Comfort zone

Comfort zone
Una nozione nata nelle aziende che ha fatto un "rapida carriera"
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Più di vent'anni fa a proposito di una questione in un'azienda sentii dire: "L'Amministratore Delegato ci è rimasto male" (le maiuscole si percepivano anche nel parlato). Tutti noi siamo sicuri che per diventare amministratori delegati occorrono doti che sono incompatibili con il rimanerci male. Eppure fu detto, e ragionevolmente. È da allora che segni ripetuti hanno segnalato la novità. Le aziende ormai hanno una psiche, mentre i loro dipendenti, clienti, interlocutori in genere è meglio che facciano a meno della propria. Le aziende si impermaliscono, devono essere trattate con delicatezza, bisogna saperle prendere, blandirle.

Non stupisce allora l'esistenza di una disciplina intitolata "Psicologia delle organizzazioni", anche se va escluso che insegni a condurre sedute avendo sul lettino un intero board di consiglieri. Proprio nell'ambito di questa nuova disciplina è stata introdotta la nozione di "comfort zone" che ha poi fatto una rapida carriera nella chiacchiera diffusa. Ma cosa sarà, poi, una comfort zone? Come sarà fatta?

In origine deve essere stata quella parte di attività professionale che ognuno di noi svolge senza difficoltà o problemi di sorta, in piena routine, rispetto ad altre mansioni che svolgiamo per impratichirci e altre ancora, che non ci competono affatto e su cui cerchiamo di applicare il meno peggio di noi stessi. Oggi però la moda lessicale è dilagata e investe qualsiasi esperienza della vita. Se invitiamo a un ristorante di pesce un riluttante mangiatore di carne lo esortiamo dicendogli "Esci dalla tua comfort zone, per una volta!". Che in questo sarà poi la zona dove dimora il comfort food.

Chi usa l'espressione sembra quasi pensare che i suoi conoscenti si siano stabiliti in una specie di lounge di aeroporto, con addetti sorridenti e sexy, musica soffusa, comodi divani, ampia offerta ricreativa di audiovisivi e videogiochi e open bar - mentre fuori è tutto un digrignar di denti di turisti con voli annullati, bagagli smarriti, stewart carogne, disservizi e soprusi di ogni tipo.

Se la comfort zone di due paragrafi sopra pareva tran tran questa dell'ultimo sembra oasi di pace. Sappiamo bene però che è un'immagine ingannevole. Che nella vita non sia possibile fare proprio sempre e soltanto quel che viene facile e quel che si sa già è quasi ovvio. Non si può ma neanche lo si vuole. Siamo però sicuri che per dire tale ovvietà occorra una categoria come la comfort zone, che non si capisce neanche se sia il tran tran o la gabbia dorata o il divano degli sdraiati serriani?

Nella declinazione particolarmente italiana del concetto si avverte l'agitarsi di un residuo, riconvertito e come ritradotto, della pedagogia per cui non si ottiene nulla senza un sacrificio. Noi ne conosciamo l'evoluzione monoteista, ma l'origine era già pagana: are votive, capretti e tori quando non vergini da sgozzare perché gli dèi fossero propizi ai nostri desideri.

Più in generale però il concetto di comfort zone va a completare quella cassetta di attrezzi, cacciaviti e brugole mentali, con cui costruiamo discorsi su noi stessi e il nostro prossimo. Se Maurizio Ferraris aveva parlato di un' "Ikea di università", l'ateneo della strada qui ci indica l'ingresso a un suo dipartimento: un'Ikea di psicologia. Con poca spesa e minor difficoltà siamo in grado di assemblare discorsi-contenitori, divani concettuali, armadi relazionali. Materiali e attrezzi sono alla portata di tutte le tasche e di tutte le abilità manuali e i prodotti montati si adattano bene a tutte le case e a tutti i casi.

Dalle difficoltà scolastiche della prole agli screzi e scleri coniugali, dalle assemblee di condominio alle riunioni natalizie famigliari tutto quanto ci càpita nella vita sociale passerà attraverso la griglia cognitiva formata da questi pratici concetti. Il complesso di Edipo e l'invidia del pene, no, si sono spanati, non funzionano da decenni. Sull'isteria meglio andarci cauti. Via libera invece all"'empatia", al "narcisismo" (fine l'aggiunta di "patologico"), dopo Moretti al "deficit di accudimento". Comportamenti "divisivi", "non inclusivi" sono la traduzione in psicosinistrese della buona vecchia stronzaggine. "Passivo-aggressivo" si applica a quasi tutti, cioè con la sola esclusione di chi aggressivo lo è attivamente (e quindi non necessita di diagnosi, casomai di taser). Molto utile anche "sociopatico", così come "analfabeta affettivo". Quale più ampia zona di comfort che poter riferirsi a tutte le evenienze della vita disponendo di parole di sonorità importante, di uso semplice e di abuso più che invitante ?

Ai medesimi comportamenti una volta ci si riferiva o con termini scurrili (mi limito al singolo campionamento dato qualche riga fa alle voci "divisivi" e "non inclusivi") oppure con termini tecnici delle discipline psicologiche usati in forma iperbolica. Chi cambiava sempre la prima ordinazione della pizza era "schizofrenico", chi temeva che il barista gli facesse apposta cappuccini mediocri era "paranoico", uno che tardava a comprendere era detto "cerebroleso" e i peggiori disfemismi in uso per i colpiti da affezioni come la sindrome di Down venivano convocati spensieratamente a ogni minima occasione. Oggi che queste abitudini sono state rintuzzate a suon di indignazioni forse è in realtà anche peggio, perché nella di per sé lodevole ricerca di termini appropriati si emettono diagnosi tanto velleitarie nel fondamento quanto nella sostanza crudeli. L'unica attenuante che si poteva avere prima era però di importanza cruciale: si sapeva benissimo che si stava esagerando. Ora invece si dà di anaffettivo patologico a qualcuno e ci si sente bene: onesti, competenti, tassonomici.

E cosa ci rimproveriamo, continuamente, l'uno con l'altro? Di avere un inconscio e non saperlo tenere a bada, di non agire come macchine efficienti e ben programmate, di non saperci comportare sempre in funzione di quel che ci è richiesto o di quel che diciamo. Di rivendicare insomma il diritto ad avere una psiche e di non devolverla a quella dell'organizzazione che ci ha accolto benevolmente, ma con qualche mal trattenuta impazienza. E allora tu non pensare di poterci stare poi tanto comodamente. Esci dalla comfort zone, e anzi dall'idea che una comfort zone esista.


Questa è Lapsus del 3 giugno 2023, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento