La morte di Enrico Berlinguer, 35 anni fa

Enrico Berlinguer, il suo carisma

Dall'archivio di Repubblica 16 giugno 1984 E' stato colui che ha trasformato il comunismo in qualcosa di accettabile e di vivibile. Il primo che ha riconosciuto fino in fondo il mondo cattolico ed i suoi valori

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La malattia e la morte di Enrico Berlinguer hanno provocato una emozione profonda nell' intero Paese. Non solo fra i comunisti, ma anche negli avversari. Al suo funerale sono venute decine di delegazioni straniere. Per spiegare un fenomeno del genere non basta una causa. Tutti i fatti umani e sociali emergono da significati profondi, da simboli, da circostanze. Esplorarli significa scavare in numerose direzioni, osservare le cose sotto diversi aspetti, illuminare le molte facce di una realtà complessa. Incominciamo, perciò, dall' aspetto più evidente, riconosciuto. Berlinguer è stato colui che ha trasformato il comunismo in qualcosa di accettabile e di vivibile. Il primo che ha riconosciuto fino in fondo il mondo cattolico ed i suoi valori. Che ha combattuto il terrorismo di matrice marxista dando un appoggio senza riserve alla democrazia italiana.

Il primo che ha inserito il comunismo nella tradizione democratica dell' occidente, senza le ambiguità di tutti i suoi predecessori. Non dimentichiamo che, per il mondo comunista, la vera democrazia era la "democrazia popolare" cioè un regime totalitario a partito unico. Per questo ha rappresentato, in Europa e nel mondo, un modello di riferimento, una guida a molti altri partiti comunisti. La sua straordinaria abilità la si è vista nell' esserci riuscito senza rompere drammaticamente con Mosca, senza scomuniche, anzi addirittura accettando la Nato, una alleanza militare opposta al patto di Varsavia. E lo ha fatto rimanendo, fino in fondo, un comunista. Non ha mai rinnegato il passato, le tradizioni. E' rimasto sempre fedele alla base del suo partito, in sintonia con i vecchi militanti. Ha potuto farlo perchè aveva una mentalità rigorosamente ideologica. Non si è mai stancato di ripetere che il "compromesso storico" non era una formula di governo ma un tipo di rapporto politico, sociale e culturale.

La sua critica al comunismo sovietico non è mai stata rozza o da nemico. L' ha sempre considerato una deviazione da un progetto originario, un errore, comprensibile in quelle situazioni storiche, e correggibile nel futuro. Questo è proprio del grande leader ideologico, intellettuale, che interpreta la storia in vista del futuro. Sono stati questi suoi meriti, come leader di un partito italiano, come democratico, come eminente figura ideologica del comunismo internazionale, che hanno provocato il senso di perdita ovunque e perfino l' omaggio dei nemici. Se adesso continuiamo l' analisi non è per smentire questi fatti, ma soltanto per vederne altri aspetti, o in altre prospettive. Per prima cosa conviene soffermarsi sul particolare, specialissimo rapporto che esiste fra un leader comunista e il suo partito, i suoi militanti, iscritti, simpatizzanti. E' qualcosa che non c' è negli altri partiti. La Democrazia cristiana, si dirà, ha avuto De Gasperi. Ma De Gasperi non era amato, visceralmente, incondizionatamente, come lo è stato Togliatti, o Lenin o Stalin, dai suoi. La Democrazia cristiana è una confederazione di correnti, non un organismo sociale unitario, con una coscienza collettiva.

Se si vuol trovare un esempio di analogo amore, dobbiamo pensare alla Chiesa, al papa. La morte di Pio XII, la morte di Giovanni XXIII, hanno provocato una emozione del genere. Nel partito comunista, come nella chiesa cattolica, il leader è, in realtà, un vero capo carismatico. Egli simbolizza non solo il partito quale è, ma la sua meta e il suo destino. Attraverso di lui passa la storia. I cristiani, per indicare questa straordinarietà, dicono che è ispirato dallo spirito santo, illuminato da Dio. Ma in tutti i veri capi carismatici c' è una scintilla dell' infallibilità divina. Eppure i militanti, il popolo di Dio, li sentono come uguali a loro. Soprattutto nel partito comunista che è profondamente, ideologicamente ugualitario, il capo è anche il compagno. E' "Palmiro", è "Enrico", vicino e amato come un fratello. Il più umile lavoratore sente di poterlo abbracciare, di potergli dare la mano, accarezzarlo. Identificandosi con lui ciascuno si identifica con tutta la comunità marciante, tutti gli altri compagni, di tutto il mondo. E non solo i vivi, anche i morti: i fondatori, i militanti che hanno combattuto nel passato, i martiri. E tutti gli oppressi di ieri, come di oggi e di domani.

Il movimento abbraccia il più remoto passato e il più lontano futuro, perchè è storia e destino. Identificandosi con il leader, ogni comunista si sente, come lui, partecipe di questa potenza, protagonista di questa volontà di redenzione. In collettività di questo genere la morte del capo, perciò, produce un dolore acuto, come se morisse il padre, o il fratello o l' amato. Ed è un dolore sentito come cosmico, perchè trascende il soggetto. Nel passato la gente aveva presagi. La natura stessa soffriva. Scoppiavano temporali, pioveva sangue, i terremoti squarciavano la terra. Questa esperienza, in genere è sentita solo dai seguaci. Coloro che sono esterni al partito, alla chiesa, o al movimento, non ne sono toccati. Però vi sono dei capi che, con la loro azione, hanno influenzato la vita anche di coloro che sono all' esterno. Che hanno esteso la loro leadership all' intera nazione o a più nazioni. Allora l' esperienza, che normalmente è tipica dei credenti, si generalizza, si estende. Così è successo per Giovanni XXIII o De Gaulle, oggi per Berlinguer. I "meriti" di cui abbiamo parlato all' inizio, hanno predisposto l' animo degli altri all' apertura, all' emozione. Essi allora vengono, per così dire, assorbiti momentaneamente nel movimento. Sono trascinati a partecipare con i fedeli, a sentire come loro. Vivono la morte non più dall' esterno, ma dall' interno.

Passiamo ad un secondo aspetto. Recentemente su "Il Giornale Nuovo" è apparso un articolo in cui si sostiene questa interessante tesi psicologica: Berlinguer, in realtà, non era amato. La gente era costretta ad ammirarlo, a riconoscerne le virtù. Però l' insieme delle sue qualità, come il riserbo, l' onestà, la serietà, il rigore puritano, lo rendevano uno straniero in patria. Era diventato ingombrante. Morendo ha liberato molta gente di un peso, fuori come dentro il partito. Ma questo ha creato un senso di colpa. Di qui il lutto collettivo, gli omaggi degli avversari: lacrime di coccodrillo. In parte questa tesi è senz' altro vera. Anche Bocca e Scalfari hanno molto ben evidenziato la natura anomala di Berlinguer come politico. Ma io aggiungerei quelcos' altro ancora. Come abbiamo visto Berlinguer era un grande ideologo. Non importa che non abbia scritto molto. Il compromesso storico, l' eurocomunismo, la critica al socialismo reale, l' indicazione di una terza via comunista, gli danno un posto di rilievo nella storia dell' internazionalismo proletario. Però queste indicazioni ideologiche sono rimaste, in ampia misura, ideali, utopiche.

Il compromesso storico non si è tradotto in relazioni politiche stabili, i comunisti non sono andati al governo. Berlinguer ha dovuto rivedere tatticamente le sue posizioni. L' eurocomunismo è svanito per la debolezza dell' Europa. La terza via è rimasta una indicazione vaga, una aspirazione morale più che politico-economica. Col passare degli anni Berlinguer sembrava distaccarsi sempre di più dalla realtà che lui stesso aveva contribuito a mettere in moto. La gente si rendeva oscuramente conto che la sua epoca era passata, che stava incominciando il suo declino. Per questo motivo la sua morte può essere stata, sia pure inconsciamente, una liberazione e, nello stesso tempo, un segno di gloria. Perchè è morto giovane, e non ha dovuto subire l' umiliazione di sopravvivere a se stesso. Di qui il senso di colpa e però, anche, la commozione sincera. MA vi è, forse, un terzo livello. Con Berlinguer finisce veramente un' epoca. Non solo per i comunisti, ma per tutti. Un' epoca difficile che comprende gli anni di piombo, ma anche le grandi speranze collettive degli Anni Sessanta, dai figli dei fiori, ai movimenti studenteschi, femminista e sindacale.

Gli anni delle grandi speranze utopiche, della fiducia nell' azione collettiva e nella politica. Oggi questa speranza è morta. La politica non è più intrapresa collettiva, movimento verso una meta ideale. E' amministrazione, pratica quotidiana. Non ha ideali di perfezione, anzi non ha affatto ideali. Non è più nemmeno riformista nel senso tradizionale. Perchè il riformismo era una modalità di avvicinarsi alla meta, ma aveva una meta. Oggi la politica tende a diventare negoziato fra le forze sociali, oppure economia, strumento per uno sviluppo economico. Sono, d' altra parte, in atto nuove forze trasformative, la rivoluzione postindustriale, con l' elettronica, la telematica, che sconvolgono le classi sociali, creano nuove ricchezze e nuove potenze. E' un' epoca di trasformazioni produttive, determinate solo dal mercato, quindi di natura non solidaristica, anarchiche. Solo dopo un certo periodo di tempo si delineeranno i nuovi assetti sociali, i nuovi luoghi del potere, i nuovi conflitti, i nuovi dilemmi. Allora sorgeranno i nuovi movimenti. Oggi no.

In questa epoca politicamente silente, gli uomini hanno spesso l' impressione di perdere il futuro, di non avere più fini, più ideali. Non solo in Italia, dovunque. In questo mondo mutato, Berlinguer non era solo una sopravvivenza. Era la testimonianza vivente di una fede viva, di una speranza e di una volontà che non si spegne. Lui non si era arreso all' esistente e continuava a combattere in nome di un ideale anche se questo appariva sempre più lontano, perfino irreale. Per questo la sua morte crea veramente un vuoto.

C'è ormai soltanto un' altra persona che può raccogliere questo suo particolarissimo tipo di eredità: il presidente Sandro Pertini. Anche Pertini è un grande capo carismatico. Anche a lui la gente grida "Sandro, Sandro" come a un compagno. Anche Pertini è instancabile, dedicato totalmente agli altri come un soldato. Anche Pertini viene dall' epoca delle grandi fedi ideologiche e delle grandi speranze. Pertini, però, non è comunista. Il suo carisma non è ristretto ad un partito, si allarga a tutta la nazione. Anche in questo senso è finita un' epoca. Forse il patriottismo di partito, dell' antico partito comunista, quando sopra il partito non c' era nulla e nessuno, è in declino e potrebbe addirittura non tornare più.