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Caramelle o tappi?

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La sorte delle fotografie secondo Fontcuberta
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Ma le fotografie, oggi, sono caramelle o tappi? Le due metafore che Joan Fontcuberta propone quasi al termine della sua nuova riflessione sullo stato della nostra cultura visuale, dal titolo Oltre lo specchio, forse sono una sola: dolci e appiccicose, le immagini che saturano di glicemia la nostra dieta iconica quotidiana sembrano fatte apposta per bloccarci la gola e «ostruire il flusso libero delle informazioni visive».

Ma prima di assegnare lo studioso-artista catalano alla schiera dei catastrofisti apocalittici, a cui non è mai appartenuto, conviene leggere molto attentamente questo libro, dove Fontcuberta raccoglie le sue riflessioni più recenti sull’immagine contemporanea, scritti apparentemente disparati ma che si dispongono lungo una precisa linea critica: le nuove tecnologie sconvolgono, le nuove tecnologie tendono trappole, le nuove tecnologie possono essere l’antidoto al loro stesso veleno.

Fontcuberta, del r…

Ma le fotografie, oggi, sono caramelle o tappi? Le due metafore che Joan Fontcuberta propone quasi al termine della sua nuova riflessione sullo stato della nostra cultura visuale, dal titolo Oltre lo specchio, forse sono una sola: dolci e appiccicose, le immagini che saturano di glicemia la nostra dieta iconica quotidiana sembrano fatte apposta per bloccarci la gola e «ostruire il flusso libero delle informazioni visive».

Ma prima di assegnare lo studioso-artista catalano alla schiera dei catastrofisti apocalittici, a cui non è mai appartenuto, conviene leggere molto attentamente questo libro, dove Fontcuberta raccoglie le sue riflessioni più recenti sull’immagine contemporanea, scritti apparentemente disparati ma che si dispongono lungo una precisa linea critica: le nuove tecnologie sconvolgono, le nuove tecnologie tendono trappole, le nuove tecnologie possono essere l’antidoto al loro stesso veleno.

Fontcuberta, del resto, negli ultimi anni è sempre arrivato in anticipo su tutti gli avventi, compreso quello dell’intelligenza artificiale con cui ha giocato con perspicacia quando ancora non si chiamava così. Ma da decenni, dalle sue arcinote beffe fotografiche al confine fra credibilità e inganno, il suo bersaglio critico non sono le tecniche, ma le costruzioni di senso che autorizzano, e aiutano a imporre.

Per Fontcuberta le immagini non sono colpevoli di esistere: sono «la sostanza primordiale di cui è composta la nostra esperienza del mondo». Solo che abbiamo fatto fatica a capirlo. Abbiamo chiesto loro di essere una mediazione e uno schermo fra noi e il mondo, ci siamo abbandonati all’«incontinenza del realismo». Erano una superficie magica, come uno specchio, sì, ma lo specchio di Alice, attraversabile e ispezionabile. Invece, le abbiamo prese come specchi e basta, repliche esatte del mondo, abbiamo affidato loro «un valore probatorio, con un atto di fede».

Un secolo iconofago, il Novecento, ne ha fatto indigestione, le ha ingoiate devotamente, come ostie decorate, e questo «ci ha portato a una sorta di cannibalismo»: ci nutriamo ormai solo di immagini di noi stessi. Ben venga, allora, lo scandalo dell’intelligenza artificiale, del resto «la fotografia è stata ontologicamente un catalizzatore di scandali»; ben venga se può «toglierci la banda degli occhi e metterci pedagogicamente di fronte alla nostra ingenuità».

Dopo tutto, i robot fabbricanti di immagini «non fanno che perpetuare lo schema sequenziale della triade ingestione-digestione-defecazione: ci deve forse stupire che si soffra di una diarrea di immagini?». L’IA ci sbatte in faccia il nostro pantagruelico appetito, nutrendolo beffardamente di minestra riscaldata: «l'intelligenza artificiale funziona con un orco costretto a ingoiare quantità spropositata di immagini per offrirci risultati degni di nota».

La generazione automatica di immagini per mezzo di immagini porta all’esasperazione quel che questi due secoli di immagini meccaniche hanno praticato: l’hybris della replica integrale, il sogno della visibilità totale, che hanno gettato i nostri occhi in aria con i droni, che hanno ridotto la civiltà umana a giocattolo, per darci l’illusione di essere ancora giganti nel nostro stesso mondo, e non le sue marionette, come i turisti in visita all’Italia in Miniatura, il paradiso di Luigi Ghirri. Una presunzione, quella fotografica, spinta fino alla pretesa di rappresentare il volto di Dio e celebrare la Sindone come la prima fotografia della storia e assieme un dono divino.

E tuttavia, cosa abbiamo fatto di questa massa spropositataci nuove immagini gettate nel mondo? Alla fine, abbiamo distolto lo sguardo. L’ipervisibilità si è tradotta nel suo opposto, che forse era il suo vero scopo: distoglierci dall’analisi di quel che vediamo, «ubriacandoci di elementi visivi impattanti che sovrastano la soglia della nostra percezione». Censura per eccesso. «Il paradosso è che non facciamo più fotografie per guardarle, siamo sommersi di immagini che quasi nessuno vede», tranne i robot ruba-dati, ma che tutti scambiano. La connettività fa premio sull’osservazione. Chi guida il gioco, non ci interessa. Forse un po’ nauseati, abbiamo rinunciato a capire cosa succede in cucina: «sappiamo che c'è il trucco, ma non perdiamo tempo per scoprirlo: ciò che vogliamo e che l'illusione funzioni». L’insieme ci affascina, il dettaglio ci sfugge. «I binocoli sono stati sostituiti dal caleidoscopi».

Però la cura, per Fontcuberta, può essere solo omeopatica: è l’inganno che ci svela l’inganno, è la manipolazione che tradisce la manipolazione. L’IA potrebbe essere il cavallo di Troia imprevisto del senso critico nella cittadella della gestione autoritaria e nascosta della cultura post-fotografica contemporanea. Ma a un patto: che rinunciamo una volta per sempre alla cessione di credito che abbiamo immeritatamente tributato alle immagini, ossia di essere le ambasciatrici totalizzanti del reale. Una sfida che «è possibile vincere solo andando oltre lo specchio, recuperando tutto quello che sembra essere rimasto latente al di fuori dei suoi margini».

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