Autocrate, autoritario, dittatore, monarca assoluto, fascista, feudale, sergente, shogun, tiranno. La piccola e cupa via lattea di parole risulta da una minima ricerca lessicologica a partire dal sostantivo "dèspota". La parola sta tornando attuale per ragioni storiche e per ragioni enigmistiche. Cominciamo da quelle storiche.
Oggi, in Italia, "dèspota" si può usare solo in senso esteso, e iperbolico. Nessun dèspota reale potrebbe convivere con una Costituzione come la nostra ma al mondo il dispotismo letterale esiste, purtroppo. È interessante però vedere che sul vocabolario le accezioni definite sono tre. La prima è quella letterale, di sovrano assoluto. La seconda è estensiva: "Chi esercita la propria autorità in modo arbitrario ed eccessivamente rigoroso". La terza, data come arcaismo, è sorprendente: "Nell'amministrazione bizantina, parente del sovrano" (dallo Zingarelli).
Nei mesi in cui nei luoghi di potere alti, medi, mediocri e bassi si insedia una classe dirigente non sempre nuova ma comunque di nuova pertinenza meloniana, tale accezione bizantina risulta preziosa. È sintesi rotonda del fenomeno per cui il carisma del potere si effonde come stato di grazia - ma anche come grazia dello Stato - in direzione di consanguinei, affini, discepoli, delfini. Potremmo radunarli tutti sotto l'etichetta di "casigliani", che ha una sua pertinenza appunto storica.
Il sostantivo "dèspota" con le sue varianti arcaiche "dèspoto" o "dispòto" (da cui l'aggettivo "dispotico" ancora in uso) ci arriva proprio dal greco bizantino, e il suo etimo rinvia al significato di "padrone di casa". La casa ha un o una despota, un padrone o padrona - e famigliari e famigli oltre a obbedire partecipano del potere che la casa stessa ha su tutte le altre della polis. La casa, il domus, il dominio.
Anche via da Bisanzio i politici che si mostrano volitivi e promettono brividi di autocrazia oltre a dire sempre "io" parlano sempre della "casa". Sottolineano che a "casa nostra" decidiamo noialtri; a "casa loro" dove devono tornare quelli che non ci sono nati. E quando ottengono i millesimi necessari a decidere per tutto il condominio eccoli a buttare giù muri, tirarne su di nuovi, ristrutturare costituzioni, rifoderare le poltrone, riarredare le commissioni. Aleggia la vecchia aria della soave Gigliola Cinquetti: "E qui comando io e questa è casa mia, / ogni dì voglio sapere chi viene e chi va".
Mentre l'arte di governo (dal latino gubernum, timone) ha a che fare con le navi, lo stare a galla, l'arrivare in porto sani e salvi; l'esercizio del dominio (dal latino dominum, padrone di casa) ha invece a che fare con la casa, la proprietà, il potere di comandare sugli altri che ci abitano. Noi votiamo per chi ci deve governare e ci troviamo ad avere padroni di casa. Questo ci piace? No. Non ci piace. Lo riteniamo "dispotico", lo riteniamo "distopico": ed eccoci alle ragioni enigmistiche.
Questa è Lapsus del 27 agosto 2023, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento