I tassi alti fanno calare il gelo sui prestiti

I tassi alti fanno calare il gelo sui prestiti
L’aumento del costo del denaro ha avuto un doppio effetto: rendere più selettive le banche e meno propense a indebitarsi le imprese
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Dopo due anni di boom, il 2020 e 2021, e un anno intermedio, il 2022, nel 2023 i prestiti alle famiglie e imprese sia in Italia che in Europa hanno mostrato una importante contrazione. Ma a dicembre si è vista una prima inversione di tendenza e il 2024 potrebbe essere un anno di stabilizzazione, di ritorno alla normalità, come dicono gli economisti.

L’andamento del credito è molto legato alla curva dei tassi di interesse ed è un indicatore dello stato dell’economia, di cui è una importante forza motrice. La contrazione nel 2023 non è stata un fenomeno solo italiano, ha riguardato quasi tutti i paesi europei, Italia, Spagna, Germania, tranne la Francia dove per motivi ancora non ben conosciuti neanche dalle Banche centrali, il credito non è mai diminuito.

Qualche dato di insieme può far capire l’entità del fenomeno. Secondo il Centro Sudi di Unimpresa i prestiti alle imprese ammontavano a 647,4 miliardi alla fine del 2022 mentre nell’intero 2023 sono scesi a 617,9 miliardi. Cioè 29,5 miliardi in meno (-4,56%), un calo che si è concentrato soprattutto nei prestiti oltre i 5 anni (meno 25,5 miliardi), cioè quelli a più lunga scadenza. I prestiti alle famiglie sono invece stati pari a 680,5 miliardi nel 2022 e calati a 670,4 miliardi nel 2023. Una discesa di 10,1 miliardi (meno 1,49%) concentrata soprattutto sui prestiti personali (meno 14 miliardi) e sui mutui (meno 2,3 miliardi), mentre il credito al consumo è cresciuto di 6,2 miliardi anche nel 2023, a conferma che le famiglie continuano a consumare.

Dietro questi dati, come detto, c’è soprattutto l’aumento dei tassi di interesse dalla primavera 2022 in poi, da zero fino al 4,5% nominale, che ha reso molto più caro per le imprese prendere soldi a prestito dalle banche e per le famiglie attivare nuovi mutui o prestiti personali. A risentirne di più sono stati i prestiti con scadenze intorno ai 3 anni alle imprese italiane e spagnole, che risentono di un’indicizzazione diretta ai tassi di interesse.

In secondo luogo il contesto economico non ha aiutato: il fatto che la crescita sia stata debole o addirittura inesistente in molti paesi europei non ha di certo invogliato le imprese a investire. C’è poi da considerare una sorta di ritorno alla normalità dopo i due anni pandemici dove la banca centrale aveva protetto le banche con i cosiddetti Tltro, prestiti molto convenienti proprio per incentivare il trasferimento del credito alle imprese andate in difficoltà con i lockdown. Infine anche i forti trasferimenti di denaro pubblico a famiglie e imprese in varie forme hanno permesso l’accumulazione di liquidità nelle aziende e di risparmio nelle tasche dei privati abbassando la domanda di credito. Il denaro risparmiato viene via consumato e in alcune imprese ha anche causato la chiusure di linee di credito per evitare la crescita dei costi. «L’aumento dei tassi di interesse ha causato un rallentamento della crescita e maggiore incertezza macroeconomica, fattori che hanno indotto le aziende ad attendere prima di fare investimenti a medio lungo termine – spiega Luigi Motti, analista specializzato sul settore banche di S&P Global Ratings -. Si arriva da una fase di accumulo di riserve per famiglie e imprese, che nell’ultimo anno sono state in parte utilizzate per compensare l’aumento del costo del denaro».

Ma non c’è stato solo un calo della domanda di credito, anche l’offerta messa in campo dalle banche si è irrigidita rendendo più difficile l’accesso al credito. Il Bank lending survey della Bce, una sorta di questionario con cui la banca centrale chiede ai singoli istituti se nel trimestre precedente hanno stretto i cordoni della borsa, da due anni a questa parte offre un risultato positivo (nel senso della stretta). In pratica le banche sono diventate più selettive, facendo leva su criteri minimi che devono essere soddisfatti dalla clientela per essere adatte a ricevere un prestito. «La revisione dei criteri di accesso al credito in Europa è un fattore legato a una maggiore prudenza, visto il quadro economico e la percezione da parte delle banche di un rischio maggiore – spiega ancora Motta –. La selezione del credito è importante affinché le banche rimangano solventi e al momento risultano liquide, con capitale in eccedenza e buona capacità di erogazione».

Ma qual è il rovescio della medaglia? Le banche nel fare selezione hanno anche discriminato, hanno trattenuto i rischi migliori ed eliminato i prestiti più incerti in modo da avere un portafoglio crediti di migliore qualità e più performante. Il risultato è che a farne le spese sono state le piccole e medie imprese (Pmi), lo scheletro portante dell’economia italiana, che stanno soffrendo per uno scarso accesso al credito sempre più costoso. La conseguenza di questo fenomeno può essere l’aumento dei fallimenti delle piccole imprese e quindi anche l’aumento dei crediti deteriorati. Anche se al momento non si vedono dati preoccupanti su questo fronte. Le banche italiane hanno continuato a vendere pacchetti di vecchi Npl (Non performing loans) sul mercato secondario ma a fronte di queste uscite ci sono nuovi prestiti che diventano sottoperformanti o comunque di minore qualità. Il settore delle costruzioni in Germania, per fare un esempio, è molto malmesso da questo punto di vista.

In ogni caso tutto potrebbe rimettersi sulla giusta strada tra il 2024 e il 2025. Di fronte ai segnali di rallentamento delle economie più sviluppate, e a un’inflazione che è in netta discesa dai picchi del 2022 (a ottobre 2022 in Europa eravamo al 10,6%, ora siamo al 2,8%) grazie a un provvidenziale intervento delle banche centrali proprio sul rialzo del costo del denaro, la strada di un ridimensionamento dei tassi di interesse sembra ormai imboccata. E i segnali di un ammorbidimento sul fronte del credito già cominciano a vedersi. I tassi fissi sui mutui hanno cominciato a scendere perché sono parametrati ai rendimenti a lungo termine di mercato, che incorporano già tre o quattro tagli nei prossimi due anni. Il dato di dicembre sui crediti alle imprese è salito rispetto al dicembre 2022 e ora si attende di vedere se l’inversione viene confermata a gennaio. «Prevediamo due o tre riduzioni dei tassi per quest’anno e ulteriori tagli nel 2025 – conferma Motti – ma non si va certo verso una nuova stagione di tassi negativi, che in passato hanno penalizzato significativamente la redditività delle banche».

Già, dopo un 2023 record nei profitti grazie a un margine di interesse che è esploso le banche si avviano a registrare un altro anno buono per i loro bilanci, con un margine di interesse più basso ma sostenuto, più qualità del credito e poche sofferenze. Un cosiddetto soft landing che se avverrà porterà prima o poi a una revisione all’insù dei Pil dei paesi europei. E quello sarà il segnale che gli anni della pandemia e dell’impennata dei costi energetici è ormai alle spalle.

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