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Anatomia di un massacro

R50/ Viaggio tra i sopravvissuti agli orrori di Bucha, la città simbolo dei crimini di guerra russi, nell’articolo pubblicato il 17 aprile 2022
12 minuti di lettura

Bucha – Uomini e cani dormono abbracciati, tormentati da incubi che durano tutta la notte. La mattina presto, nel buio completo di questa città, si accende una candela e quello è il primo gesto della giornata. Poi bisogna preparare il fuoco in cortile, tra quattro mattoni, mettere su la minestra, tagliare la legna. Bucha è tornata all’Ottocento. Era una città moderna da 28mila abitanti, c’era anche il Mc Donald’s. Presa il 24 febbraio, liberata il 31 marzo. Oggi vive nel fumo della legna verde che si brucia per cucinare e scaldarsi, un fumo bianco che impregna i vestiti e i capelli e fa lacrimare, ce ne fosse ancora bisogno. Niente acqua corrente, elettricità, gas, riscaldamento, internet, linea telefonica. Ma è comunque una vita, anche se primitiva. Nessuno più spara nelle strade e dai tetti. Ma non è ancora finita. Il rumore di un’auto senza marmitta fa abbassare la testa d’istinto. Ma non è più il boato dei missili.

Poche case sono abitate, molte distrutte, quasi tutte saccheggiate. Chi ha un cane è felice, perché di notte tiene un bel caldo, e anche il cane è contento. Poi, a Bucha ci sono tanti cani impazziti, le bombe e gli spari li hanno resi folli. Corrono in tondo, attaccano chi gli passa troppo vicino. Ringhiano. Hanno un collare, ma non hanno più un padrone. Un giorno qualcuno sparerà anche a loro. Vicino all’ultimo checkpoint prima di entrare in città, un grosso pastore tedesco sdraiato a terra, moribondo, qualcuno gli ha appoggiato vicino al muso un pezzo di pane, ma lui non lo vede più. Un’ora dopo è morto. Un uomo lo tocca con un piede, ma è proprio morto. Così per gli umani, che si spostano a piedi e sembrano stanchissimi. Sopravvissuti, reduci. In cappotti che sono stati eleganti, ma sporchi, fanno la fila per il sussidio davanti al Comune, nel vento gelato che porta sempre lo stesso odore di bruciato, di nafta, gasolio, di marcio. Un uomo urla “fateci entrare!”, è stanco di aspettare, fa troppo freddo qui fuori. Una donna si mette a piangere, ha le mani tagliate dai geloni.

A 500 metri da qui stanno scavando la seconda fossa comune, quindi arrivano ventate che sanno di terra smossa, e anche un altro odore, forte. Ci sono donne che non parlano più, che hanno visto sparare a qualcuno, o hanno seppellito un parente in giardino. Ci sono quelle mute dopo lo stupro, chiuse in casa per sempre. E ci sono anche quelli che muoiono di dolore. Tutto è finito, i russi se ne sono andati, oggi hanno anche distribuito il pane, eppure muoiono sfiniti, così.

Bonifiche di mine e cadaveri

Il Gymnasium di Bucha è diventato un posto importante. Qui distribuiscono i viveri, e anche quello che serve per pulirsi: salviette umidificate, gel disinfettanti. Fosse estate, qui sarebbe già scoppiata un’epidemia di tifo e colera, dati i corpi insepolti, l’impossibilità di lavarsi, la debolezza di una popolazione rimasta alla fame per settimane. La fila è lunga, saranno 300 persone con le borse della spesa vuote, i sacchi da riempire. Nessuno parla, si aspetta pazienti. Danno un pezzo di pane fresco, una lattina o due di fagioli o ceci. Un pacchetto di zucchero, posate di plastica. Da un camion scaricano i bottiglioni di acqua potabile, uno a testa. Dentro c’è la mensa dei volontari, che lavorano a turni per sistemare e distribuire la roba che arriva qui da tutta Europa. Nikole mostra orgogliosa un pacchetto di “Biscottino biberon” Plasmon, arriva dall’Italia: “Dì ai tuoi amici che è arrivato tutto, i nostri bambini hanno bisogno di cibi speciali”.

Il palazzo ha la luce, così come il Comune, un grosso generatore in cortile garantisce l’energia. Al piano di sopra, la sede provvisoria della polizia, dove un capitano di cui non si può dire il nome mostra una mappa di Bucha: “Le zone che vedi tratteggiate in rosa sono bonificate”. Allora la città è stata ripulita, e si pensa alle mine. “No, per ora abbiamo “ripulito” le strade dai cadaveri e dalle mine. Solo le strade. Ma come vedi, mancano ancora alcune zone di periferia, e un grande parco in cui finora non è andato nessuno, lì ci potrebbero essere altre sorprese”. Corpi, o mine antiuomo. Poi ci sono le case. Chi è sopravvissuto sa cosa è successo nella propria, ma non in quella dei vicini, che magari appare disabitata, e forse non lo è. Bisogna quindi entrare, eliminare le eventuali mine, cercare eventuali cadaveri. Ogni giorno ci sono “sorprese”. Nelle cantine scavate nella terra del giardino, dove si tengono al fresco il vino, i barattoli di cetrioli, il miele, le conserve. O nei piani seminterrati, usati come rifugio durante i bombardamenti. Qui succede di sentire l’odore di decomposizione che filtra dalla porta chiusa. Un mese fa, qualcuno ha aperto quella porta, visto le facce delle persone terrorizzate che hanno sentito i russi entrare, spaccare tutto e arrivare alla porta. Qualcuno ha buttato una granata e richiuso. Perciò ci sono ancora le “sorprese”. Dove sono queste case? “Dappertutto. È un lavoro difficile e lungo”, servono artificieri e becchini pronti a intervenire, perciò il sindaco Anatoly Fedoruk fa appelli: “Non tornate qui. Le condizioni di vita sono difficili, e dobbiamo ancora fare le bonifiche”.

Il sindaco fornisce il bollettino ogni sera, la conta dei morti è arrivata a 430. Orientarsi è difficile, all’arrivo dei russi gli ucraini eliminarono i cartelli stradali, cancellarono i nomi delle strade, tanto per prendere tempo e confonderli un po’. Dove siamo? Qualcuno può aiutarci a trovare Yablonska? La via lunghissima dove a marzo si raccolsero molti corpi mitragliati e rimasti a terra per settimane, in un coprifuoco eterno, fino all’uscita dei russi dalla città. “Noi siamo troppo occupati, mi spiace”. E neanche in Comune, l’unico posto dove c’è un wi-fi possibile, ma bisogna avere una password che nessuno ha, a parte lo staff del sindaco. Il Gps non funziona, perché non c’è segnale, le antenne sono forse stata la prima cosa abbattuta dai russi. E vagando per la città battuta dal vento, tra i soldati dei checkpoint sotto le loro mantelline antipioggia, ecco una donna che chiede un passaggio. Ha un cappotto nero di piumino molto macchiato, e uno zaino a fiorellini rosa, strapieno. E una borsa di scatolame, fagioli dalla Germania, farina polacca, fazzoletti di carta. Si chiama Maria Zherevchuk, ha 63 anni, prima della guerra ha sempre lavorato come baby sitter a Kiev, per famiglie di funzionari di ambasciata. Accetta di accompagnarci, e ha voglia di parlare perché nel suo quartiere è rimasta praticamente sola.

Yablonska street

Uno stradone lungo qualche chilometro, che è stato il punto di forza dei russi, poi la loro via di fuga. “Dove vedi i cancelli abbattuti, è perché ci avevano messi i tank”. I tank sono spariti, nei giorni scorsi li hanno caricati sulle autogru e ammassati in periferia, così come le auto esplose, le carcasse bruciate, tutto quello che non può essere recuperato. Ne restano alcuni sulla strada che porta a Irpin, ma gli esperti dell’esercito stanno esaminando anche questi, annotandone la posizione per quando si ricostruiranno le fasi dell’occupazione, le azioni, la ritirata. Su Yablonska, squadre di volontari raccolgono i resti di ferraglia, i bossoli, la spazzatura. Si cammina in una poltiglia nera e metallica, la pioggia rivela ogni tanto scintillanti proiettili color del rame, gli schizzi macchiano scarpe e vestiti. Ma i volontari puliscono con grande pazienza, hanno scope e pale che sembrano quelle da neve, tanti mucchietti ordinati, un camion passerà a raccogliere. Restano le case distrutte, pezzi di muro anneriti, steccati abbattuti, i segni profondi dei cingoli negli orti, e molti stanno bruciando la spazzatura in giardino, e ci sono enormi cumuli di finestre, porte, mobili a cui si dà fuoco per fare pulizia intorno a casa, chi l’ha ancora. E si alzano quindi anche questi roghi di fumo nero, bruciano così bene le vernici e le plastiche. Vania, che avrà 30 anni, vuole mostrare dove era il tank parcheggiato a casa sua. Restano le impronte, e le pareti sfondate per il rinculo. “Noi eravamo nel seminterrato, e tutto tremava”.

Yablonska vuol dire albero di mele. Apple street, sta scritto su un complesso di palazzine moderne, non una finestra intera, e un grosso buco sulla facciata della prima, ciuffi di materiale isolante che escono dai buchi delle mitragliate. “Una volta questa strada si chiamava Kirova”, spiega Maria, “in onore del generale Kirov”, che forse è Sergej Mironovic Kirov, amico di Stalin ed eroe dell’Unione Sovietica. Morto assassinato, e lì Stalin diede il via alle purghe. Maria continua a chiamarla Kirova, questa strada. “Tutti la chiamiamo così, anche dopo la decomunistizzazione, che è di due anni fa, quando hanno tolto tutti i simboli russi”. Qualcosa è rimasto, ma perché non c’è stato mai il tempo. Sul vialone intitolato al poeta nazionale Schevchenko, un tank russo della guerra in Afghanistan, su una base di cemento, sembra un giocattolo. Sulla strada degli alberi di melo c’è Svitlana, appena arrivata da Kiev, a vedere cosa ne è della sua casa. Però aspetta che arrivi un parente. La casa appare intera, a parte la porta sfondata. “Qui vivevano dei russi, chissà cosa c’è dentro. Aspetto un parente, da sola non ho il coraggio”. Lei non lo sa, ma a pochi metri dal suo cancello verde c’erano molti cadaveri, come dimostrato dalle immagini del satellite, che già il giorno 11 marzo ha fotografato 11 cadaveri, e lì sono rimasti a lungo insepolti. Fino agli ultimi giorni del mese, quando è partito il contrattacco ucraino.

Mama Ira

Uno di questi morti ha un nome. Iryna Filkina, impiegata in un negozio di materiali edili, aveva 52 anni e molte passioni. Quella per il trucco e la manicure l’ha resa identificabile, a differenza di molti dei morti di Bucha, tuttora catalogati come “unknown”. La sua maestra di makeup, Anastasia Subacheva, ha visto online la foto della sua mano sinistra, una mano sporca di terra ma con quelle unghie laccate di rosso ciliegia e un cuoricino rosso che sembra d’argento, sull’anulare. Perciò ha pensato “è lei, è Iryna!”.

Dalla Polonia dove si è rifugiata con la sorella, la figlia Olga ha poi dichiarato che sì, era proprio sua madre. Alla Cnn ha spiegato che la prima settimana di guerra Iryna l’ha passata al centro commerciale Epicenter, a cucinare per i primi sfollati della città e per i soldati ucraini. Le figlie l’hanno convinta a scappare, e il 5 marzo ha deciso di partire, su un convoglio di auto in partenza dall’Epicenter. Ma non c’era più posto per passare la notte lì, e poi voleva riportare la bici a casa, e non ha ascoltato le suppliche delle figlie: “Prendi il treno, che è più sicuro”. Iryna ha risposto “non conosci tua madre, sono capace di muovere le montagne, io”. Non ci sono state altre telefonate. Un video ripreso da un drone (prima del 10 marzo) mostra forse il momento della sua uccisione. Si vede una persona che pedala piano lungo Yablonska, arriva a un incrocio e il carrarmato russo fermo a 100 metri la vede, spara quattro volte, si vedono bene quattro sbuffi. Poi più niente. È difficile ritrovare il posto, la geografia è distrutta, non ci sono riferimenti possibili, e a cosa servirebbe, poi.

I riconoscimenti dei cadaveri

Sul bordo della seconda fossa comune di Bucha c’è Ruslan Kravchenko, che indossa una pettorina blu “War Crime Prosecutor”. Un uomo giovane, la faccia senza espressione. È qui dal 1° aprile, a sovrintendere le riesumazioni. Un lavoro opprimente per lui e per i becchini in tuta e maschera antigas, che strappano alla terra cadaveri in pessime condizioni, li adagiano su una barella di ferro arrugginito che un braccio meccanico solleva e poi posa ai piedi degli investigatori. Un poliziotto riprende l’arrivo di ogni corpo con una telecamera, intanto un drone riprende tutte le operazioni, perché nessuno possa dire che era solo una finta, i cadaveri attori truccati, comparse insomma. Kravchenko si mette i guanti e comincia a esaminare un fagotto, sembra un uomo giovane, con la barbetta rossa e la bocca spalancata, piena di terra. L’uomo ha molte coperte addosso, una arancione di pile, una scozzese. Ha un paio di mutande blu, una canottiera gialla e altre due maglie addosso. Niente scarpe. Si cercano i documenti, ma non li ha. Si fa una prima ispezione del corpo, intanto un agente scrive età approssimativa, abiti, ferite. Questo ha un colpo alla nuca, uno dei tanti morti così. Ne arriva un altro. Più anziano, pantaloni Adidas blu con le bande rosse, maglione marrone, niente scarpe. Lo rigirano, ha un colpo alla schiena. Lo prendono in due, la testa penzola una volta a destra e una volta a sinistra, poi finisce in un sacco nero lucido, nuovo.

Si fa una pausa, i becchini sono esausti, e sono solo le 11 del mattino. Kravchenko accetta di parlare, spiega che “quasi nessuno ha con sé i documenti, quindi li cataloghiamo come sconosciuti. Li porteremo in obitorio per le autopsie”, a Kiev, perché qui non c’è modo di conservarli. “A tutti faremo il prelievo del Dna, in modo che non ci siano errori”, e anche il rilievo delle impronte digitali, che è però difficile. Ma per il Dna bisogna poi trovare un parente a cui fare lo stesso esame per la comparazione. Un genitore, un figlio. I parenti sono dispersi chissà dove, o morti. Non è quindi facile collegare il morto al vivo. “Abbiamo una lista ufficiale, gli elenchi dei riconosciuti, quello dei “missing” di cui qualcuno ha fatto denuncia di scomparsa”.

Al di là delle strisce rosse e bianche che delimitano l’enorme scena del delitto, una donna anziana che si chiama Olena Dorogan, racconta che uno l’ha riconosciuto, “era un mio vicino di casa, e anche lontano parente. Era vestito con i vestiti che aveva sempre addosso, vorrei informare la famiglia che non ho mai più visto, ma come faccio? Non ho il numero, e poi non funzionano i telefoni”. Vorrebbe farsi avanti per dire chi era quell’uomo, dice “questi nostri morti sono rimasti soli per giorni, nelle strade”. In uno sprazzo di sole, scintillano le cupole dorate della chiesa di Sant’Andrea, che ha le pareti bucate, le vetrate distrutte, un prete cerca di ripararle con dei teli di plastica. Quando qualcuno tornerà a Bucha, allora si farà avanti e gli chiederanno foto, prelievo di Dna, e altre informazioni necessarie all’identificazioni. Le impronte dentarie, sempre che esistano ancora. Così, forse, verranno identificati altri corpi le cui foto hanno fatto il giro del mondo. L’uomo con il giaccone marrone, le mani legate dietro la schiena. L’uomo sulla bicicletta verde, di cui Maria Zherevchuk sa qualcosa, ma non il nome perché è di un quartiere lontano: “Ho sentito dire che aveva tre figli, e quel mattino era uscito per cercare il pane. Lo aveva trovato, è rimasto lì a terra con lui”. Da dove gli hanno sparato? Da questa palazzina a strisce gialle arancioni sulla via Tarasivska, proprio davanti al piazzale del supermercato Atb, “un discount che quel giorno aveva il pane. I russi erano lì, dietro quelle finestre”.

Anna, che aveva 11 anni

Maria sa un’altra storia, che a Bucha sanno tutti e soprattutto lungo la Yablonska. “C’è una ragazzina di 11 anni che…”. Avanti, racconta. “Due sono entrati in casa, era sola. Ma se anche ci fosse stato qualcuno, nessuno avrebbe potuto aiutarla. L’hanno violentata, più volte”. Maria è reticente, e si fa anche il segno della croce. Un’altra donna conosce questa storia, ed è Nikole, quella che distribuisce i viveri. “So chi è e dove vive, se vuoi chiamala Anna, ma non dico di più. Vive non lontano da me con la madre, che è disperata. Non è mai più uscita di casa. È come se l’avessero uccisa. Non parla più”.

Altre donne hanno subito, come quella ritrovata nello stesso quartiere, nella cantina di una casa in cui i proprietari sono tornati a cose finite. Il signor Shepitko ha ispezionato l’appartamento, che era piena di spazzatura lasciata dai russi. Il nipote è sceso in cantina, ha trovato una pelliccia sporca, dentro c’era una donna, nuda, solo quella addosso. I capelli lunghi biondi, i lividi sulle gambe, che erano state spezzate, e anche sulle braccia. I segni delle prese, dopo le hanno sparato. Attorno al cadavere c’erano dei profilattici usati, di quelli che danno ai soldati, e anche in casa ne hanno trovati altri. Viene in mente quella telefonata intercettata dai servizi segreti ucraini, la donna russa che dice al marito combattente “violenta le ucraine, se vuoi, ma io non voglio saperne niente, hai capito?”. Lui le domanda se ha il suo permesso, allora. “Sì, ma devi metterti il preservativo, ricordati di farlo”.

Il quartier generale dei russi

Sulla Yablonska c’è anche la “fabbrica del vetro”, un enorme complesso dismesso da anni, vi producevano vasi per marmellata, bottiglie e bicchieri. Un posto che impiegava centinaia di operai. “I russi sono arrivati, io mi sono svegliato di colpo”, dice Sergij Kovalchuk, 70 anni, guardiano. “Hanno sparato alla serratura del cancello, un attimo dopo erano dentro con tank e camion. Si sono accampati qua, per settimane, hanno fatto la loro “kasarma”. Hanno anche bruciato due palazzine. Io? Sono scappato, non potevo difendere da solo questo posto”. E cento metri più in là c’è il quartier generale dei russi, un edificio a sei piani che una volta era il palazzo uffici della fabbrica del vetro, poi riadattato a ristorante, studio dentistico, uffici per professionisti. Qui dentro sono state ammazzate delle persone, lo dice una lunga striscia di sangue che segna il trascinamento di alcuni corpi, dall’ex teatrino all’esterno. E infatti all’esterno, proprio girato l’angolo, hanno trovato sette cadaveri, lasciati lì per settimane. “Uno era mio marito, ho appena trovato le scarpe”. Yulia, 29 anni, cuoca del ristorante di cui non resta più niente. “L’hanno ammazzato il 6 marzo, era un meccanico, un tekhnik. Non è mai tornato a casa, l’ho cercato ovunque. E vedi, queste sono le sue scarpe”. Il cadavere non sa dove sia, qualcuno le ha detto dei sette corpi ritrovati tra le sterpaglie, ma ha solo trovato le scarpe da ginnastica, nere. Perché hanno fatto questo a tuo marito? “Non c’è spiegazione. Era solo un meccanico”.

I russi hanno bevuto molte bottiglie saccheggiate nel ristorante, distrutto tutto quello che potevano, e sono vissuti qui dentro un mese, nella loro sporcizia. Al piano di sopra dormivano, al pianterreno vivevano, preparavano ordini di battaglia, mangiavano, torturavano. In una stanzetta, hanno abbandonato alcuni giubbotti antiproiettile, segno che se ne sono andati di fretta.

Il cecchino

Era lassù, al decimo piano di un palazzo in costruzione. “Sparava verso sud, verso la città”, dice Maria. Tutti lo sapevano, che c’era lo sniper sdraiato lassù, a inquadrare nel mirino del suo fucile di precisione, con molta calma, umani e cani, gatti, in un mese ha sparato a tutto quanto gli piaceva. “È salito il 5 marzo, è sceso il 27. È diventato famoso, anzi famigerato, tutti avevamo paura di lui”, così racconta Tamara, bidella della scuola numero 3, nella strada che si chiama Vokzalna. Con lei c’è la madre Svitlana Ivanivna, 83 anni, occhi celesti, un bastone tra le mani. “Le tengo compagnia, perché non si senta troppo sola in questo luogo abbandonato. Se tornano i russi li bastonerò”.

Ma intanto piange, ha ancora paura. La scuola è devastata, in un corridoio hanno fatto un tirassegno, bucando le pareti. Hanno distrutto i computer, il televisore del preside, insozzato le pareti e i pavimenti di legno. Hanno incendiato le carte, i documenti e i libri. Nel cortile c’erano alcuni tank, e la piazzola dei mortai pesanti. Sono rimaste decine di casse da munizioni, e i bossoli dei proiettili da 120 millimetri, bruciati, un binocolo rotto. Tamara ha le mani nere, e non sa come pulirle, “ho provato a raccogliere un po’ di spazzatura, ma è un’opera gigantesca, come posso farlo da sola? Ci vorrebbe una squadra”. Tutte le vetrate sono in frantumi, le schegge scricchiolano sotto le scarpe. Le belle piante verdi di Tamara, le orchidee che stavano sui davanzali e che i bambini disegnavano, sono tutte morte, nel gelo che entra dalle finestre bucate, ma non è la cosa più importante, adesso.

La postazione dei lanciamissili

Tiravano su Irpin, da qui, nel bosco di pini altissimi che c’è in Kyevo-Mirotska. A 50 metri dalla casa di Maria, che “quando sono arrivati, ho provato a restare nell’appartamento, ma non c’era più il riscaldamento, allora mi sono rifugiata nella casetta in fondo al giardino, perché c’è una stufa”. Una casetta di legno, un posto da favola. Dodici metri quadri, l’unica finestra rinforzata con un pezzo di legno, un ramo robusto di betulla tagliato in giardino. “Quando hanno cominciato a sparare con il Grad, io mi sono sdraiata per terra, il contraccolpo ha spalancato finestra e porta, che adesso non chiudono più. Allora io e il mio cane Grunia siamo andati nella cantina che è scavata nell’orto. Poi è arrivato il mio vicino di casa Petro con il suo cane, e lì siamo rimasti un mese".

Hanno mangiato cetrioli e carne salata, bevuto acqua piovana. “Ognuno abbracciato al suo cane, per stare caldi”. Poi è arrivata un’altra vicina di 90 anni, Lidia. La sua casa di legno è rimasta bruciata, si è salvata per caso. In tre, con due cani. “Abbiamo tanto pianto, abbiamo dovuto imbavagliare i cani perché erano terrorizzati”. Di notte uscivano per lavarsi le mani con l’acqua raccolta dai tetti, che ancora oggi usa per lavarsi le mani. Nel bosco si vedono i segni dei camion dei Grad, che sono i lanciarazzi che hanno colpito Irpin e anche Gorenka Mostyshcke. “Sai cosa sono i Grad? Io non lo sapevo, ma Lidia mi ha spiegato che durante la Seconda guerra mondiale i russi avevano le katiuscie, e i Grad sono uguali, solo più moderni”. E qui, sotto un pino, hanno ammazzato Ivan, che aveva 17 anni e Maria non ricorda il cognome. “Abitava laggiù, l’hanno trovato per strada e gli hanno sparato. Vedi, questo è il suo cappellino”. Maria spiega che ha sentito lo sparo, e anche visto il corpo, una mattina che ha sbirciato attraverso la staccionata, “ma non sapevo come andare a prenderlo”. E i genitori, lo sanno? “Non credo, chissà dove sono finiti. Non li ho mai più visti”. E c’è un buon odore di pini, qui intorno, ma permane un odore metallico, così forte che Maria se lo sente ancora nel naso, sui vestiti, e chissà quando sparirà.

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