenenti pigmenti di blu, rosa e frammenti di foglia d’oro, con al centro un testo dedicatorio e di preghiera e sotto una base di colore blu. La commovente dedica alla Santa era una preghiera di intercessione e di aiuto e di dedicazione per la sua arte. Era quanto di più prezioso il pittore poteva offrire: un sentimento intenso, rosa, blu e oro, brillante e suntuoso come in certe tavole medioevali.
Immaginiamo il giovane artista (aveva 33 anni), prossimo alle nozze, recarsi con il suo bellissimo reliquario a pregare. Chi lo avesse visto davanti al sarcofago di Rita, conoscendo il segreto che della sua ormai vicinissima morte (morirà di infarto l’anno dopo) avrebbe pensato che l’angelo del pittore fosse venuto ad accompagnarlo a Cascia e che gli suggerisse ora di pregare per qualcosa d’altro che non era solo la sua arte, un qualcosa che non poteva mettere sulla tela o nelle parole.
Il depositario del segreto avrebbe potuto pensare che Yves fosse andato a Cascia per accomiatarsi dal mondo e che in quell’astuccio pieno di colori così festosi fosse riposto un doloroso senso, un abbandono della sua anima luminosa alla piccola santa che stava per venire a prenderlo per mano, per portarlo altrove, volando con lui attraverso misteriosi sentieri celesti.