Di questo libro di Katja Petrowskaja, prima ancora di sapere alcunché né del libro né dell’autrice, mi era piaciuto il titolo: La foto mi guardava. Ho immaginato un testo sul potere delle fotografie, il potere che le fotografie hanno su di noi. Ed è anche questo. Un libro che ci spiega cosa le fotografie fanno a noi quando le guardiamo, che riconosce l’agency antropologica delle immagini, direbbe l’etnologo Alfred Gell; e soprattutto quella specifica azione delle fotografie, per la loro relazione speciale con la realtà. Quando l’ho letto, la mia originale aspettativa si è però mescolata ad altre sensazioni, alcune di delusione.
Dopo tutto, la struttura di questo libro è quella del “commento d’autore a una immagine”, genere di moderna ekphrasis (l’arte di parlare le immagini) che ha una certa fortuna sui media. Del resto, proprio questa è l’origine del libro: si tratta di 57 testi brevi, pubblicati fra il 2015 e il 2022 sul supplemento domenicale del Frankfurter Allgemeine Zeitung, che danno voce (la voce dell’autrice, ovviamente) ad altrettante immagini (non sono tutte fotografie) di diversa provenienza e qualità: fotografie dall’album di famiglia, foto d’autore, foto ritagliate dai giornali, foto fatte col cellulare…
E qui dico e mi contraddico, perché pur praticandolo io stesso, lo confesso candidamente, il genere dell’ekphrasis non mi piace. Non ho avuto esitazione, in passato, a criticare gli invece lodatissimi “romanzi di figure” di Lalla Romano, dove la coalizione tra prosa evocativa e immagini suggestive mi è sempre sembrata un po' stridente e irrisolta, viziata da una missione di "nobilitazione" delle seconde per mezzo della prima, un vero e proprio "commissariamento" letterario delle immagini percepite come incomplete, bisognose di un paterno, o materno, intervento di decifrazione. Anch'io, intendiamoci, sono convinto che le fotografie non parlino mai da sole.
Ma all’opposto di Lalla Romano credo che l'unica lingua che le foto sanno parlare fluentemente e autonomamente sia proprio quella che lei nega loro, ovvero quella delle emozioni afasiche, con sfumature e latitudini che nessuna parola, neppure poetica, può sperare di interpretare o "svelare" pena correre il rischio di forzare, di comprimere l'immagine, riducendola a traballante trampolino per tuffi poetici che possono anche finire fuori bersaglio.
A tratti, anche Petrowskaja corre questo rischio. Ed è curioso, ma anche questa cosa è ricorrente tra chi pratica il genere letterario del commento alle immagini, che tutto parta da un’affermazione, “la foto esige silenzio, come se le parole potessero intimidire la fragilità dello sguardo”, che viene immediatamente negata da 250 pagine di inchiostro tipografico. Ci sono passaggi che davvero ricordano la nostra Lalla, ad esempio: “Ero lì davanti a quella piccola fotografia, impietrita, con il vago desiderio di rivolgermi a qualcuno, di toccarlo, di tendere il braccio verso qualcuno - d'un tratto percepii infatti le mie braccia sino alla punta delle dita -, proprio come faceva la donna nell'immagine”.
Avevo letto qualche intervista all’autrice, oggi tedesca (in tedesco è il testo originale del libro), ma dalla biografia in bilico, ora straziante, tra Ucraina e Russia. Con pudore, lei stessa ne accenna, nella postfazione: “Vorrei opporre alla guerra queste miniature, questi piccoli frammenti, alla ricerca di una voce”. E questa riga mi ha imposto di rileggere il libro sotto un’altra luce. Davvero possiamo lasciar sfogare il caos delle immagini, che sono davvero stentoree, oggi, senza mettere letteralmente bocca nel loro vociare scomposto? In un’altra dichiarazione, pur partendo da un luogo comune, l’autrice spiega: “Le immagini ci sommergono da ogni parte: dai giornali, dai libri, dai manifesti pubblicitari, dalle esposizioni, dallo Smartphone e da Internet. Parlare di una singola foto rappresentava da parte mia il tentativo di fermarmi e di soffermarmi. Volevo mettere un freno all’inflazione delle immagini, non per il mondo intero, ma per me”.
Penso alle immagini che Petrowskaja non avrà potuto fare a meno di vedere, le immagini della guerra che è scoppiata nel cuore dell’Europa, e nella faglia della sua vita. E allora quel luogo comune “ci sono troppe immagini” qui si gonfia di realtà vissuta e sofferta, ed è una cosa che io rispetto.Così penso che Petrowskaja abbia voluto alzare uno schermo di fronte alla prepotenza delle immagini che ci guardano, è vero, ma non fanno solo questo, ci disturbano, ci molestano, ci modificano. Nel primo testo del libro, ecco una citazione dal poeta, a me ignoto, Sándor Csoóri: “La fotografia non è solo un flash, ma è anche un'esperienza. La sua forza risiede non già nell'essere vera, ma nell'essere concepibile. L'immagine concepibile non è da meno del pensiero pensato sino in fondo”.
Mi sembra che significhi questo: le fotografie si esperiscono, cioè si ricevono, si subiscono nell’esperienza. L’unico modo di non farsene dominare è concepirle. Renderle pensabili.Da quel punto in poi ho accettato l’ekphrasis di Petrowskaja come uno strumento di distanziamento salutare, non di correzione delle immagini ma di affermazione del diritto di resistenza di chi le guarda. Per opporre questa sana resistenza serve tempo, il tempo che una volta era garantito dalla necessità tecnica del processo analogico: “Per sviluppare una pellicola si ha bisogno di tempo, di un ambiente estraneo e di una camera oscura”.
Le fotografie delle guerre almeno servano a questo: a darci la consapevolezza che tutte le fotografie in qualche modo ci danno l’assalto. Ci guardano, ma agiscono. Indipendentemente da chi le ha pensate e realizzate. Giustamente si chiede Petrowskaja: “Il fotografo è nella condizione di sapere esattamente che cosa vede?”, e la risposta ovviamente è no, la fotografia si sviluppa soltanto negli occhi del destinatario, è una relazione e non un oggetto.
Certo, c’è un po’ di ritorno della abusata teoria del punctum di Roland Barthes. Ma Petrowskaja mi sembra più gelosa della propria volontà di decifrazione rispetto al filosofo francese, che si abbandona volentieri e proustianamente al vortice delle associazioni involontarie. Ad esempio, di fronte all’immagine di una donna sconosciuta, Petrowskaja reagisce: “Mi assomiglia in tutto, ma non sono io. Per un istante ho la sensazione che la donna si a più autentica di me, che rappresenti un'autenticità cui io non potrò mai giungere”.Anche quando ci siamo noi, nelle fotografie, anche quando si tratta di immagini che vengono dai nostri cassetti e dagli album di famiglia, dovremmo comportarci nella stessa maniera: l’abbandono va bene, se c’è anche il risveglio della ragione.
Racconta Petrowskaja della “sensazione che prova chiunque si imbatta per caso in vecchie fotografie che lo ritraggono: un pezzo di sé, di cui non si ha più alcun ricordo e di cui non si pensava di sentire la mancanza”. È una emozione molto prepotente, è il potere di attrazione fatale di Medusa. Di fronte alle fotografie, questo è il punto, la distinzione fra io e mondo tende a sfumare, le nostre fotografie e quelle altrui si somigliano, il medium fotografico, più omogeneo di quel che sembra, ha il potere della mescolanza.
Di fronte alla foto di una bambina col cane: “La mia infanzia aveva caratteristiche totalmente diverse, eppure non riesco a separarmi da questa bambina, come se io fossi lei”. Le fotografie sono calamite, vogliono qualcosa da noi. Essere guardate, diceva W. J. T. Mitchell. Sì, ma di più di questo. Usano la porta del nostro sguardo per entrarci dentro. Lasciamole pure entrare, ma come le accogliamo? Saranno ospiti rispettosi o invadenti? Prenderanno educatamente congedo o si sdraieranno sul divano del soggiorno per restare sempre lì?