L'epifania è arrivata dove inizia tutto. "Avevo 34 anni quando ho intrapreso questo percorso di partnership con Paolo Boffi. Erano gli anni Novanta, lui cercava un socio. Io conoscevo l'azienda, naturalmente, ma ho capito davvero che quello sarebbe stato il mio mondo visitando per la prima volta la fabbrica: dietro un marchio così affascinante c'era uno straordinario strumento di competenza manifatturiera e industriale, c'era la tradizione e la qualità. L'acquisizione di De Padova è stata successiva e, in quel caso, è stata la storia e l'importanza del brand insieme al carisma che emanava Maddalena De Padova a segnare la via".
È da qui, dalle origini, che parte Roberto Gavazzi, ceo di Boffi-De Padova. Per guardare a un futuro in cui, dice, "puntiamo a diventare sempre di più progettisti delle case di un pubblico alto, sofisticato e internazionale distribuito in tutti i continenti". A partire da una Design Week che, per loro, ruoterà attorno a un messaggio: come integrare gli spazi.
Come si fa a parlare a questo pubblico così diverso nel mondo?
"Con un network di negozi fisici presidiati da team di altissimo livello in grado di disegnare un progetto completo di casa. Vede, la sfida è duplice: da un lato bisogna saper interpretare i desideri e le richieste dei nostri potenziali clienti, dall'altro, dobbiamo comunicare al meglio quello che siamo ai mercati. Per questo, fin dagli anni Novanta, con un'accelerazione a partire dal 2000, la nostra strategia ha puntato a uno sviluppo internazionale attraverso negozi monomarca aperti nelle principali città del mondo".
La pandemia ha modificato il modo di vivere le case: come sono cambiati i bisogni e i desideri di cui parla e che cosa chiedono, oggi, i vostri clienti?
"Che cosa chiedono, ma anche che cosa vogliamo che ci chiedano. Cerchiamo sempre di ribaltare la domanda. Sicuramente, tutti noi vogliamo case più accoglienti e chi entra in un nostro negozio oggi è alla ricerca di prodotti materici, caldi, naturali. Quello che vogliamo è andare oltre e proporre loro non un singolo pezzo, ma un progetto di casa il più completo possibile. E, in questo processo, il capitale umano è determinante. Possiamo avere un negozio bellissimo a New York, Londra, Parigi, ma se non c'è un team preparato soprattutto per prodotti complessi come la cucina, gli spazi da soli non servono".
Com'è questa casa Boffi-Da Padova che volete disegnare?
"Un progetto che punta molto all'eleganza, un concetto che deve essere declinato in ogni dettaglio, dai colori ai materiali fino alla combinazione di oggetti. Oggi, le nostre case sono sempre più aperte e non è facile far comunicare le diverse zone. Anche per questo abbiamo acquisito un'azienda di porte Adl, che noi chiamiamo sistemi di collegamento: aprendo, chiudendo e dividendo gli spazi, possiamo disegnare architetture che aiutano a rendere trasformabili le case. È determinante per creare quell’eleganza di insieme senza tempo che vogliamo".
È questo che porterete nella vostra Design Week?
"Come facciamo da tanti anni, ci presentiamo nei nostri spazi di Milano. È lì che ci piace farci vedere perché pensiamo che, rispetto a una scatola neutra in Fiera, siano i luoghi più adatti per tradurre la nostra way of living. Sono due negozi importanti, di circa 1.400 metri quadrati, molto diversi tra loro: lo showroom di via Solferino rappresenta la Boffi ed è fatto di stanze, quello di via Santa Cecilia è un grande loft dedicato soprattutto alla De Padova. Quest'anno, però, rilanciamo con una novità".
Quale?
"Apriamo un terzo spazio in via Manzoni, una strada centrale che collega la Scala a via Montenapoleone e che sta crescendo molto come luogo di passaggio internazionale. Sarà totalmente dedicato a De Padova perché, dopo otto anni dall'acquisizione, pensiamo che l'azienda abbia bisogno di un boost di visibilità. In questo modo, lo spazio di via Santa Cecilia potrà diventare ancora di più uno studio di progettazione, dove immergersi in un'atmosfera completa di casa".
E con quali novità vi presentate?
"Le novità le presenteremo in via Santa Cecilia. Stiamo lavorando moltissimo sulla capacità di combinare i nostri sistemi di porte con la cucina, il bagno e la cabina armadio, tre spazi tecnici che dialogano moltissimo e sempre di più con il resto della casa. Avere sistemi di porte, scorrevoli, pieghevoli, pivotanti o altro, che permettono aperture sorprendenti e spettacoli dà una capacità di vivere gli spazi molto interessante. Il tema del 2023 è questo: puntare sull'integrazione tra le zone della casa con un ulteriore uso di materiali o di finiture diverse. Pensare a un vestito completo per le nostre abitazioni in cui ogni parte, magari molto diversa, sia pensata per stare assieme bene è in linea con il nostro desiderio di essere sempre più progettisti nel mondo".
Dopo il Covid il settore dell'arredamento ha avuto un rimbalzo notevole: continuerà questa crescita?
"Magari non con lo stesso impeto di questi ultimi due anni, ma continuerà. Quella che rimarrà per sempre e, anzi, continuerà a crescere perché molti mercati – dagli Stati Uniti all'Asia – hanno ancora enormi potenzialità di espansione, è la voglia di design che è entrata prepotentemente nelle nostre vite".
Quali sono, invece, i rischi che vede?
"Il protezionismo, perché abbiamo bisogno di un mondo aperto. E la difficoltà di trovare capitale umano a tutti i livelli, a cominciare dalla filiera. Con il Covid, molte piccole aziende artigiane hanno dovuto chiudere, ma il nostro design non può perdere questa straordinaria base produttiva che ci rende unici".