Ghirriver fotografo a Lilliput

Luigi Ghirri, from Italia in Miniatura (MACK, 2024). Courtesy of the artist and MACK
Luigi Ghirri, from Italia in Miniatura (MACK, 2024). Courtesy of the artist and MACK 

Luigi Ghirri e l’Italia in miniatura di Ivo Rambaldi

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La cosa più sorprendente è che non risulta che Luigi Ghirri e Ivo Rambaldi si siano mai conosciuti. Eppure l’emiliano e il romagnolo, il fotografo visionario e il costruttore visionario, erano fratelli in spirito. Rambaldi creò alla fine degli anni Sessanta una deliziosa follia, L’Italia in miniatura, tuttora in attività che è un parco di divertimenti solo perché, per poter esistere e vivere, deve far pagare un biglietto d’ingresso, ma fu prima di tutto una filosofia, una critica e una sublimazione del viaggio nell’età del consumo. Ghirri, una decina di anni dopo, gliela fotografò, e fotografandola riuscì a spremerne, appunto, la filosofia nascosta. Adesso un libro che viene dell’Inghilterra, e che si chiama ovviamente Italia in miniatura, con testi di Ilaria Campioli, Simon Garfield, Joan Fontcuberta e Matteo Guidi, ci racconta questo incontro senza incontro, questo dialogo fra amici che non si conobbero mai.

C’è la storia del parco, naturalmente. Ivo Rambaldi era un imprenditorie di merci prosaiche, ramo termosanitari. Era stato partigiano, e iscritto al Pci, “uno di quei casi di imprenditori comunisti irrequieti e colti” lo descrivono Matteo Guidi e Joan Fontcuberta nel libro di cui sto per parlarvi. Ma era anche, ho detto, un romagnolo, e quindi anarcoide visionario. Una gita al parco Swissminiatur a Melide, sulle rive del lago di Lugano, gli scatenò lo sbuzzo. Investì tutti i soldi dell’azienda e della famiglia, a rischio bancarotta. Mobilitò una squadra di 14 tecnici, 2 geometri e 4 professori, allestì una officina e cominciò a produrre modellini. La fotografia ebbe un ruolo centrale nella progettazione del parco: servivano rilievi, schemi, immagini. Non ce n’erano di già fatti. Rambaldi fece da sé. Letteralmente. Percorse 27 mila chilometri dello Stivale per raccogliere misurazioni e immagini.Lo vediamo, nelle fotografie ingiallite e conservate nell’archivio del parco, accostarsi ai monumenti veri con una pertica in mano, uomo vitruviano in versione arte povera (dice Fontcuberta), per misurare a volte con la sua sola statura gli edifici celebri: e già questa è una metafora bellissima, un paese misurato col proprio corpo.Artigianalmente, Ivo prendeva fotografie su cui poi disegnava misure, e le incollava una accanto all’altra per ottenere delle panoramiche, che adesso ci sembrano dei montaggi di David Hockney.

Galleria Vittorio Emanuele II, Milano by Ivo Rambaldi, from Italia in Miniatura by Luigi (MACK, 2024). Courtesy of the artist and MACK
Galleria Vittorio Emanuele II, Milano by Ivo Rambaldi, from Italia in Miniatura by Luigi (MACK, 2024). Courtesy of the artist and MACK 

Del resto, Che cos’è stata, ed è ancora, la fotografia, se non la scatola magica che ci permette dia sportare il mondo in formato ridotto e portarcelo a casa?Il 4 luglio 1970 il parco aprì i battenti. Pioveva. C’era poca gente. La figlia di Rambaldi scivolò e si fece male a una gamba. Non fu un grande inizio.Ma una trasmissione televisiva poi cambiò tutto. Il parco divenne popolarissimo. Da allora ad oggi trenta milioni di Gulliver hanno visitato l’Italia lillipuziana. Sentendosi proprio come l’eroe di Jonathan Swift quando si aggirava tra le piccole case di Mildendo, la capitale del regno di Lilliput. I cui minuscoli abitanti erano stati preavvisati di non farsi trovare per strada, pena il rischio di venire inavvertitamente calpestati dall’Uomo Montagna.

Racconta Lemuel Gulliver nel quarto capitolo del romanzo: “Scavalcai la grande porta occidentale, cominciai a camminare di sghembo e con accortezza per le strade principali, con il solo giubbetto addosso, per paura di danneggiare i tetti e le grondaie delle case con le falde della giacca”.Chi ha letto quel romanzo meraviglioso si sarà reso conto che, dopo l’iniziale sorpresa, la differenza di proporzioni con i suoi ospiti diventa un dettaglio di secondo piano per l’esploratore, rispetto alla sua curiosità di vedere, e capire, quel mondo.Qualcosa del genere credo succeda ai visitatori dell’Italia in miniatura che, come ogni anno riapre ai visitatori a Viserba la sua area di 20 mila metri quadri in cui sono radunate le miniature in scala 1:25 di 270 monumenti italiani: cattedrali, palazzi, torri, riprodotti con certosina accuratezza e accostamenti surrealisti.

Qualche anno fa, una mostra a Reggio Emilia presentò anche le fotoricordo che quei visitatori poi postano regolarmente sui social: dopo qualche minuto di acclimatazione, si mettono in posa davanti ai diorami come farebbero davanti ai monumenti veri.Ghirri capitò a Italia in miniatura nel 1977. Voglio immaginare la sua felicità per la scoperta di questa gigantesca cartolina tridimensionale, che portava all’apice la filosofia delle guide turistiche che estraggono dai luoghi celebri soltanto alcune emergenze e le accostano fra loro come se in mezzo non ci fosse nulla; il suo entusiasmo per quella follia che sembrava fatta apposta per lui, l’ex ragazzino che sognava sfogliando gli atlanti geografici, che sono una miniatura del mondo.

Luigi Ghirri, from Italia in Miniatura (MACK, 2024). Courtesy of the artist and MACK
Luigi Ghirri, from Italia in Miniatura (MACK, 2024). Courtesy of the artist and MACK 

Era davvero una Disneyland, per lui, quel posto: ci trovò, già pronto, quel senso di dislocazione dello sguardo, quel conflitto senza strepito fra realtà e finzione, tra quotidianità e incongruo, quel rimbalzo fra visione e immaginazione, sui cui ha lavorato per tutta la vita.Alcune di quelle immagini finirono nel suo opus maior, ossia Kodachrome: altre in una serie meno conosciuta, In scala, per cui Ghirri scrisse in breve testo in cui si avverte ancora l’emozione per “la follia di questo viaggio, di questo vedere tutto contemporaneamente, distruggendo con lo sguardo i tempi storici, le distanze chilometriche”, lo strano piacere di trovarsi “in questo grande teatro [dove] una volta tanto gli attori sono molto più alti dei fondali”.

Da dove viene, questo fascino della miniatura? Ridurre le dimensioni di un monumento significa renderlo maneggevole, asportabile, trasferibile come un oggetto mobile. Nei dipinti classici, i generosi mecenati offrono al santo un modellino della basilica che hanno costruito per lui. Il desiderio di sentirsi più grandi del proprio ambiente non è una semplice presunzione da homo sapiens dominatore del mondo. È la ricerca ansiosa di un antidoto all’assillo primitivo di essere, invece, schiacciati dal mondo. Quell’assillo divenne una minaccia concreta nell’Ottocento, quando le grandi metropoli divennero improvvisamente megalopoli, e gli esseri umani si sentirono ridotti a formiche. la Parigi che inghiottiva Jean Valjean nelle sue viscere era un mostro, e lui una formica.

I Miserabili è ambientato nella prima metà dell’Ottocento ma Hugo lo scrisse nel 1862, quando i picconi del barone Haussman, prefetto della Senna, stavano già demolendo le stradine della vecchia città per inciderne il volto con i grandi boulevard.A metà del secolo, Parigi era per Engels la città in cui “si raccolgono tutte le fibre della storia europea”. La capitale del mondo. Un processo di microscopizzazione iniziò a comprimere il singolo alle dimensioni di un insetto in una giungla. La città stessa era un individuo, un corpo solo, che si lascia fare il ritratto solo tutta assieme: fu quella l’epoca dei Panorami, spettacoli illusionistici dipinti in cui la città si trasforma in immagine e dà spettacolo di sé stessa. Proprio un pittore di panorami, tale Daguerre, allora inventò la fotografia: le sue prime immagini erano paesaggi urbani ripresi dall’alto, deserti di vita.

Luigi Ghirri, from Italia in Miniatura (MACK, 2024). Courtesy of the artist and MACK
Luigi Ghirri, from Italia in Miniatura (MACK, 2024). Courtesy of the artist and MACK 

La fotografia risarcì l’uomo dell’età industriale della sua riduzione a ingranaggio di una macchina enorme. Le fotografie riducono il mondo a cartoncini uniformi e impacchettabili: lo ha detto l’inevitabile Susan Sontag. Per Ghirri, la parentela fra l’Italia in miniatura e la fotografia era assolutamente evidente: spazi che “assomigliano incredibilmente alla fotografia” perché “anche nella fotografia abbiamo il doppio, il viaggio fantastico nella variazione di scala, la ri-costruzione, il riportare sempre al presente il momento, il gesto, il passato”. Il parco diventa così la metafora degli usi della fotografia, la finta mimesi totale che lascia allo spettatore una scelta fra due realtà, quella dell'oggetto fotografico è quella del contenuto. Un prelievo parziale, ma soddisfacente, di mondo reale. Sapete, il parco ha una officina che ne cura costantemente la manutenzione, perché ogni tanto, senza farsi vedere, qualcuno rubacchia dei pezzettini. Le colonne della Torre di Pisa vanno forte. Bisogna rifarle e rimetterle a posto.

E questa appropriazione, vandalistica siamo d’accordo, però in fondo è coerente con lo spirito dell’operazione visionaria. Tutti questi monumenti sono dei prelievi di realtà. Esattamente come lo sono le fotografie.In questa riduzione, naturalmente, avviene una semplificazione: qualcosa si perde. È una operazione riduzionista in molti sensi: anche in quello epistemologico. Ovvero: ridurre un fenomeno al suo scheletro essenziale per poterne capire il funzionamento.Come Borges ci ha fatto capire nel suo celebre racconto sulla mappa dell’impero, riprodurre il mondo a scala naturale è del tutto inutile. Ridurre, dunque, serve a semplificare, a rendere maneggevole il mondo. Comprensibile in uno sguardo solo. Ancora alla portata di un desiderio di intimità con i luoghi in cui viviamo. Ma a un prezzo: la totale finzione. Per godersi l’Italia in miniatura, il visitatore deve lasciare all’ingresso la sua razionale incredulità, che gli mostrerebbe troppo prepotentemente che tutto quel che sta guardando è posticcio.

Questa ultima apparizione del diorama come spettacolo ci ricorda appunto tutte le finzioni in cui abbiamo voluto credere, la costruzione di finti villaggi, dalle casette pastorali di Versailles al borgo medievale nel parco del Valentino a Torino, fino ai centri commerciali che fingono di essere dei vecchi pittoreschi paesini dispersi nella campagna.Ma, ed ecco il colpo di genio di Ghirri: “è proprio in questo spazio di totale finzione che forse si cela il vero; È qui e solo qui che vedendo San Pietro non sommiamo le immagini mentali, ma riandiamo la percezione avvenuta nella realtà”.Voleva dire questo: quando siamo al cospetto dei monumenti reali, li guardiamo pensando a tutte le immagini che ne abbiamo visto ancor prima di vederli dal vivo, e quindi in realtà non vediamo i monumenti ma la loro immagine; quando invece siamo frale loro piccole copie, le guardiamo pensando al monumento reale, e dunque la nostra mente non vede le copie, ma la realtà.

Che intuizione fantastica: come in un’algebra del senso, meno per meno da più, mentire una menzogna ci apre la strada per una insospettabile approssimazione alla verità. La fotografia, menzogna inevitabile, può (anche questa la rubo a Fontcuberta) “mentire bene la verità”.Hanno ragione i curatori del libro a citare questo filosofo e teologo settecentesco, Heinrich Alsted: “se fingo, pecco contro la storia; Se non fingo, pecco contro la poesia”.

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Italia in Miniatura. Luigi Ghirri & Ivo Rambaldi. MACK

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