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Merende

Claude Monet, Déjeuner sur l'herbe 

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La diffusione della folcloristica locuzione “compagni di merende” ha un’origine lugubre e solo il più scanzonato cinismo italiano ha potuto farne oggetto di attribuzioni scherzose. «Sono stato a fare merende con il Pacciani», affermò più volte nella sua parlata vernacolare Mario Vanni, per smentire di avere avuto relazioni più approfondite con lui e di essere con lui coinvolto negli assassini di coppie di cui proprio Piero Pacciani era imputato. Era il 1994 e Vanni stava testimoniando al processo per quei fatti orrendi per cui egli stesso fu in seguito imputato e condannato.

Passando dalle aule di giustizia addirittura al ministero della stessa e dall’accidentato vernacolo toscano di quei personaggi campagnoli all’italiano curiale di Filippo Mancuso la locuzione si perfezionò poi nel 1996 quando, con chiaro riferimento al …

La diffusione della folcloristica locuzione “compagni di merende” ha un’origine lugubre e solo il più scanzonato cinismo italiano ha potuto farne oggetto di attribuzioni scherzose. «Sono stato a fare merende con il Pacciani», affermò più volte nella sua parlata vernacolare Mario Vanni, per smentire di avere avuto relazioni più approfondite con lui e di essere con lui coinvolto negli assassini di coppie di cui proprio Piero Pacciani era imputato. Era il 1994 e Vanni stava testimoniando al processo per quei fatti orrendi per cui egli stesso fu in seguito imputato e condannato.

Passando dalle aule di giustizia addirittura al ministero della stessa e dall’accidentato vernacolo toscano di quei personaggi campagnoli all’italiano curiale di Filippo Mancuso la locuzione si perfezionò poi nel 1996 quando, con chiaro riferimento al precedente fiorentino, l’ex-guardasigilli diede dei "compagni di merende” al presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e al premier Lamberto Dini, i quali ne avevano propiziato la rimozione e non si erano opposti all’impiego del’'inedito strumento del voto di sfiducia individuale. L’etichetta era certo offensiva, anche se anni dopo e in un altro caso una sentenza dichiarò che l'espressione non varcava i limiti del diritto di critica.

Ma cosa succede quando tale etichetta viene applicata non a una combriccola di loschi avversari ma a sé e ai proprio amici? Da un lato il caso rientra tra gli usi che tecnicamente si chiamano “”disfemismi" (cioè il contrario degli eufemismi), come Elio e le Storie tese che in Alfieri si descrivono come «banda di bastardi», o le amiche borghesi che tra loro si chiamano simpaticamente «zoccole» o anche l’impiego tra i membri di comunità discriminate, come gay o persone di colore, degli appellativi più oltraggiosi e “uncorrect”.

Da un altro lato, però, il proclamarsi «compagni di merende» è anche una strizzata d’occhio alle opacità che la complicità consente o forse addirittura stimola. Viene da pensarlo quando le cronache giudiziarie riferiscono che la chat di gruppo con cui comunicavano urbanisti e manager ora sotto inchiesta a Milano si intitolava appunto "Compagni di merende”.

I sospetti di affari illeciti non sono confermati e tuttavia un nome del genere dà l’aria di una disinvoltura eccessiva, non solo in campo onomastico ma anche in riferimento alla sostanza dei rapporti fra controllati e controllori. Il caso poi vuole che in un altro affare riguardante edilizia e urbanistica milanese una chat intitolata più sobriamente accogliesse una fotografia con mazzette di banconote seminascoste in un libro, per scherzare sull'eventualità di corruttela fra gli interlocutori. Che si sa che gli scherzi degli altri sembrano sempre un po’, stupidi, ma questo forse lo è per autoconclamazione.

Sempre a Milano (sarà destino) da quel che si è saputo delle indagini di polizia, per vanificare le audiointercettazioni ambientali che avrebbero rivelato l’assunzione di cocaina nel locale Gintoneria, veniva diffusa ad altissimo volume una canzone di Fedez intitolata “21 grammi” (“21 grammi / di felicità / per uso personale”). Cosa nei diversi casi ci sia di vero e cosa di inventato o esagerato, cosa di illecito e cosa di lecito verrà stabilito nelle sedi proprie. Ma quella che pare accertata sin da ora è l’esistenza di un certo stile che consiglia persone che per indole e professione vivono sui margini della legalità a tenere comportamenti allusivi a tale condizione.

Questo stesso è infatti un margine della società, anche se desta meno attenzioni e allarmi di altri. Da un lato del margine esistono appalti, concorsi, pratiche edilizie varie che si svolgono in piena regolarità. O almeno, ciò è sperabile, come si spera che esistano locali notturni in cui non si svolgano commerci illegali di sostanze tossiche e di servizi sessuali. Dall’altro lato la disponibilità di soldi facili che si riscontra in questi settori ha generato diffuse prassi illecite. Che chi operi in prossimità di questo margine, stando al di qua o al di là, non usi la minima prudenza, né preservi il suo decoro e l'altrui, fa pensare a qualcosa che forse più che alla morale pubblica pertiene alla decenza: che la presunzione di innocenza sempre dovuta nei suoi confronti si rovesci, da parte sua e verso di noi, nella rivendicazione di una presunzione di impunità.

Questa è Lapsus del 16 marzo 2025, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento

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