“La competitività Ue si decide sotto il mare”

“La competitività Ue si decide sotto il mare”
Parla Ugo Salerno, presidente esecutivo di Rina: “Cavi, droni e navi: lo sviluppo underwater prosegue sulla terraferma con una filiera ricca per l’Italia”. Tra gli sviluppi, lo sfruttamento dei fondali per i minerali
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Sotto il livello del mare, lontano da occhi indiscreti, si nasconde una fitta rete di cavi su cui poggia quasi l’intera infrastruttura digitale del globo, ormai indispensabile in molte economie.

Basti pensare che oltre il 99% della banda intercontinentale viaggia in cavi sottomarini, lunghi nel complesso oltre 1,48 milioni di chilometri: è circa quattro volte la distanza tra la Terra e la luna. E questo transito alimenta un mercato da decine di miliardi di dollari.

Ingegner Ugo Salerno, presidente esecutivo di Rina, cosa si cela sotto il livello del mare?

«Sui fondali scorrono numerose infrastrutture, dai cavi in fibra ottica per la trasmissione di dati, con una sezione poco più ampia di una manichetta da giardino, ai gasdotti che collegano i Paesi produttori agli acquirenti di metano. A grandi profondità poi si trovano immense quantità di minerali che potrebbero rappresentare un’alternativa alle miniere terrestri, anche se la regolamentazione di queste risorse è assai complessa. Non dimentichiamo inoltre che ad oggi appena il 20% dei fondali oceanici è stato mappato ad alta risoluzione e che l’innovazione non si arresta, come testimonia la recente inaugurazione in Cina di un data center sottomarino da 24 megawatt di potenza».

Qual è l’apporto del mondo subacqueo alla transizione digitale?

«I cavi in fibra ottica hanno un ruolo di primo piano, perché garantiscono il passaggio di dati e la loro elaborazione nei supercomputer, terrestri o marini. Ma anche la trasmissione di energia elettrica è vitale, in quanto alimenta i data center su cui si basa la scommessa dell’intelligenza artificiale».

Considerando la sicurezza, l’energia, l’osservazione ambientale e le comunicazioni sottomarine, Fincantieri stima che il mercato globale dell’underwater possa raggiungere 50 miliardi di euro all’anno. In un mondo sempre più diviso, che ruolo ricoprirà la difesa in questo dominio?

«È chiaro che investimenti ingenti vadano protetti. Oggi la sicurezza di un Paese è sempre più interconnessa con i dati: il fatto che quasi la totalità delle informazioni scorra sui fondali impone ai Paesi e alle aziende del settore di studiare sistemi adatti all’ambiente marino per monitorare e proteggere i cavi, ma anche prevedere attacchi futuri».

Per la sua posizione geografica, l’Italia ha un potenziale indubbio quando si parla di underwater. Accanto ai grandi player come Rina, Fincantieri, Saipem e Prysmian, qual è lo stato della filiera tricolore?

«Ogni grande azienda è supportata da una rete formata da realtà dimensionalmente minori ma che vantano competenze specifiche. C’è ampio spazio per le piccole e medie imprese dal grande valore aggiunto che vogliono investire in questo settore. Il Polo Nazionale della Dimensione Subacquea si occupa in particolare di questo tema».

Cosa si aspetta dal prossimo futuro?

«Nel medio periodo, credo che lo sviluppo maggiore lo vedremo nelle attività terrestri legate al mondo subacqueo. Mi riferisco alla produzione di cavi e navi posacavi o specializzate per le ricerche oceanografiche, ma anche droni e impianti per l’estrazione mineraria dai fondali. L’impatto, anche occupazionale, non si limita dunque solo ai porti, ma prosegue per diversi chilometri dalla costa. Ed è su queste tecnologie che l’Europa può affermare la propria competitività».

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