Supportare, sopportare

Supportare, sopportare

Per cosa, davvero, si ringrazia? Quando basta solo un cambio di vocale...

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“Grazie ai miei nonni". "Grazie al mio amore". "Grazie, a mio fratello". "Grazie al gruppo delle mie amiche". La pagina gratulatoria alla fine delle tesi di laurea spesso non è la meno interessante del lavoro, anche se l'interesse che desta è certo differente, e tutt'affatto speciale.

La mutazione si è osservata da tempo, e anche nei libri. Dediche e ringraziamenti una volta andavano all'inizio, o in esergo o in calce alla prefazione; ora invece occupano un'appendice, in fondo. Pare di ricordare di averlo notato per la prima volta nei libri di Piervittorio Tondelli, con derivazione certa dai testi degli Lp rock, pop, cantautorali. Anche nelle tesi di laurea il luogo demandato ad accogliere queste comunicazioni non è più preliminare ma conclusivo: si chiude un "ciclo" di studi e con quello un periodo di vita, come ultima cosa viene da ringraziare amici, amori e parenti (va anche molto il ringraziamento che la persona laureanda rivolge a sé stessa).

Ma per cosa si ringrazia? È qui che alligna un binomio arguto assai diffuso anche in ambiti non accademici: "Grazie per avermi supportato e sopportato". Chi lo ripete non ha, in tutta evidenza, alcuna cognizione della sua estrema diffusione, che è tale da impedirgli ormai di strappare neppure mezzo sorriso. Il binomio costituito dai due participi (peraltro cugini strettissimi per etimo) si presenta alla mente del parlante con seduzione quasi obbligativa, da quando il verbo inglese "to support" ha visto ambientarsi disinvoltamente il suo adattamento all'italiano presso i parlanti della nostra lingua. Chi dice "grazie per avermi supportato" non può quasi fare a meno di dire "e per avermi sopportato!" , aggiungendo così una sorta di autocritica melodrammatica.

Un po' come dire: "Era dura ma ce l'ho fatta grazie al tuo appoggio e riconosco come tu non me lo abbia fatto mancare neppure quando i miei comportamenti avrebbero indotto a maledirmi lo stesso Giobbe". Se si potesse concepire una classifica del genere forse diremmo che nella graduatoria dei binomi arguti più ripetuti in italiano "supportato e sopportato" promette di raggiungere e superare il finora inarrivabile campione nazionale, che è, senza ombra di dubbio: "oneri e onori". Curioso che in entrambi i casi l'associazione sia fra qualcosa che solleva (il supporto, l'onore) e qualcosa che grava (l'onere, il sopportare).

Lo vediamo anche con tutti i numerosissimi derivati di "peso" e "pendere", da "spesa" a "pensare" (che in latino è una versione intensiva di pĕndere , e significa "pesare con cura"): la legge di gravitazione universale interviene su zone molto ampie del lessico, essendo un'esperienza umana delle più remote e anzi probabilmente la più remota. Non nasciamo forse cadendo verso terra? E già potremmo ringraziare la mamma, che sino a quel momento ci ha supportato. Aveva anche già cominciato a sopportarci.


Questa è Lapsus dell’1 settembre 2024, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento

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