In una bella domenica di dicembre a Lambrate, periferia nord est di Milano, si è riprodotto un rito quasi antico, ormai quasi desueto e perciò inatteso: una banda di ottoni suona, dando agli adulti la possibilità festosa di partecipare alla gioia istantanea e totale dei bambini. I musicanti si sono appostati su un comodo marciapiede, di fronte a un giardinetto attrezzato per i giochi, non lontano dalla chiesa parrocchiale; sono tutti in divisa da Babbo Natale. Insomma, una cosa seria.
Durante la mia infanzia, in Bovisa, la banda veniva a suonare anche nei cortili condominiali. Le mamme mettevano in mano ai figli dei piccoli involti di carta strappata dai sacchetti della verdura, in cui qualche moneta veniva serrata da una molletta per il bucato.
Un'altra emozione esclusiva del periodo natalizio era infatti il lancio del proiettile munifico dal balcone, magari di un piano alto, mirando a una zona di cortile sgombra di musicanti, spettatori e tombini. Finita la suite di tre pezzi e mentre piovevano le monete incartate la banda salutava, con particolare calore se qualche membro aveva tra gli abitanti di quel caseggiato persone care. Era il nostro caso, perché il nonno suonava il tamburino (detto in milanese "roll") e dal basso si sbracciava prima di andare assieme a tutti gli altri ad allietare il numero civico successivo. Per qualche anno io stesso ho poi partecipato di persona al rito in veste di musicante, al fianco di mio nonno, e allora toccò anche a me schivare gli involti spioventi dai piani alti.
L'occasione imponeva al maestro della banda di restare saldamente all'interno di quella metà del repertorio che aveva carattere religioso, metà a cui apparteneva anche una minima frazione di pezzi da eseguire soltanto a Natale. Era fra questi il popolare Adeste fidelis, canto che in qualche circostanza mi avevano già insegnato nell'infanzia. Ora riproducevo appunto fedelmente le sue note col mio strumento ma da bambino le cantavo rivestite della loro materia linguistica. Non so però se da ciò ne derivi che io "conoscessi" il testo. Sapevo certo quali sillabe emettere, e quando; il testo era però in latino e non me ne era stata mai fornita la traduzione, quindi la mia consapevolezza di cosa stessi dicendo non era gran che superiore a quella di quando sillabavo il grammelot angloide dello "uac ciu ari" sulle canzoni dei Beatles.
Il latino qualche appiglio lo dava: "adeste" diceva assai poco, ma "fidelis" si lasciava un po' intuire. Arrivando poi a "Venite, adoremus" io congetturavo che fosse un invito a cantare in coro, a godere assieme delle gioie della musica: "Venite a Do, Re, Mus". Il "Mus" doveva essere il Mi in latino.
Questa è Lapsus del 24 dicembre 2023, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento