Edoardo Albinati a RepIdee: "Insegnavo a Rebibbia: non ci sono le famiglie, il dramma della scuola". L'incontro con Francesco Piccolo

L'aneddoto sui libri di merda e le lacrime dei detenuti. "Il mestiere di scrivere" visto da due protagonisti della scena narrativa italiana
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"Il mestiere di scrivere" visto da due protagonisti della scena narrativa italiana. Francesco Piccolo ed Edoardo Albinati, entrambi vincitori di un Premio Strega, entrambi sceneggiatori per il cinema, entrambi opinionisti per i giornali. Eppure, le affinità, finiscono qui. È quanto è emerso dal dialogo sul palco dell'Arena del Sole a RepIdee sollecitati dalla giornalista di Repubblica Laura Pertici. Fin dalla prima domanda. "Come vi siete conosciuti".

"Ero agli inizi - ricorda Piccolo - tenevo una rubrica di libri per Amica, ricevevo molti volumi, così decisi di mandare quelli brutti, la maggior parte, ai carcerati di Rebibbia, tenendo per me i pochi di valore. Edoardo Albinati, che a Rebibbia insegna, mi chiamò: 'Ma tu pensi che quelli che stanno in carcere leggono dei libri di merda? Tienili tu quei volumi'. Mi sono sentito umiliatissimo. Diciamo che la differenza tra me e Albinati è fondamentalmente etica". Risponde Albinati: "Me la presi con Francesco per quei libri perché in carcere c'è poco spazio, se poi ai detenuti fai leggere opere di poco valore, non si appassioneranno mai". L'autore di "La scuola cattolica" annuncia anche che proprio ieri si è conclusa, dopo 29 anni di insegnamento ai carcerati, la sua esperienza tra le aule di Rebibbia.  

"Ho visto versare lacrime da omaccioni tatuati - dice - È una scuola come le altre. Anche se per la prima volta ho promosso tutti. Persino chi aveva 5, essendo il mio ultimo giorno. I vantaggi sono che non ci sono le famiglie, il dramma della scuola italiana, e non ci sono i cellulari. Ma le condizioni di chi ci vive dentro sono pessime". Diversa tra i due pure l'attitudine alla scrittura per il cinema. "Per me è una cosa salvifica - sottolinea Piccolo - la vita di chi scrive è altrimenti solitaria, davanti a un computer. L'unico timore iniziale è stato quello che fosse dispersiva per la creatività, in realtà questa alternanza tra scrittura individuale e collettiva mi ricarica, alimenta in me nuove idee, mi ricarica".

Per Albinati la collaborazione alle sceneggiature è stata episodica. "Due film e mezzo. L'ultimo 'Rapito' di Bellocchio. Però devo dire che l'emozione provata a Cannes per la proiezione di 'Il racconto dei racconti' sceneggiato con Matteo Garrone non l'ho mai sperimentata lontanamente in nessun evento letterario. È stata la più intensa della mia vita, al di fuori della dimensione privata". 

La vera distanza tra Albinati e Piccolo si misura però nel sentimento nei confronti dell'atto stesso dello scrivere. Per Piccolo "scrivere, riscrivere, è un piacere", per Albinati invece "non esiste il binomio scrittura/piacere. È sempre un lavoro faticoso". Dialogano infine sul coinvolgimento come opinionisti per le testate giornalistiche e qui le posizioni si riavvicinano. "Mi pare - osserva Piccolo, che collabora con Repubblica - che vi sia la tendenza nelle redazioni a interpellare gli scrittori chiedendo per lo più pezzi allineati con il sentimento dei propri lettori. Interventi rassicuranti. Credo invece che uno scrittore serva in un giornale quando inquieta, suscita domande. Rassicurare serve poco". Albinati, che per il Corriere della sera ha scritto brevi reportage dall'Afghanistan, dal Niger, dai Balcani, conclude sottolineando come per lui: "uno scrittore si deve esprimere su qualcosa di cui ha fatto esperienza, commentare ciò che si è visto al Tg la sera prima non ha senso, è meramente decorativo. In questo giorni ho declinato mille inviti a dire la mia sull'ennesimo femminicidio. Chiedono pezzi indignati, ma come affermava Nietzsche 'nessuno mente come l'indignato'".