Ad accorgersi dell'inghippo è stato, opportunamente, uno studioso della lingua, quindi un collega di Noam Chomsky, che della linguistica o glottologia è però una specie di star mondiale. Prima di arrivare all'inghippo, una questione: se ci sono gli "archistar", potremo chiamare Chomsky "glottostar"? È meglio o peggio di "linguistar"? Credo che la domanda sarebbe considerata lecita dallo stesso Chomsky, poiché corroborerebbe una volta di più la sua convinzione che la lingua stessa sia creativa e lo sia due volte: creativa poiché consente di formulare quantità illimitate di proposizioni inedite (creatività che rispetta le regole) ma creativa anche perché consente di modificare la lingua stessa standoci all'interno e risultando comprensibili, come quando si inventano neologismi del genere di "glottostar", per quanto ripugnanti essi possano risultare all'orecchio e all'occhio (creatività che cambia le regole).
Quanto famoso sia Chomsky lo si è potuto appurare all'inizio della scorsa settimana, quando la notizia poi smentita della sua morte si è diffusa rapidamente e con l'evidenza e l'enfasi che si debbono alle grandi scomparse. Merito della sua "grammatica generativa", che per decenni è stata considerata da molti la teoria linguistica di riferimento? È lecito dubitarne: conta probabilmente meno di quanto la relatività ristretta e generale abbiano determinato la popolarità di Albert Einstein. Chomsky è arrivato al decimo decennio della sua vita rimanendo attivo e soprattutto costituendo una voce di opposizione radicale alla politica degli Stati Uniti fin dal pamphlet I nuovi mandarini con cui nel 1969 richiamò gli intellettuali a un ruolo di sorveglianza critica contro la tecnocrazia e contro la propaganda bellica americana sul Vietnam: argomento di inoppugnabile attualità, come anche le sue critiche alla politica israeliana, lui che dello stato di Israele è stato un sostenitore. Saranno piuttosto queste le cause determinanti della sua notorietà.
All'inizio della sua fortunatissima carriera Chomsky ha discusso della nozione di "grammaticalità" fornendo un esempio divenuto proverbiale. Si tratta del principio per cui possono esistere frasi grammaticalmente corrette e però senza senso (ciò di cui i commissari che stanno correggendo gli scritti della maturità possono tranquillamente testimoniare); l'esempio era quello che dice: "verdi idee incolori dormono furiosamente". Roman Jakobson, altro celebre linguista, ma di orientamento assai diverso, dimostrò come la frase non sia affatto insensata e come persino la convivenza di una perfetta contraddizione in termini ("verdi" e "incolori") possa dare luogo a interpretazioni non del tutto illogiche anche se bizzarre. Càpita del resto con ossimori divenuti di uso persino comune, come quello del "silenzio assordante".
Ora siamo pronti per l'inghippo. Nunzio La Fauci è uno studioso della lingua le cui convinzioni sono più vicine a (o meno lontane da) quelle di Jakobson piuttosto che quelle di Chomsky. Ha un blog di osservazioni linguistiche intitolato a un filologo alessandrino, Apollonio Discolo. In questo blog ha ripubblicato un annuncio trovato in un post: "Morto all'età di 95 anni Noam Chomsky, il maggior linguista vivente...". Dalle idee verdi ma senza colore al maggior linguista vivente ma morto. La "grammaticalità" è salva; con il senso in un modo o nell'altro proveremo a cavarcela.
Questa è Lapsus del 23 giugno 2024, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento