La sfida della natalità passa dalle aziende

La sfida della natalità passa dalle aziende
Nuove politiche pubbliche per il nostro Paese rischiano di essere costose e poco sostenibili. Ecco perché i datori di lavoro sono chiamati ad affrontare la questione in prima persona estendendo un approccio di consolidamento del capitale umano e coinvolgendo di più i padri
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Non chiederti (solo) cosa farà la demografia all’economia, chiediti cosa può fare l’economia per la demografia. Dobbiamo rispondere a questa domanda, per trovare soluzioni, prendendo in mano il timone del futuro del nostro paese. La parafrasi della celebre frase di John Fitzgerald Kennedy non è solo un gioco di parole, ma l’indicazione della strada che il sistema economico, le imprese e le loro associazioni devono imboccare divenendo attori propositivi e positivi. Dati i vincoli della finanza pubblica, che non lasciano – almeno nei prossimi anni – lo spazio per le politiche pubbliche virtuose ma costose adottate da altri paesi europei, in Italia deve scendere in campo il settore privato.

Pensiamo a quattro temi demografici centrali: natalità, condizione giovanile, immigrazione e integrazione dei migranti, invecchiamento della popolazione. La bassa natalità, endemica da decenni per il nostro Paese, con livelli stabilmente prossimi a un solo figlio per coppia, può e deve certamente essere affrontata con lungimiranza e stabili politiche pubbliche. Ad esempio, la Svezia ha una spesa pubblica per la cura dei bambini in età tra 0 e 2 anni che è dieci volte superiore a quella dell’Italia. Paesi come la Germania, che erano indietro, hanno cambiato marcia con successi misurabili. Nuove e costose politiche pubbliche per noi sono tanto difficili quanto non sempre sostenibili: le aziende e i datori di lavoro devono affrontare la questione in prima persona.

In questo senso, una direzione giusta è quella tracciata dal “Codice di autodisciplina di imprese responsabili in favore della maternità”, firmato dalla ministra Roccella nel 2023. Le imprese aderenti si impegnano a favorire la continuità di carriera delle madri, impegnarsi in attività di prevenzione e cura dei bisogni di salute, e adattare tempi e modi di lavoro. Occorre generalizzare questo approccio di consolidamento del capitale umano, con un maggiore coinvolgimento dei padri, passando dalla “maternità” alla “genitorialità”.

Alla difficile genitorialità si àncora la problematica transizione dei giovani italiani verso la piena condizione di adulti autonomi e indipendenti. Quasi il 20% dei nostri giovani tra 15 e 29 anni è Neet (non studia né lavora), contro il 4% dei Paesi Bassi. Qui i problemi sono relativi allo studio (dal sistema scolastico a quello dell’istruzione superiore), al mercato del lavoro, al costo e alla scarsa disponibilità di alloggi in affitto che rendono più difficile l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. Le politiche pubbliche, da una necessaria riforma del sistema scolastico al ripensamento delle politiche abitative, sono necessarie quanto costose dal punto di vista della finanza pubblica, per un Paese come il nostro che spende circa il 4% del Pil per l’istruzione, terz’ultimo nell’Unione europea.

Cosa possono fare le aziende per i giovani? Capire che devono agire in prima persona e in modo coordinato, dalla formazione dei Neet per garantire occupabilità, alla fornitura diretta di alloggi per giovani lavoratori. Esistono buone pratiche sperimentali, come quelle del consorzio non profit Elis, una rete che comprende più di 100 aziende e gruppi e che sviluppa innovazione sociale.

La popolazione italiana, come sappiamo, non è in calo vertiginoso solo perché la bassa natalità è compensata dal grande flusso di immigrati osservato nell’ultimo quarto di secolo. Oggi vi sono più di cinque milioni di stranieri, l’8,5% della popolazione complessiva. La spesa pubblica su immigrazione e integrazione è bassa. Secondo i calcoli degli economisti Fiorio, Frattini, Riganti e Christl, anche a causa delle loro caratteristiche demografiche, gli immigrati forniscono un contributo netto positivo alle finanze pubbliche di quasi 3 mila euro a persona. La politica dovrebbe creare più celeri e inclusivi diritti di cittadinanza per chi nasce e/o cresce in Italia, nonché programmare ingressi e processi di integrazione in modo più realistico e coordinato per il nostro futuro.

Gli attori dell’economia hanno la responsabilità di pensare agli stranieri non solo come lavoratori, ma anche come genitori e famiglie che vivono e costruiscono le nostre città e paesi. Un sistema di lavoratori immigrati solo “ospiti”, che la Germania aveva creato anche per gli italiani, non è infatti sostenibile a maggior ragione in un paese con deficit demografici. Il caso di Monfalcone, che ha raggiunto visibilità internazionale, mostra i rischi di un contrasto tra le esigenze del sistema economico e produttivo, e la risposta politico-sociale del territorio.

Il tema demografico dell’invecchiamento della popolazione, dove l’Italia conquista il podio mondiale con quasi un quarto dei residenti che ha più di 65 anni, è decisamente diverso dai precedenti. Qui la spesa pubblica italiana è da record, per esempio sulle pensioni con quasi il 16% del Pil, contro una media dell’Unione Europea attorno al 10 per cento. La sostenibilità del sistema pensionistico dipende in modo importante dall’aumento del numero di contribuenti (dai giovani integrati alle madri espulse, dagli immigrati e a coloro che rimangono più a lungo a lavorare). Le aziende devono cogliere le opportunità della longevità, come dice Irving, uno dei pionieri della silver economy, soprattutto ideando nuovi processi e prodotti per una popolazione con una fascia di anziani significativa, e sfruttando la diversità che emerge dalla coesistenza tra più generazioni.

L’economia può, e deve, fare qualcosa per la febbricitante popolazione italiana. La strada giusta è dare esempi virtuosi, con la costruzione di standard condivisi, ampliando e generalizzando l’adesione a codici di autodisciplina. Per le aziende, questo è funzionali agli obiettivi di sostenibilità sociale. Si mettano le persone, e quindi la demografia, al centro delle strategie e degli investimenti degli attori economici, per il futuro del nostro Paese.

* Rettore Università Bocconi

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