Meglio niente

Maurizio Maggiani, “Diego mi spiego”, Scuola elementare La Pianta, La Spezia, 1974-74

Maurizio Maggiani, “Diego mi spiego”, Scuola elementare La Pianta, La Spezia, 1974-74

 

Leggera come un pettirosso, la fotografia di Maurizio Maggiani

4 minuti di lettura

Mamma Adorna non volle il suo ritratto in fotoceramica sulla lapide del cimitero. Anche se il fatto che dovesse prima o poi morire “non rientrava nel panorama degli eventi possibili”, aveva istruito per tempo Maurizio, suo figlio, su questa importante disposizione testamentaria. “Non voleva una fotografia di lei vecchia come si immaginava che sarebbe stata vecchia alla fine, e non voleva nemmeno una fotografia di lei giovane, per non confondere i visitatori in cerca della sua tomba. Meglio niente”. Fu accontentata.
Ho trovato questo dettaglio in un minuscolo libro di Maurizio Maggiani, che si intitola Basta, davvero, e che ho comprato perché flippandolo col pollice ho visto che conteneva diverse fotografie. Io sapevo che Maggiani è anche un eccellente fotografo, ma non avevo mai approfondito molto. In quel foto-librino di poche pagine, un diario che fa di tutto per non esserlo e ci riesce, Maggiani parla della sua infanzia, dei suoi genitori, della morte di mamma Adorna, a cui ha dedicato peraltro un libro più noto e corposo, Il viaggiatore notturno. Che non ho letto, colpa mia, e non so se contenga, magari spiegata più in lungo, quella perla di saggezza.


Perché mamma Adorna ha detto con la semplicità dei saggi una cosa sulla fotografia che non avrei saputo dire meglio. Che le fotografie ci sopravviveranno, sì, ma per quale scopo? Per renderci quale servizio?
Che la loro presunzione documentaria è fredda e inutile, è ambigua e incostante: è maleducata se ci ricorda vecchi, è fuorviante se ci ricorda giovani.
Che forse, se vogliamo lasciare qualche briciola di noi agli altri, i superstiti temporanei, forse “è meglio niente”, cioè niente immagini, togliere quello schermo di carta, per lasciare un vuoto davanti agli occhi che spalanchi i vasti paesaggi della memoria davanti al cuore.
Però una fotografia di mamma Adorna Maurizio l’ha messa lo stesso, nel libriccino. Ma è una fotografia reticente. Sul letto d’ospedale, Adorna si copre il volto col lenzuolo “perché non ha i capelli a posto e si sente brutta”. Un ritratto ritrattato, cioè preso indietro, negato. Anche Maggiani insomma ha la sua fotografia da non mostrare, una fotografia del non-mostrare, come Roland Barthes in La camera chiara (e anche la sua era una fotografia della mamma).
La voglia di saperne di più, del Maggiani fotografo, non sapevo bene come soddisfarla. Nei suoi libri non c’è molto. E allora devo essere grato ad Alessio Giannanti, animatore degli Archivi della Resistenza, che mi ha mandato il libro, Narciso meccanico, che accompagnava una mostra di Maggiani fotografo nelle sue terre lunigiane, a Castelnuovo Magra, l’anno passato.

Qui c’è una lunga intervista, condotta assieme a Simona Mussini e Andrea Castagna, che mi ha sorpreso, sedotto, lasciato pieno di ammirazione.
Perché Maggiani, anarchico antipatizzante delle teorie, senza filosofare mi dice della fotografia cose che mi suonano familiari, ma dette da lui con una leggerezza che gli invidio.
Intanto, c’è il racconto di un amore che passa prima per il tatto e l’olfatto che per la vista. Racconta Maggiani che la sua prima fotocamera, una Zeiss E, gli fu regalata nel 1967, a sedici anni da papà Dinetto, proiezionista e dunque esperto di macchine di visione, che l’aveva trovata a una fiera di tecnologia sovietica, e pagata in quaranta rate. “Io sono un fanatico della meccanica, da bambino volevo fare il meccanico”, rivela Maggiani, e quell’aggeggio aveva “un buonissimo odore di cuoio e anche l'odore di meccanica proprio. Come faccio a dire cos'è un odore di meccanica? È difficile spiegarlo, però la meccanica ha un suo odore”.
Poi, però, capì, e lo entusiasmò, il fatto che “la meccanica producesse qualcosa di ineffabile, qualcosa che non è meccanico ma diventa in qualche modo come una proiezione di una parte di te che riguarda quello che vedi, quello che pensi di aver visto, quello che senti di aver visto”.

Maurizio Maggiani, Assemblea sindacale in un cantiere edile, La Spezia 1978

Maurizio Maggiani, Assemblea sindacale in un cantiere edile, La Spezia 1978

 

Ma quello che vedi, lo vede prima lei, la macchina fotografica. E bisogna saperlo, farci i conti. Strumento, sì, ma non servile. “Chiedo alla pellicola, chiedo al sensore di accondiscendermi. E il sensore mi risponde dicendo: “Mah, non so… Questo è quello che sento io“. La cosa bella è quando ti capita di essere d'accordo con la pellicola”.
Trovo stupendo questo modo di spiegare cos’è l’inconscio tecnologico di cui ci parlò Franco Vaccari: cioè la caparbietà della macchina di prendere delle decisioni sulla struttura dell’immagine, e proporcele, e poi dobbiamo negoziarle con lei. Competizione, collaborazione, rivalità, affidamento: mi chiedo perché tanti fotografi illustri abbiano sempre sorvolato su questo rapporto fra un io umano e un io tecnologico. Se lo avessimo fatto più spesso, forse affronteremmo diversamente anche la sfida dell’intelligenza artificiale, che invece ci terrorizza.
Maggiani, del resto, era felice di affidarsi. La sua fotocamera vedeva più di lui. Non solo in senso figurato. “Non ci vedo niente, vedo pochissimo, perché ho un difetto alla vista estremamente complesso, per cui a parte vederci poco, non vedo quello che vedono gli altri, vedo delle altre cose, perché ho una risposta alle onde luminose diversa”. E dunque quella contrattazione fra occhio e macchina, almeno nel suo caso (ma è solo più esplicito, il suo caso: io credo che accada a tutti) non è fra una ipotetica visione “pura” e una deformata dal meccanismo di registrazione: ma fra due visioni della realtà fisica entrambe deformate, infedeli, piegate, manipolate.
Ed è così, solo a questa condizione, che “da quella meccanica può comunque scaturire l'ineffabile, qualcosa di meraviglioso, qualcosa che non si vede a occhio nudo, perché è un'interpretazione”.
Per anni, Maggiani ha girato “sempre con la macchina in mano perché non voglio che mi sfugga qualcosa che sento, qualcosa che sento di ciò che ho intorno”. Non una seconda attività, ma una alla pari: “Sono un dignitoso romanziere, penso; e penso di essere anche un dignitoso fotografo”. Niente finte modestie. Vedete quel catalogo per farvi un’idea.
Poi, da insegnante, la fotografia è stata anche un suo linguaggio, assieme e anzi precedente le parole. Scuola elementare, prima classe elementare: “Prima di imparare a leggere e scrivere impariamo a fare qualcosa che non ha bisogno di nessun apprendimento, se non quel minimo necessario per scattare una fotografia“.

Maurizio Maggiani, Cantieri navali Valdettaro, La Spezia 1978

Maurizio Maggiani, Cantieri navali Valdettaro, La Spezia 1978

 

E racconta di quella volta fantastica che prima, molto prima della presunta odierna epidemia narcisistica dei selfie, mise alla berlina l’occhio di vetro proprio a scuola: “E allora abbiamo fatto questo Narciso meccanico, elettronico, cioè abbiamo messo al posto dell'acqua, in un secchio, al posto del laghetto dove si specchia Narciso nel mito, abbiamo preso questo secchio e ci abbiamo messo dentro la telecamera, rivolta all'insù, e i bambini si specchiavano…”.
Per decenni, assicura Maggiani, “ho fotografato con una pervicacia che non ho mai messo in nessun'altra attività psicofisica”. Ma quando mamma Adorna ha deciso che delle fotografie sulla tomba si può fare a meno, ha cominciato a pensare a un congedo. “Sono fermamente convinto che non tutto può essere scritto, non ogni cosa ha la sua voce. E ho scoperto nel tempo che neppure tutto può essere fotografato, non ogni cosa ha la sua immagine”.
Quindi, ogni tanto, meglio niente.

FOTOLIBRI SUL COMODINO

Maurizio Maggiani, Narciso meccanico. Ets, 2023, € 24

2
Maurizio Maggiani, Basta, davvero. Elliot, 2022, € 10

I commenti dei lettori