Gulash

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Crimini sovietici e pietanze ungheresi: la gaffe “volontaria” della deputata

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Mentre il mondo si apprestava a rivedere Donald Trump alla Casa Bianca qualcuno vedeva invece Ylenja Lucaselli ad Agorà, su La7. Si tratta di una deputata di Taranto di Fratelli d'Italia: partecipava a un dibattito sugli immigrati e sull'idea di rimpatriarli mandandoli prima in Albania: "respingerli", in linguaggio tecnico; "rimbalzarli", in gergo romanesco. Stava obiettando alle affermazioni di una collega di sinistra, Elisabetta Piccolotti, quando le è venuto da dire che a quest'ultima "piacciono più i gulasch".

Fino a qui c'è poco o niente da commentare, sono cose che capitano quando si parla in circostanze in cui a contare è più l'impeto che la precisione della parola. Basta accendere il televisore e casi simili si raccolgono a volontà, anche se in questo il crimine sovietico si volta nella pietanza ungherese, e la precipitosa caduta dall'alto dell'intenzione al basso dell'imbandigione, da Solženicyn a Rabelais, risulta particolarmente grottesca.

Ma andrà anche segnalato che "Arcipelago gulasch" era il titolo di un libro di semantica goliardica uscito nel 1976, quindi il potenziale arguto della somiglianza fra le parole può considerarsi esaurito. Il presente osservatorio sui lapsus non se ne sarebbe perciò minimamente occupato se la schernita onorevole non se ne fosse successivamente schermita in un modo sconcertante. Dicendo, cioè: l'ho fatto apposta. Come alla festa delle medie, dove l'importante è mascherare ogni eventuale goffaggine. Si è però sentita di dover chiarire meglio il suo pensiero e a Repubblica ha specificato che non voleva appesantire il discorso ma alludere "alle ricette di sinistra che sono lunghissime, che non danno risultato nell’immediato, come il gulasch che è una carne ripassata per molto tempo, macerata”.

Il fatto che in diretta avesse detto che il gulasch "non è proprio il nostro ambiente" lasciava pensare che per "gulasch" intendesse proprio un luogo e una condizione, appunto un ambiente: non c'è bisogno di specificare che non si sarebbe a proprio agio in una pentola di stracotto, ma l'obiezione dell'intervistatore non ha scalfito la marmorea convinzione di Lucaselli che ha insistito sulla sua versione, se non proprio insostenibile comunque ardita. In filologia la si direbbe una "lectio dificilior".

Così il più ordinario degli incidenti oratorii, reso ancor più banale dall'intervenuta coscienza che il dibattito pubblico è alimentato perlopiù da orecchianti, si è trasformato in un segno d'epoca. L'assertività è regola, l'ironia è rinominazione del più greve e arbitrario sarcasmo, l'autocritica è opzione del tutto inesistente, il diniego o denegazione o negazione dell'evidente è al contrario risorsa sempre disponibile: il tutto sino al punto che il tentativo di scongiurare il proprio ridicolo diventa esso stesso ridicolo. Noi ridiamo. Trump ci rivince le elezioni.


Questa è Lapsus del 10 novembre 2024, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento

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