Le piccole e medie imprese italiane pesano il 35% dell’occupazione privata, il 42% del fatturato e il 38% del valore aggiunto nazionale, inteso come la ricchezza che le imprese generano davvero con il proprio lavoro, una volta tolto il costo di materie prime e servizi acquistati da altri. Sono 240mila aziende, appena il 5% del tessuto produttivo se escludiamo le microimprese, che tengono in piedi mezzo Paese.
Eppure il rapporto con il digitale resta a due velocità: il 51% ci investe, ma il 49% procede con cautela, spesso per lacune culturali più che per mancanza di risorse. Il dato più scomodo arriva dall’intelligenza artificiale: solo il 15% delle pmi ha sostenuto spese in IA nel triennio 2023-2025, mentre il 76% non l’ha fatto né lo prevede. E se l’83% di chi la usa dichiara di poter competere con concorrenti più grandi, il vero collo di bottiglia non è la tecnologia, ma la governance dei dati: appena il 5% delle pmi ha una data strategy formalizzata, contro il 40% delle grandi imprese.
«Il problema non è digitalizzare le imprese, ma capire quali meccanismi mettere in atto perché la necessità di adeguarsi venga davvero percepita», spiega Claudio Rorato, direttore dell’Osservatorio innovazione digitale nelle pmi del Politecnico di Milano. Un cambio di prospettiva netto: non più “come” digitalizzare, ma “perché” farlo, partendo da chi decide gli investimenti. Ed è qui che i numeri dell’Osservatorio mostrano un altro nodo: meno del 50% delle figure apicali — titolari, dirigenti, quadri — è inserito in percorsi formativi strutturati. «Se le figure di vertice non sono preparate a comprendere quali investimenti servono, l’azienda non progredisce», avverte Rorato, ricordando che il 69% delle pmi che collaborano con l’ecosistema esterno investe intensamente nel digitale, contro il 29% di chi resta isolato.
Lo conferma un dato Confindustria citato da Ermanno Bonifazi, ceo di Avantune: nelle imprese manifatturiere in rete l’adozione di tecnologie 4.0 arriva al 76%, contro il 49% di chi lavora isolato. «La competizione non si gioca più sulla dimensione, ma sulla velocità: la media impresa non ha la forza delle grandi, ma può avere la rapidità di adattarsi, ed è questo che deciderà chi resta in corsa nei prossimi anni». E aggiunge: «Il vantaggio competitivo non sta più nel possedere la tecnologia, ormai accessibile a tutti, ma nel saperla integrare nei propri processi: è una buona notizia per le pmi, perché livella il campo con i grandi gruppi».
Resta il nodo delle competenze: appena il 7% delle piccole e medie aziende che usano l’IA ha avviato formazione dedicata, mentre il 60% segnala crescenti difficoltà a coprire posizioni che richiedono personale qualificato. Non è un caso, del resto, che il tema “piccolo è bello” torni in auge: «Le micro imprese sono molto più importanti di quanto si creda per le economie territoriali: se spariscono, si deprimono i territori, e non è facile farli ripartire», osserva Rorato. La strada, insomma, non passa solo da nuovi strumenti, ma da un cambio culturale che parta dal vertice: piccolo può restare bello, a patto di non restare fermo.