Yoko Ono, artista nel nome della Pace

Yoko Ono, artista nel nome della Pace

Un’attenta disamina approfondisce l’opera dell’artista concettuale che “tutti sanno chi è ma nessuno sa cosa fa”. Il testo, scritto a quattro mani da Francesca Alfano Miglietti e Daniele Miglietti, analizza i tanti linguaggi utilizzati, dalla poesia alle sperimentazioni musicali, e svela un nuovo e potente ritratto della pioniera dell’arte performativa

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“Ci ho messo quasi due anni e mezzo a scrivere questo libro non trovavo materiale in rete, o meglio, solo informazioni scorrette. Sono dovuta andare a recuperare giornali di quegli anni, cataloghi, articoli. Ho viaggiato, girato per biblioteche, fatto interviste, insomma per organizzare uno studio serio e approfondito su di lei ho dovuto muovere il …, mi hai capito”.

Certo, abbiamo inteso, se Francesca Alfano Miglietti si prefigge un obiettivo non la ferma nessuno e il libro che contiene tutto il grande lavoro di ricerca è su un personaggio scomodo: Yoko Ono. Brucia questo libro dopo averlo letto, da poco uscito per Shake edizioni.

Intervistare FAM, poi, è sempre un’esperienza perturbante, essendo lei una delle più sensibili e battagliere storiche e critiche dell’arte in Italia. Infatti, il suo soprannome non è solo un acronimo, ma corrisponde al suono della pronuncia del termine francese “femme”, donna, che da grande sostenitrice dell’arte al femminile, s’è decisamente guadagnato.

Il testo si divide in due parti distinte, la prima scritta da Francesca Alfano Miglietti e la seconda firmata da Daniele Miglietti, esperto musicale e nella vita anche suo nipote. Nell’insieme si pone lo scopo di essere un manuale necessario per scandagliare in ogni piega l’articolata figura di questa artista, per troppi anni relegata solo al ruolo di compagna ingombrante di uno dei quattro leggendari “Fab Four”.

Quindi, due anni e mezzo di duro lavoro, ma “Perché Yoko Ono”, che è anche il titolo del primo capito del libro, e come mai si trova poco materiale online sulla sua pratica artistica?

Ho voluto concentrarmi su di lei perché credo che sia un’artista grande quanto Joseph Beuys (il più emblematico rappresentate delle correnti dell'arte concettuale della seconda metà del Novecento). Nel senso che lei è un artista molto consapevole, molto poetica e soprattutto ha capito che fare arte, non è semplicemente fare opere, ma fornire coscienza. In questo la similitudine con Beuys e con quella che circa cinquant’anni dopo sarà chiamata “arte relazionale”. Per lei è sempre stato molto importante il contatto con un pubblico non passivo, ma attivo e quello che più mi interessa è come ha innescato un sabotaggio al sistema dell’arte.

In che senso “sabotaggio”?

L’unico modo per disturbare un sistema così organizzato è quello di sottrargli gli oggetti artistici e Yoko Ono è un’artista che fondamentalmente non lascia opere, per cui non sarà neanche possibile fare il solito mercatino da sciacalli quando lei non ci sarà più. La maggior parte delle sue opere sono fatte dal pubblico, oppure, come nel caso della sua magica scacchiera con tutti gli scacchi bianchi (che sottrae l’idea della competizione perché a un certo punto si inizia a fare confusione e non c’è più né un perdente o un vincente), gli oggetti che predispone per le mostre, poi, spariscono e non si possono vendere. Yoko Ono è una di quegli artisti, e ce ne sono pochissimi al mondo, che non vogliono ridurre la propria arte a un oggetto da vendere.

Nel testo la visione è allargata al periodo in cui praticava, al movimento Fluxus di cui faceva parte e alla sua formazione tra Oriente e Occidente. Quindi, che artista è stata Yoko Ono e come ha deciso di tracciarne l’evoluzione?

Lei è una delle fondatrici di Fluxus, quindi bisognava approfondire il movimento. Si distingue poi per la sua vena concettuale, che sin dalle origini l’ha accompagnata, ma ha anche una vena dadaista, che si esprime nel coinvolgere lo spettatore, però in questo va oltre le indicazioni di Duchamp e induce il pubblico a fare azioni consapevoli dando delle precise istruzioni. Anche nella formazione spazia: se in Giappone studia musica, a New York studia filosofia, per cui il suo approccio è concettuale, sia dal punto di vista artistico che del linguaggio. Poi non si può prescindere da qualche nota biografica determinante, tipo: apparteneva a una famiglia molto ricca, di banchieri, e da quando decide di vivere in America smette di avere contatti con i genitori che si vergognano della figlia. Per lei non era prevista una vita da artista, da poetessa o altro, ma da “ragazza bene”. Quindi, vive in una casa occupata, campa dando lezioni di giapponese, ed è qui che inizia a organizzare mostre sue e di suoi amici.

Veniamo alla seconda parte del titolo, ovvero “Brucia questo libro dopo averlo letto”, che è lo stesso di un libro di Yoko Ono. Come mai ha deciso di prenderlo in prestito?

Esatto, tutti mi fanno i complimenti per questo sottotitolo, ma è l’unica cosa che non ho fatto io. L’ho preso da “Grapefruit”, il suo libro pubblicato originariamente nel 1964, ne esistono varie versioni, e contiene una serie di “partiture per performance”. Sono istruzioni che ti obbligano ad attivare l’immaginazione. E qui veniamo al punto saliente, cioè lei per tutta la vita ha lavorato su due sole tematiche: la potenza dell’immaginazione e la pace. Per tutta la vita le ha perseguite e non in modo astratto, per cui nel suo lavoro trovi il problema della violenza sulle donne, dei migranti, della multiculturalità, della guerra, tutte cose che ti rendono consapevole. Perché l’arte se non ti rende consapevole, non è arte. Se diventa decorazione, diventa una cosa meravigliosa, ma non è arte, quindi, tanto vale bruciarle quelle indicazioni.

L’edizione di “Grapefruit” del 1970 ha un'introduzione di John Lennon. Nel suo libro accenna solamente al loro rapporto, come mai questa scelta?

Io mi sono posta due problemi quando ho iniziato a scrivere, uno di non parlare di John Lennon, perché sembrava che non si potesse parlare di Yoko Ono senza parlare di lui e l’altro di far approfondire la parte musicale a chi ne ha le competenze. Lennon era un grandissimo personaggio, un grandissimo musicista, ma è stata lei a farlo evolvere. Non sta a me dirlo, ma dopo averla conosciuta ha prodotto canzoni meravigliose, come Imagine che hanno fatto insieme, insomma, non è certo peggiorato, anzi. Attraverso lei ha conosciuto John Cage, Marcel Duchamp, l’arte concettuale, ha preso consapevolezza dello stare al mondo, insomma, partono da lei certi stimoli e non viceversa. Quando si conoscono lui è un miliardario inglese, che cammina con la Rolls Royce, ha un sacco di ragazze, fa uso di droga e lei è quella che pensa di utilizzare la sua fama mondiale per parlare di pace. Approfitta della sua notorietà per parlare ai capi del mondo. Compiono insieme la bellissima azione di mandare ai vari presidenti delle ghiande per far crescere alberi invece che far sparare proiettili, e poi considero “Bed -in” la performance più poetica del Novecento.

Tornando al libro, ci spiega meglio come mai avete deciso di dividerlo nettamente in due parti?

Fosse stato per me, che sono esagerata, avrei desiderato che questo libro fosse scritto da 5 persone, uno che si interessasse del rapporto di Yoko Ono con la poesia, un altro del rapporto con il cinema, ecc. In realtà poi queste cose le ho fatte io, tranne la musica su cui non ho competenze. La parte musicale è molto complessa, per intenderci, lei ha fatto parte della prima performance di John Cage, Johnny Rotten ha dichiarato che l’inizio del punk è Yoko Ono per le sperimentazioni che ha fatto con la sua voce. Quindi, è un argomento che assolutamente andava sganciato e approfondito da un esperto.

Un capitolo si concentra sulle ultime esposizioni di Yoko Ono, che sembra essere stata riscoperta. Quest’inverno ho visitato io stessa a Berlino una sua importante mostra distribuita addirittura su tre sedi, come si spiega questo rinnovato interesse?

È un buco di cui qualcuno si è accorto, tanto che negli ultimi dieci anni a livello museale è un continuo, dall’Argentina a Bilbao. Tutti sono molto stupiti dal suo fare arte, ma ancora in troppi continuano a non sapere chi è. John Lennon aveva coniato una definizione perfetta per lei: “tutti sanno chi è ma nessuno sa cosa fa”, ed è ancora così. E come mai accade questo: perché vengono celebrati solo i primi venti artisti che sono funzionali al sistema.

Dopo questa affermazione forte, ci confessa le reali ragioni per cui ha scritto questo libro?

Io sto facendo molte presentazioni per parlare di pace, e ora più che mai ce n’è bisogno. Non ho scritto per fare una biografia o una agiografia, ma perché vorrei dare seguito al suo modo di fare arte, che amo perdutamente. Ovunque lei ha fatto una mostra nella sua vita anche recentemente ha sempre preteso di fare dei cartelloni giganteschi per la città che inneggiassero alla pace. Lei è stata un’artista attivista che ha sempre preso posizione, non per una parte o per l’altra, ma per la pace. “La pace inizia se tu lo vuoi” diceva, dandoti la responsabilità di quello che accade. Poi ricordiamo che John Lennon vive grazie a lei, il monumento meraviglioso che gli ha dedicato in Islanda si accende il giorno della sua nascita, il giorno che si sono sposati e così via. Alla base di questa scultura di luce vengono seppelliti dei desideri, operazione legata a certi rituali shintoisti, che si ripete ogni sua mostra, e consiste nell’invitare le persone a scrivere su bigliettini dei desideri, questi vengono appesi a due alberi del posto che lei fa esporre, poi li fa raccogliere e seppellire dove c’è il memoriale di John. Così continua a produrre meraviglia, bellezza e poeticità.

Lei l’ha conosciuta, avete fatto due mostre insieme. Che donna è, e quanto ha fatto per le donne? Ricordiamo poi che il prossimo febbraio compirà 93 anni.

Sì, l’ho conosciuta e abbiamo fatto insieme le esposizioni “Sguardo di donna” e “Un cuscino per sognare”. Decisamente la questione femminile per lei è sempre stata presente, e la sua idea di femminismo non è diversa dalla sua idea di pace, nel senso che non deve essere portata avanti come un conflitto. Ha messo il suo corpo al centro fin dalle prime performance, gestendo anche un’antipatia molto forte data dal suo essere giapponese in tempi complicati e dalla sua storia con Lennon. Il rancore che si porta dietro è ingiustificato, non ha ragione d’essere, persino gli altri Beatles lo hanno condannato, ma resiste tanto che anche il sito della Shake, dalla pubblicazione del libro, riceve moltissimi messaggi contro di lei. C’è persino un modo di dire coniato apposta, “effetto Yoko Ono”, ovvero qualcuno che viene odiato, ma non si sa il perché. Ora non sta più a New York si è ritirata in campagna dove vive con la compagnia molto affettuosa del figlio, ma credetemi da lei c’è ancora tanto, tanto da imparare.

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