Rettangoli che pensano

Ivo Saglietti, Perù, 1989 @ courtesy Archivio Saglietti
Ivo Saglietti, Perù, 1989 @ courtesy Archivio Saglietti 

Le inquadrature in fotografia parlano, giudicano, insegnano. Pensieri su una mostra di Ivo Saglietti

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Nella sua autobiografia Lo sguardo inquieto, affidata a Federico Montaldo nel 2021, cioè due anni prima di dire addio a questo mondo che a cui ha dato volti, Ivo Saglietti parla pochissimo delle sue fotografie, e molto invece di cose, luoghi, eventi, e anche delle avventure a volte romanzesche che ha vissuto per raggiungere, percorrere, raccontare tutte le cose che ha raccontato in una vita di reporter photographe, come diceva di sé in francese, essendo nato a Tolone, nel 1948 , ma piemontese e poi genovese per destino e scelta. Ed è Genova che lo ricorda oggi, a un anno dalla scomparsa, con una retrospettiva, Ivo Saglietti, un fotografo in cammino (a cura di Giovanni Battista Martini e Federico Montaldo).

Quando lo fa, quando parla di fotografia e di come fa il fotografo, dice cose che mi hanno colpito. Eccome una: “Quando arrivo in un posto, prendo alcuni appunti, a volte anche disegnini, di luoghi che fotograferò in seguito”. Ollallà: ma un reporter non è un cane da riporto? Non porta a casa quello che trova sul campo? Cosa mi significa questa pre-visualizzazione?

Due pagine dai taccuini di Ivo Saglietti
Due pagine dai taccuini di Ivo Saglietti 

Eh, significa una cosa che, se guardi il suo lungo lavoro, se ti soffermi a lungo sulle sue immagini, dopo un po’ capisci. Capisci che l’ideologia del fotoreporter che ritaglia rettangoli di mondo così come se prelevasse sul campo palate di realtà è largamente un mito, e fa parte di quella retorica che circonda la costruzione della leggenda del fotoreporter eroe della visione, il cui principale merito è essere lì, in mezzo alle pallottole, o alle catastrofi, e il resto viene da sé. No, essere lì non basta, e nell’opera di Saglietti, ingiustamente troppo trascurato dalla pubblica notorietà, nonostante abbia collaborato con grandi testate giornalistiche e vinto diverse volte i premi del World Press Photo, nell’opera di Saglietti, dicevo, capisci che essere lì è solo la condizione necessaria ma non sufficiente del mestiere.

Pre-vedere quello che si vedrà, o almeno dove lo si vedrà, non è far prevalete la costruzione mentale, il pre-giudizio, sui fatti, come potrebbe sembrare. È prepararsi a raccontare i fatti senza lasciarsi travolgere dalla loro prepotente immediatezza. E qui vado alla cosa che mi ha spinto a scrivere. Alle inquadrature di Saglietti. Ne vedete alcune qui.Premessa al ragionamento: l’inquadratura è uno strumento espressivo, questo lo sappiamo tutti. A dirla bene, è il più potente strumento espressivo a disposizione del fotografo, il suo unico modo (a meno che non organizzi una messinscena) di disporre le forme nell’immagine che otterrà. Il pittore costruisce l’immagine da dentro e riempiendo la cornice, il fotografo la costruisce gettando una rete rettangolare sulla realtà che ha davanti. L’inquadratura non è mai neutrale, o scontata, è sempre un elemento significante. Le inquadrature parlano, giudicano il soggetto che ingabbiano.

Per i grandi del fotogiornalismo, l’inquadratura era due cose opposte: o un dato di fatto non problematico, o una costruzione geometrica. Il campione del primo genere fu Robert Capa, che generalmente metteva il soggetto al centro e via, non per ingenuità o per incapacità artistica, ma perché la storia va messa al centro, per scelta ideologica che diventa scelta formale. Il campione del secondo tipo è ovviamente Henri Cartier-Bresson, per il quale il significato può essere estratto dal caos del reale solo se il perfetto equilibrio delle linee e delle forme raggiunge il suo momento culminante e unico.Anche nelle fotografie più forti di Ivo Saglietti, l’inquadratura è una dichiarazione, anzi di più: è una istruzione allo spettatore. Alcune sembrano sconcertanti: la figura principale, il presunto protagonista esce dal quadro, è senza testa, o senza corpo, e non è un incidente, si capisce benissimo che il fotografo ha spostato il mirino apposta.

Ivo Saglietti, Haiti, 1993  @ courtesy Archivio Saglietti
Ivo Saglietti, Haiti, 1993 @ courtesy Archivio Saglietti 

Ad Haiti, ad esempio, Saglietti va per iniziare a raccontare la vita degli schiavi moderni. In una delle sue fotografie, sopra i braccianti chini sul raccolto sono incombe la figura enorme di un sorvegliante a cavallo, di cui non vediamo la testa, ma solo le mani, pronte nel caso ad afferrare un’arma. L’oppressione ha sempre più mani che volto.

Ivo Saglietti, Libano, 2002  @ courtesy Archivio Saglietti
Ivo Saglietti, Libano, 2002 @ courtesy Archivio Saglietti 

E in Palestina, o nei campi profughi in Libano, i bambini che giocano in una terra di nessuno fuori da caseggiati costruiti al risparmio, non hanno corpo, perché il loro diritto di avere un corpo dotato di diritti è negato.

Ivo Saglietti, Srebrenica, 2009 @ courtesy Archivio Saglietti
Ivo Saglietti, Srebrenica, 2009 @ courtesy Archivio Saglietti 

Poi arrivi alla fotografia di Srebrenica, una delle più note e drammatiche di Saglietti. Quelle due donne velate di bianco, in un mare di bare grigie. E qui il rettangolo aureo le rispetta, le circonda, le abbraccia, non c’è nulla della loro disperazione che possa rimanere fuori dal quadro. Sono quei feretri semmai che cercano di sfuggire verso l’infinito della prospettiva, come se non ci fosse mai termine alla ferocia umana. È con quella forma geometrica così elegante e innocua che Ivo Saglietti suggerisce al lettore, che non conosce e a cui non può parlare altrimenti, come guardare le sue immagini. Gli dice dove può e deve guardare, e dove invece gli è proibito vedere, e dunque bisogna mettersi a pensare.

FOTOLIBRI SUL COMODINO

Ivo Saglietti, Lo sguardo inquieto. Un fotografo in cammino, a cura di Federico Montaldo. Postcart

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