Vent'anni d'arte per Fondazione Trussardi: dai bambini impiccati di Cattelan a quelli fragili di Marcon

Il Teatro Gerolamo ospita "Dramoletti" la nuova mostra curata da Massimiliano Gioni per l'anniversario del "museo itinerante" che negli anni ha portato la sperimentazione artistica contemporanea ad attivare tanti luoghi di Milano
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La Fondazione Trussardi compie 20 anni e mantiene lo sguardo che l’ha sempre caratterizzata: proprio quello del ragazzo poco più che ventenne, che ha voglia di scoprire cose nuove e che sceglie senza timori di dar spazio all’arte in cui crede. Fedele al suo essere un museo “mobile”, senza una sede fissa ma con la missione di attivare spazi insoliti, da piazze a stabili d’epoca semi abbandonati, per i festeggiamenti ha voluto allestire la nuova mostra nel cuore di Milano, al piccolo Teatro Gerolamo, a due passi dal Duomo dietro piazza Fontana, e vicino alla galleria Vittorio Emanuele dove è iniziato il percorso itinerante con la prima esposizione.

[[ge:rep-locali:repubblica:403361698]]Alla direzione artistica come sempre l’enfant prodige alla soglia dei cinquanta Massimiliano Gioni, che Beatrice Trussardi, presidente della Fondazione, seppe scegliere e mantenere come affidabilissima guida per orientarsi nel turbine dell’arte contemporanea.  

Massimiliano Gioni, direttore artistico Fondazione Trussardi
Massimiliano Gioni, direttore artistico Fondazione Trussardi 

Dramoletti è il titolo dell’esposizione che propone le opere di Daniele Marcon, curata appunto da Massimiliano Gioni (visitabile fino al 30 giugno).  “Al Teatro Gerolamo, un luogo di magie, di racconti di infanzia, dove i fratelli Colla tenevano i loro spettacoli di marionette, Daniele Marcon mette in scena una sorta carillon di pupazzi digitali, di celluloide, di cera, che inscenano drammi o ‘Dramoletti’, prendendo in prestito il titolo di una raccolta di racconti di Thomas Bernhard, che evocano tristemente il mondo nel quale ci troviamo oggi, ma che offrono anche la possibilità di reinventarsi la vita attraverso l’arte, la musica e la trasformazione”, spiega Gioni.

Ludwig, 2018
Ludwig, 2018 
Questa è la prima mostra istituzionale antologica in Italia di Diego Marcon (Busto Arsizio - 1985), che si esprime attraverso le immagini in movimento, trovando dei punti di contatto tra il cinema strutturato, sperimentale e quello di genere, di intrattenimento, fino ad arrivare a sfiorare il musical e il cartone animato. La prima opera che si incontra nella sala centrale del teatro è Ludwig, del 2018, un’animazione digitale che mostra un bambino che canta un'aria da operetta e con una certa leggerezza esprime il desiderio di “tirar le cuoia, per non pensarci più”, mentre facendosi luce con un fiammifero barcolla all’interno della stiva di una nave (realizzato con il contributo del coro Voci Bianche della Scala). “Spesso nei miei lavori c’è un aspetto cupo, ma questo è sempre presentato con alcuni elementi d’ironia. E’ equilibrio tra questi due elementi che secondo me crea un nocciolo di verità. L’assenza dell’uno o dell’altro sbilancerebbero il lavoro verso un lamento sbracato, per nulla vero per quel che mi riguarda”, sottolinea l’artista. Inoltre, Ludwig è anche il nome del Re Matto di Baviera, che "incarna di un'esistenza consacrata all'arte oltre ogni ragionevolezza", come spiega Gioni nel testo che accompagna la mostra.

Diego Marcon, artista
Diego Marcon, artista 
“Abbiamo scelto Diego Marcon perché aveva 18 anni quando la Fondazione ha iniziato a lavorare, è stato anche influenzato, ha visto tutte le mostre e ci piaceva puntare su un giovane italiano. Vent’anni fa c’erano i bambini di Maurizio Cattelan, ma 20 anni dopo veniva celebrato all’Hangar Bicocca, o Elmgreen and Dragset alla Fondazione Prada. Abbiamo sempre anticipato il futuro: 10 degli artisti che abbiamo mostrato hanno rappresentato la loro nazione alla Biennale. Quindi ancora un percorso di Scouting”, chiarisce il curatore, ricordando parte del percorso fatto dalla Fondazione in questi 20 anni. Prosegeguendo nelle gallerie e nel loggione del Teatro Gerolamo si trovano le installazioni Untitled (Head falling) del 2015, mentre nelle sale si incontrano Il malatino, del 2017, e il dramma The Parent's Room, del 2021, già esposto all'ultima Biennale di Venezia.

The Parent's Room, 2021
The Parent's Room, 2021 
Pioniera di un mecenatismo illuminante che puntava sull’arte contemporanea più sperimentale in tempi in cui si sentiva l’esigenza di esplorarla, molto prima che diventasse un fenomeno al centro del dibattito culturale come oggi, la missione della Fondazione Trussardi è stata da sempre quella di agire come una istituzione pubblica, supplendola, sostenendo gli artisti, producendo i loro lavori, e offrendo gratuitamente al  grande pubblico la possibilità di fruire di quasi 30 esibizioni, più due grandi mostre nei musei di Milano, che hanno fatto epoca. “Voglia di innovarsi costantemente: ogni progetto è diverso dall’altro, ogni luogo è diverso, ogni artista anche. Le opere rimangono agli artisti, noi non abbiamo una collezione, la Fondazione le produce, ma solo loro”, racconta Beatrice Trussardi con orgoglio, corretto da esibire in momenti di bilancio come questi.

Il malatino, 2017
Il malatino, 2017