Il ruolo dominante di Mediobanca e di Enrico Cuccia per tutti gli anni ’80, l’attacco speculativo sulla lira del 1992, gli sforzi successivi per entrare nell’euro, la grande crisi del 2008 partita dall’America e combinatasi in Europa con la “quasi disfatta” della valuta comune nel 2011 risolta con l’intervento di Mario Monti in Italia e di Mario Draghi in Europa, la devastazione del Covid, la ripresa con l’ondata inflattiva, le conseguenze delle drammatiche guerre che sconvolgono il quadro mondiale ai giorni nostri.
Come in un film, scorrono di fronte al visitatore quaranta copertine dalla sua fondazione nel 1984 ad oggi di Affari & Finanza, il supplemento economico di Repubblica, che registra e analizza tutti questi passaggi epocali. Con rigore e meticolosa attenzione, di volta in volta vengono approfonditi gli aspetti economici, le ricadute sui cittadini, il contesto geopolitico in cui gli avvenimenti maturano, dalla caduta del muro di Berlino fino all’irrompere nello scenario dell’ingombrante figura di Donald Trump.
Secondo lo stile di Repubblica, improntato dal fondatore Eugenio Scalfari al massimo rigore, si esaminano con attenzione certosina i fatti e poi si cerca di commentarli non sulla base di ideologie precostituite ma semplicemente con il buon senso che deriva dall’esperienza e con la lungimiranza che aiuta a valutarne le conseguenze.
Numero 1 / 11-12 novembre 1984
Affari & Finanza arriva a colmare un vuoto informativo, l′approfondimento e l′analisi delle vicende economiche, dei personaggi che le animano, dei risvolti finanziari e sociali. L′apertura del primo numero è firmata dal fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, sul tema centrale di quel momento (lo sarebbe rimasto fino ad oggi): il finanziamento del debito pubblico. C’era stato pochi anni prima (1981) il “divorzio” fra Tesoro e Bankitalia promosso da due giganti dell’economia, Nino Andreatta e Carlo Azeglio Ciampi (entrambi buoni amici e consulenti di Scalfari) in virtù del quale la Banca non era più tenuta a monetizzare a pié di lista i titoli del Tesoro, però ancora alcuni meccanismi andavano oliati e si discuteva sui tassi d’interesse da applicare: l’inflazione era scesa dai picchi precedenti (20% nel 1981) ma restava sull’11%. Poi c’era il problema se tassare i Bot, risolto in senso affermativo in seguito. Così, Scalfari e Giuseppe Turani, l’indimenticabile partner del direttore in tante avventure (si pensi al libro “Razza padrona” del 1974 sulle malefatte della borghesia di Stato), crearono l’“inserto” A&F, quattro o sei pagine al centro del giornale ogni domenica (il lunedì non si usciva). A coordinarlo, Maurizio Ricci, uno dei migliori giornalisti della redazione economica.
Numero 3 / 25-26 novembre 1984
Si staglia sul profilo politico ed economico del Paese la figura di Enrico Cuccia, che nel 1984 ha 77 anni, gran patron di Mediobanca: un concentrato di potere finanziario da 850 miliardi di lire con un portafoglio che contiene pacchetti di riferimento di giganti come Generali, Montedison, Gemina che a sua volta ha multiple partecipazioni dalla Rcs-Corriere della Sera (uscirà nel 2007) a Servizio Titoli Spa (venduta poi a Borsa Italiana). Affari & Finanza racconta le tante battaglie e gli ambiziosi progetti di Cuccia, siciliano trapiantato a Milano - partito dalla Comit e sostanzialmente creatore della Mediobanca come centro di potere - per aumentarne ancora l’influenza e il peso sulle vicende economico-finanziarie dell’Italia.
Numero 42 / 8-9 dicembre 1985
Il Censis, sempre alla ricerca di espressioni-shock, parla di “nausea per gli immobili”. Forse è un po’ troppo, però di certo sta accadendo qualcosa di impensabile per un Paese in cui possedere una casa è da sempre il sogno numero uno, e la stragrande maggioranza della ricchezza privata è racchiusa nel mattone. Proprio questa ricchezza si sta sgretolando: il mercato immobiliare, scrive A&F, ha perso il 30% in tre anni. Chi avesse investito nel 1983 cento milioni in un’abitazione, oggi avrebbe lo stesso capitale, ma l’inflazione si sarebbe “mangiata” il 32%. Dove si rivolge allora il risparmio degli italiani? Alla Borsa, che continua a crescere: chi sempre nel 1983 aveva investito i soliti 100 milioni (di lire) oggi se ne ritrova in tasca ben 233. L’inflazione c’è sempre ma il rendimento netto è di quasi 100 milioni.
Numero 15 / 4-5 maggio 1986
L’Istituto per la ricostruzione industriale, fondato nel 1933, aveva sì contribuito alla ricostruzione industriale, soprattutto nel dopoguerra e negli anni del boom economico, ma si era via via trasformato nel carrozzone per eccellenza delle partecipazioni statali, con una spiccata propensione ad assumere partecipazioni nei settori più impensati e tutt’altro che strategici – panettoni, autogrill, supermercati – e ai salvataggi più clientelari e costosi. Senza contare la sentina della corruzione che sempre più si è insinuata nelle sue labirintiche partecipazioni. Eppure, il 1986 è un anno magico: affidato alla saggezza di Romano Prodi, l’ente liquida Finsider, Italsider e Italstat, vende l’Alfa Romeo e la Sme, insomma alla fine riesce a sorpresa a chiudere l’anno con un utile di bilancio. Sarà una breve primavera: il 27 giugno 2000 l′Iri, sull’onda delle privatizzazioni e di nuovi scandali che ne fiaccano la credibilità e anche il conto economico, verrà messo in liquidazione.
Numero 36 / 23 ottobre 1987
Tanto tuonò che piovve. I diciannove maggiori mercati del pianeta avevano guadagnato il 296% nei cinque anni precedenti. Proprio per questo, era diventata dominante, come racconta l’economista Robert Shiller nel libro “Narrative economics”, una sempre crescente narrazione che prima o poi le borse, dopo tali crescite sconsiderate, avrebbero “fatto il botto”. Che arriva il 19 ottobre 1987, il “Black Monday” delle borse mondiali. A Wall Street il Dow Jones perde in un solo giorno 508 punti pari al 22,6%, il peggior crollo in una sola giornata della storia. A Londra la perdita è del 14%, a Tokyo del 14,9%, Milano se la cava con un -6,4%. Il peggior declino è ad Hong Kong dove le azioni crollano del 45,3% (il mercato, a differenza di tutti gli altri, resterà chiuso per 4 giorni). Le perdite mondiali sono stimate in 1,2 miliardi di dollari. Il rischio di una riedizione della Grande depressione del 1929, viene però scongiurato grazie a una ripresa dei corsi nei mesi successivi.
Numero 36 / 2 dicembre 1988
Guido Carli è già stato governatore della Banca d’Italia e presidente della Confindustria, di lì a poco sarà chiamato (da Giulio Andreotti) alla carica di ministro del Tesoro, ma in quest’autunno ’88 è “solo” senatore indipendente della Democrazia Cristiana. In un intervento pubblicato su Affari & Finanza esprime le sue previsioni sul destino dell’Europa, che guarda alla già programmata firma del Trattato di Maastricht del 1992 che darà vita all’Unione europea (allora si chiamava ancora Cee) e unirà definitivamente i Paesi membri in un patto di rispetto di rigorosi standard economici. Con rimarchevole lungimiranza, la preoccupazione maggiore è che i Paesi si sentano non solo privati della sovranità ma governati da un pugno di tecnocrati (“pur bravissimi”, scrive Carli) chiusi nella roccaforte di Bruxelles. Questo potrebbe portare a un senso di ribellione e rivalsa che condurrebbe nella direzione opposta a uno sviluppo e una crescita comune. Sono considerazioni valide ancora oggi.
Numero 38 / 17 novembre 1989
Dopo mesi di pressioni, di proteste e manifestazioni popolari, il 9 novembre cade il Muro di Berlino, che era stato innalzato il 13 agosto 1961 a sancire la divisione dei due blocchi. Il disgelo fra Usa e Urss, avviato su iniziativa congiunta di Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov, sta dando i suoi frutti. A uno a uno i regimi totalitari del patto di Varsavia svoltano verso la democrazia e anche le repubbliche ex sovietiche, a partire da quelle baltiche, cominciano a proclamare la loro indipendenza. La freddissima reazione della Ddr è riassunta nelle parole pronunciate da Günter Schabowski, membro del Politburo di Berlino Est e ministro della Propaganda, la sera di quel 9 novembre: «Per accontentare i nostri alleati, è stata presa la decisione di aprire i posti di blocco. Se sono stato informato correttamente quest′ordine diventa efficace immediatamente».
Tre fatti caratterizzano sicuramente la seconda parte degli anni ’80, quando A&F muove i primi passi e diventa un vero e proprio settimanale allegato a Repubblica: il grande crack di Wall Street dell’ottobre 1987, la rivolta cinese di Tienanmen (che A&F copre splendidamente con un inviato sul posto, Marco Panara), e la caduta del muro di Berlino, entrambi del 1989. Tre shock che richiederanno tempo per essere riassorbiti, e in un caso (il terzo) ridisegneranno la mappa geopolitica mondiale. Intanto anche in Italia gli avvenimenti incalzano: cominciano le grandi privatizzazioni (Finsider, Alfa Romeo, Sme) e con Romano Prodi presidente l’Iri arriva perfino a chiudere in utile. Sarà però una gloria effimera perché con le successive gestioni sulle partecipazioni statali pioveranno scandali, inefficienze, disfunzioni.
Eugenio Scalfari con Luigi Lucchini presidente della Confindustria dal 1984 al 1988
Presentazione del primo numero di Affari & Finanza
Al tavolo da sinistra: Eraldo Gaffino (capo della redazione economica di Repubblica), Carlo Caracciolo (editore di Repubblica ed Espresso), Eugenio Scalfari (fondatore di Repubblica ed Espresso), Pietro Ottone (appena diventato editorialista di Repubblica dopo essere stato direttore del Corriere della Sera), Gianni Rocca (condirettore di Repubblica), Maurizio Ricci (il primo capo redattore di Affari & Finanza).
Da sinistra: Luigi Zanda (consigliere d’amministrazione dell’Espresso negli anni ‘80), Eugenio Scalfari e Carlo Caracciolo
Presentazione del primo numero di Affari & Finanza
Al tavolo da sinistra: Eraldo Gaffino (capo della redazione economica di Repubblica), Carlo Caracciolo (editore di Repubblica ed Espresso), Eugenio Scalfari (fondatore di Repubblica ed Espresso), Pietro Ottone (appena diventato editorialista di Repubblica dopo essere stato direttore del Corriere della Sera), Gianni Rocca (condirettore di Repubblica), Maurizio Ricci (il primo capo redattore di Affari & Finanza)
Eugenio Scalfari con Andrea Barbato, inviato speciale e successivamente corrispondente dagli Stati Uniti (a destra) al festeggiamento per il primo numero di Repubblica (14 gennaio 1976)
Carlo Caracciolo con Fabio Fabiani, allora direttore generale di Finmeccanica, alla presentazione del primo numero di Repubblica (14 gennaio 1976)
Numero 33 / 28 settembre 1990
Il 2 agosto 1990 i tank T-72 di Saddam Hussein, di fabbricazione sovietica, entrano a Kuwait City, la capitale del potente emirato del Golfo. Le relazioni fra i due Paesi si erano deteriorate per ragioni economiche e dissapori vari, malgrado il Kuwait avesse appoggiato l’Iraq nella guerra contro l’Iran conclusa l’anno precedente. L’invasione del Kuwait ha effetti deflagranti sulle quotazioni petrolifere e sulle Borse. Gli Stati Uniti intimano immediatamente a Saddam di ritirarsi, però solo il 17 gennaio 1991 lanceranno l’operazione Desert Storm, la più imponente azione militare alleata dal 1945. Il 28 febbraio 1991 George Bush senior dichiara la vittoria e la fine delle ostilità.
Numero 18 / 19 luglio 1991
Il mondo guarda con enormi speranze e si chiede quali saranno le ricadute economiche e politiche, alla perestrojka, la grande apertura, e alla trasparenza (glasnost) avviate da Mikhail Gorbaciov. Ma Romano Prodi, intervistato da Affari & Finanza nell’estate del ‘91, mette in guardia: se l’occidente non l’aiuterà più sostanzialmente e convintamente, Gorbaciov non ce la farà a portare avanti il suo programma di riforme. Il professore è buon profeta: la bandiera sovietica viene ammainata dal Cremlino pochi mesi dopo, alle 18:35 del 25 dicembre 1991, per essere sostituita dal tricolore russo, lo stesso adottato dallo zar Pietro il Grande nel 1699. Gorbaciov si dimette e Boris Eltsin è il primo presidente della rinata Russia.
Numero 31 / 18 settembre 1992
Il 16 settembre 1992 è il “mercoledì nero” della lira e della sterlina, travolte da una maxi-speculazione sui mercati internazionali orchestrata dal finanziere George Soros, che si vanterà in seguito di aver guadagnato con le vendite allo scoperto un miliardo di dollari secco in poche ore. Entrambe le valute crollano e devono uscire dallo Sme, il sistema monetario europeo. La lira in particolare si svaluta inizialmente del 7% e poi fino al 30%. La perdita valutaria è di 48 miliardi di dollari. Ciò nonostante, dopo meno di due anni – e sacrifici pesanti compresa l’introduzione dell’Ici, una serie di altri aumenti fiscali e il prelievo forzoso dai conti correnti – l’Italia rientrerà nello Sme (a differenza del Regno Unito), però su valori inferiori rispetto al marco e una banda di oscillazione molto maggiore (dal 2,25 al 15%). Ma comincia a quel punto la lunga marcia verso l’euro.
Numero 3 / 22 gennaio 1993
Come rileva Eugenio Scalfari nel suo editoriale su Affari & Finanza, il maxi-scandalo di Tangentopoli, che sta sgretolando il sistema dei partiti della prima repubblica, a differenza di vicende del passato come - Sindona, Italcasse, Lockheed - è entrato nella coscienza di tutti gli italiani, chiamati a un momento di riflessione senza precedenti e a un inquietante esame di coscienza collettivo. L’operazione Mani Pulite era iniziata il 17 febbraio 1992, quando Antonio Di Pietro aveva chiesto e ottenuto dal Gip Italo Ghitti l’ordine di arresto per Mario Chiesa, colto in flagrante mentre intascava una tangente. Ma nel 1993 conosce la sua fase più drammatica, culminata con i processi tra gli altri a Craxi, De Michelis, Forlani, e con i suicidi di Gabriele Cagliari e Raul Gardini, avvenuti a due giorni di distanza in luglio. Già nel settembre 1992 si era ucciso il deputato socialista Sergio Moroni.
Numero 12 / 1° aprile 1994
Le elezioni politiche vinte per la prima volta dal Cavaliere sono del 27 marzo 1994, e Affari & Finanza è fra i primi a denunciare e approfondire i tanti conflitti d’interesse che si evidenziano e che caratterizzeranno la lunga permanenza di Silvio Berlusconi al vertice del potere: restando al solo campo economico, possiede tre reti televisive ma deve riformare la Rai, controlla la maggior fetta della torta pubblicitaria ma deve regolamentare il sovraffollamento degli spot, con Fininvest gestisce ricchi fondi d’investimento che ora devono giocare un ruolo nelle privatizzazioni, e via dicendo. Sarà una battaglia lunga vent’anni.
Numero 5 / 6 febbraio1995
Il governo tecnico di Lamberto Dini, con l’economista Tiziano Treu al ministero del Lavoro, vara la prima di una lunga serie di riforme pensionistiche per arginare una spesa che cresce esponenzialmente. Si avvia il passaggio generalizzato al contributivo, si allunga l’età pensionabile, si introducono altre varianti tecniche per salvare un sistema che sembra destinato alla bancarotta, con conseguenze immaginabili per l’intero Paese. Già allora i partiti di destra, coalizzati all’epoca intorno a Forza Italia, finiti all’opposizione con la crisi del governo Berlusconi I aperta dalla Lega, intraprendono un’azione di disturbo che continuerà fino alla riforma Fornero del 2012, e ancora oltre fino ad oggi. Fra gli argomenti demagogici usati contro la riforma Dini-Treu, c’è persino la falsa accusa di voler azzerare il Tfr, oltre alla campagna per la diffusione delle pensioni private, viste non solo come integrazione – secondo giusti canoni vigenti in tutto il mondo – ma addirittura come unica soluzione per l’intero trattamento di quiescenza.
Numero 41 / 2 dicembre1996
Il 5 novembre 1996, Bill Clinton batte con il 49,2% dei voti il repubblicano Bob Dole (40,7%) e si conferma presidente degli Stati Uniti per un secondo mandato. La notizia risveglia l’ottimismo dei mercati, che già vedevano con favore la ricetta economica di Clinton - dettata da consulenti del calibro di Larry Summers, Paul Krugman, Joseph Stiglitz - composta di un opportuno mix fra liberalizzazioni, riforme quali il Family and Medical leave act (che prevede assenze retribuite dal lavoro per ragioni personali o sanitarie rompendo un antico tabù), un progressivo ed equo aumento delle tasse sui più ricchi a salvaguardia del bilancio federale. In seguito gli scandali personali offuscheranno l’immagine del presidente ma non la validità della sua ricetta economica. La Borsa sembra impazzita: l’indice S&P’s aumenta del 21% nel 1996 dopo il 12% del ’95, fino a 1470 punti: continuerà la salita fino ai 2540 del gennaio 2000, la più lunga fase “toro” della storia. Vittorio Zucconi racconta, da maestro qual era, una mattinata a Wall Street fra l’ambulante afghano che vende “hot dogs & hot tips”, salsicce e dritte, e gli investitori professionali travolti dall’euforia.
Numero 29 / 15 settembre 1997
Un’inchiesta di Affari & Finanza nel nord-est, l’area che ha conosciuto il più prepotente sviluppo grazie a una miriade di piccole e medie imprese, svela la fragilità del modello familiare in un momento in cui viceversa l’industria tende alle aggregazioni e a dimensioni sempre maggiori per far fronte alle nuove sfide della globalizzazione. Preoccupa anche la difficoltà in tantissimi casi di trovare una successione adeguata ai piccoli imprenditori familiari che proprio in questi anni cominciano ad avere un’età da pensione. Non sempre è facile sostituirli, con il loro attaccamento all’impresa e il loro guizzo di genio, ed è perfino difficile inserire al loro posto dei manager professionisti che porterebbero un apporto di conoscenze internazionali e di moderne pratiche di gestione.
Numero 29 / 14 settembre 1998
In tutta Europa lo sviluppo delle nuove tecnologie imperniate su Internet e dei canali soprattutto satellitari a pagamento, scatena la caccia al “boccone” più ambito: la trasmissione in diretta delle partite di calcio, dai campionati alle varie coppe. Un’asta continua ed esasperata che porta rapidamente a livelli stellari le cifre pagate alle federazioni e/o alle squadre pur di ottenere diritti di esclusiva, e trascina al rialzo tutti gli altri valori, dalle quotazioni della pubblicità fino ai compensi ai calciatori. È un passaggio storico sia nella storia della televisione che in quella del calcio. Tutti i big della pay-tv e dello streaming sono in lizza: Murdoch, Sky, Disney, Discovery, oltre alle reti nazionali, Rai e Mediaset per l’Italia. La7 si aggiungerà alla guerra per i diritti qualche anno dopo.
Numero 1 / 11 gennaio 1999
Il 1° gennaio 1999 avviene il lungamente atteso debutto dell’euro sui mercati finanziari nei dodici Paesi dell’Unione che hanno deciso di mettere in comune la valuta (perché venga utilizzato come moneta corrente dai cittadini bisognerà attende il 2002). Già da un anno esiste la Banca centrale europea: ma entra nella sua funzione operativa, a partire dal controllo della massa monetaria, in occasione del debutto dell’euro, appunto nel 1999. Oggi i Paesi membri dell’euro sono ormai venti, l’ultimo ad aderire è stata la Croazia dal 1° gennaio 2023. L’introduzione dell’euro, a quanto scrive Affari & Finanza, viene accolta con grande entusiasmo dai mercati, che registrano aumenti significativi già dai primi giorni. La nascita dell’euro viene vista tra l’altro come il primo serio tentativo per intaccare lo strapotere del dollaro su tutti i mercati globali, e negli anni successivi questa validità come valuta alternativa risulterà vincente sugli altri tentativi di creare aree monetarie “terze” in varie regioni del mondo. Se a difendere l’integrità del sistema finanziario tradizionale sono due monete anziché una, appunto euro e dollaro, la stabilità complessiva ha solo da guadagnarci.
Il decennio si apre con un problema che avevamo dimenticato ma purtroppo ci porteremo dietro fino a oggi: la guerra. In questo caso è l’Iraq ad invadere il Kuwait, e gli Stati Uniti guideranno la coalizione che sconfiggerà Saddam Hussein nel ’91, salvo i successivi periodici riaccendersi dei focolai mediorentali uno dopo l’altro. In Italia intanto scoppia lo scandalo Tangentopoli che sconvolge lo scenario politico ed economico, travolge un’intera classe dirigente e porterà addirittura a suicidi illustri, Gabriele Cagliari e Raul Gardini. Ma sono anche gli anni dell’attacco speculativo contro la lira (settembre 1992) con conseguente fuoriuscita dal sistema monetario: per rientrarvi saranno necessari sacrifici spaventosi, ma mai scelta fu più lungimirante perché il 1° gennaio 1999 nasce l’euro, la nostra più solida àncora e garanzia.
Numero 13 / 10 aprile 2000
Malgrado siano reduci dalla “bolla delle dot.com” di un mese prima, con il drastico ridimensionamento sul Nasdaq dei titoli legati a Internet, i mercati e soprattutto gli operatori economici non si arrendono: il web rappresenta una rivoluzione di tale portata che non si può liquidare solo per una debacle borsistica. Comincia allora la caccia in borsa ai titoli dotati di un vero contenuto e non semplicemente legati a Internet, e riprende anche lo slancio di aziende e famiglie verso le potenzialità della rete, al di là delle disavventure borsistiche. Forse non a caso, come rileva A&F, si gioca negli stessi mesi l’esito della lunga controversia che divide Microsoft dalle autorità antitrust americane, e ora anche europee. L’azienda di Bill Gates era stata accusata già dal lontano 1990 di abuso di pratiche monopolistiche e posizione dominante, in pratica di ostacolare l’accesso al suo sistema operativo, dominante sui pc di tutto il mondo, dei software prodotti da case concorrenti. La vicenda va avanti fra un’infinità di pronunce, ricorsi, controricorsi, eccezioni tecniche: si chiuderà solo un anno dopo, il 28 giugno 2001 con la conclusione che sì, la Microsoft aveva abusato della sua posizione dominante. Di qui l’imposizione di una serie di correttivi.
Numero 30 / 17 settembre 2001
Nello stesso giorno in cui Affari & Finanza va in edicola, lunedì 17 settembre, riapre Wall Street, chiusa dal martedì precedente, quel maledetto 11 settembre. Non si verificava dalla prima guerra mondiale una chiusura così prolungata. Il mondo intero, ancora sotto shock, si interroga su quali potranno essere gli sviluppi successivi, in economia ma anche dal punto di vista militare, di un avvenimento così sconvolgente. Il Pil americano finirà per sacrificare 0,5 punti, cioè crescerà per il 2001 dell’1,2 e non dell’1,7%, ma soprattutto è chiaro a tutti che per gli Stati Uniti si apre una lunga stagione bellica, dall’avventura afghana a quella irachena. Nei primi 7 giorni dalla riapertura Wall Street perse più del 10%. Dopo la borsa, la paura paralizzò l’economia reale. Il conto dei danni materiali dell’attacco ammontò a 55 miliardi di dollari, solo a New York furono licenziate più di 400mila persone in tre mesi a causa degli effetti dell′attacco terroristico, stando ai dati dell′ufficio statistico americano, incalcolabili i danni su tutte le altre borse mondiali. Eppure, dopo una brevissima recessione, l’economia americana si riprese, la borsa si avviò verso nuovi massimi, e anche gli altri mercati si risollevarono prima del previsto.
Numero 1 / 14 gennaio 2002
Dal 1° gennaio anche le famiglie (banche e imprese lo facevano già dal ’99) devono misurarsi con la sfida della moneta unica e con i cambiamenti di mentalità che comporta. Ma le speranze che il solo fatto che sia entrato definitivamente in vigore l’euro porti con sé una robusta ripresa economica, sono vanificate dalla difficile realtà italiana. Per ora, dice Giuseppe Turani nel suo editoriale, la ripresa è rimandata di un altro anno. Anche in Europa l’accoglienza alla moneta è articolata, sia da parte degli individui che del mondo del business. I più soddisfatti – scrive da Bruxelles su A&F Andrea Bonanni - sono i tedeschi, che beneficiano della fine delle svalutazioni competitive dei concorrenti europei. L’Italia, in coincidenza con la lunga fase berlusconiana, finirà con disimpegnarsi sulla strada delle riforme che la partecipazione all’euro implica. Quel ritardo non è mai stato pienamente recuperato e giustifica in larga misura le difficoltà in cui il Paese si dibatte. Eppure il solo far parte di un club così esclusivo ci metterà al riparo da tante crisi successive: se non ci fosse stato l’euro, e la Bce, saremmo andati a fondo.
Numero 3 / 27 gennaio 2003
Gianni Agnelli scompare dopo una lunga malattia venerdì 24 gennaio 2003. Il lunedì dopo scrive Giuseppe Turani su A&F: «Era il vero rappresentante dell′Italia all′estero. Da sempre era quello che aveva i migliori contatti internazionali e se qui in patria gli piaceva fare delle battute acide sui politici e sui nostri vizi nazionali, all′estero parlava sempre bene dell′Italia». E ancora: «Se l′Italia oggi è quello che è, cioè un paese industriale con un suo posto di rilievo nella mappa mondiale del potere economico, si deve in gran parte proprio alla Fiat, che nell′immediato dopoguerra scartò tutte le soluzioni alternative e puntò dritta verso lo sviluppo dell′industria dell′auto, intorno alla quale costruire poi tutto il resto».
Numero 5 / 9 febbraio 2005
Il caso Parmalat era esploso verso la fine dell’anno precedente, ma è del 2004 la resa dei conti. L′ammanco lasciato dalla società di Collecchio, racchiuso nel falso in bilancio, si aggira sui 14 miliardi di euro. Il fallimento della società viene evitato grazie alla legge 39 del 18 febbraio e la direzione affidata all′amministrazione straordinaria speciale di Enrico Bondi, che ne risanerà parzialmente i conti. Ma per il patron Calisto Tanzi si apre una raffica di condanne, in massima parte confermate in Cassazione: 10 anni nel 2008 dal tribunale di Milano per aggiotaggio, 17 anni e 10 mesi a Parma nel 2010 per bancarotta fraudolenta, 9 anni e 2 mesi per il crack Parmatour. Tanzi, scarcerato nel 2012 per motivi di salute, è scomparso nel 2022 a 83 anni. Oltre a lui, hanno subito condanne varie numerosi suoi dirigenti, revisori dei conti e sindaci. Commenta A&F: «Parmalat ha fatto esplodere le contraddizioni del sistema Italia: imprese ostaggio delle banche e banche ostaggio delle imprese, vigilanti che ragionano come strateghi anziché vigilare, meccanismi dirigistici opachi e poco trasparenti».
Numero 41 / 19 dicembre 2005
L’ultimo numero dell’anno era già in macchina quando il governatore di Bankitalia, Antonio Fazio, inseguito dai guai giudiziari e da una lunga serie di questioni etiche, si dimette il 20 dicembre. Ma l’esito era scontato, al punto che Affari & Finanza, con la penna di Marco Panara, gli dedica ironicamente il titolo di uomo dell’anno 2005: «Fazio è riuscito a tenere in ostaggio l’intero Paese, a bloccare per mesi in Parlamento la riforma del risparmio, a far precipitare l’immagine dell’Italia nel mondo, a far partire una procedura d’infrazione comunitaria, a eleggere come paladino del sistema bancario Giampiero Fiorani che faceva arricchire i suoi amici usando notizie riservate. Uno così, che poi si sente a posto con la legge e la coscienza, è difficile trovarlo». Al posto di Fazio viene chiamato Mario Draghi, già dg del Tesoro, che da lì sarebbe assurto ad ancora maggiori livelli diventando l’italiano più prestigioso nel mondo.
Numero 5 / 6 febbraio 2006
Cambio della guardia fra giganti alla Federal Reserve: il 31 gennaio lascia alla fine del secondo mandato (ultimo possibile) Alan Greenspan, nominato nel 1987 addirittura da Ronald Reagan e passato “attraverso” altri tre presidenti: George Bush Sr., Bill Clinton e George W.Bush. Di tutti si è guadagnato stima e rispetto. A Wall Street poi lo chiamano “il maestro” per la perizia con cui ha gestito il grande crack dell’ottobre 1987, e soprattutto la possibile spaventosa crisi dopo l’attacco dell’11 settembre 2001. Al suo posto arriva Ben Bernanke, economista di Princeton sconosciuto ai più, che si sarebbe però meritato ancora maggior gloria: inventerà ad esempio il “quantitative easing” per uscire dalle pastoie della crisi finanziaria mondiale del 2008-2011 che molti vedevano come l’anteprima della nuova Grande Depressione. Per questo e molti altri meriti, Bernanke è stato insignito del premio Nobel per l’economia nel 2022.
Numero 40 / 3 dicembre 2007
Il genio di Steve Jobs, peraltro già malato del tumore al pancreas che l’avrebbe ucciso quattro anni dopo, sforna l’iPhone. Non è il primo telefonino né il primo smartphone però è il più tecnologicamente evoluto e così diventa in tutto il pianeta un fenomeno di massa. È la novità che dà la svolta al mercato. Oggi lo smartphone è in tutte le tasche, di iPhone ne sono stati venduti più di tre miliardi (anche se la Apple detiene non più del 16% del mercato globale). Si legge su A&F: «Ha alzato l’asticella nel mondo dei telefonini e sarà difficile che gli altri produttori non si decidano a imitare questo tipo di tecnologia». Due anni prima nel suo discorso-icona agli studenti di Stanford, Jobs diceva: «Restate affamati, restate folli». Lui lo è stato, e ha cambiato la storia.
Numero 30 / 22 settembre 2008
Il 15 settembre l’istituto «troppo grande per fallire» Lehman Brothers, sesta banca d’investimenti americana, dichiara bancarotta dopo aver annunciato un deficit di 4 miliardi, schiacciata dalle perdite per la crisi dei mutui subprime e da altre passività fra cui un gran numero di titoli ad alto rischio. Le immagini degli impiegati con lasciano l’ufficio con gli scatoloni e vagano per Manhattan entrano nella storia. Affari & Finanza ricostruisce le prime ore dopo il trauma, con la creazione di un triumvirato “benedetto” dal presidente George W.Bush e composto dal presidente della Fed, Bernanke, dall’attuale segretario al Tesoro Henry Paulson e da Tim Geithner che è al momento capo della Fed di New York ma diventerà a sua volta ministro a inizio 2009 con l’arrivo di Obama. La linea di questa “troika” è rivoluzionaria per gli Stati Uniti: il più grande piano di interventi pubblici della storia del capitalismo. Ma intanto la crisi di Lehman si è allargata a tutta la finanza, quindi all’economia reale e infine nei due anni successivi attraverserà l’oceano innescandosi sulle difficoltà dell’euro e dei debiti pubblici europei.
Numero 39 / 7 dicembre 2009
La crisi debitoria della Grecia si apre in autunno, quando il neo-primo ministro Giorgos Papandreou rivela che i bilanci trasmessi dai precedenti governi all′Unione europea erano stati falsificati per garantire l′ingresso nell’euro. La crisi di fiducia, d’immagine e di finanziamenti sarà lunga e drammatica. Nell’aprile 2010 il debito pubblico viene declassato a junk-bond. Un mese dopo i Paesi dell’euro e il Fondo Monetario varano un finanziamento d’emergenza da 110 miliardi. Un altro prestito da 130 miliardi arriva nel 2011, insieme all’insediamento della Troika (Ue-Fmi-Bce) che vigilerà sull’attuazione di un draconiano piano di austerity. I creditori privati accettano una forte ristrutturazione dei loro crediti. Non basterà ancora, Atene continua a mancare le rate per la restituzione dei debiti. La notte di Ferragosto del 2015 l’Ue delibera l’ennesimo prestito-ponte da 220 miliardi. Solo da quel momento la Grecia comincia a vedere la luce, e lentamente recupera. Oggi è risanata ed è stata riammessa nei circuiti finanziari internazionali. Ma le ferite sociali restano.
Il XXI secolo si apre con le incredibili drammatiche immagini delle due torri del World Trade Center in fiamme. Un dramma che segnerà le successive scelte politiche e militari degli Stati Uniti, che però nell’economia – salvo una brevissima recessione – viene riassorbito con sorprendenti coraggio e rapidità. Proprio la Borsa di New York che era stata l’epicentro dell’Armageddon, darà il passo della riscossa. Uno dei principali motivi è la grande spinta della tecnologia: sono gli anni della rivoluzione di Internet, dei trionfi di Steve Jobs (che purtroppo morirà all’inizio del decennio successivo), della prepotente crescita delle start-up e del mercato borsistico che sembra infinita. Non lo sarà, come in molti prevedevano, e il 15 settembre 2009 il fallimento della Lehman Brothers aprirà una crisi finanziaria che tanti comparano alla Grande Recessione.
Numero 39 / 29 novembre 2010
La crisi finanziaria partita dagli Stati Uniti ha ormai contagiato l’intero occidente, e in Europa si somma alle preoccupazioni sulla crescita del debito dei governi, che provoca un′ondata di declassamenti dalle agenzie di rating con conseguente allarme nei mercati finanziari. Il 9 maggio 2010 i ministri dell′economia europei approvano un pacchetto di recupero da 750 miliardi con l′obiettivo di ristabilire la stabilità finanziaria, creando il Fondo europeo di stabilità finanziaria (European Financial Stability Facility, in sigla Efsf, l’antesignano del Mes). A carico del fondo vengono varati – oltre a quelli per la Grecia - interventi in Irlanda, Cipro, Portogallo, Spagna (quest’ultimo solo per il settore bancario), ognuno accompagnato da severe disposizioni di austerity. L’Italia miracolosamente si salva ma rimane in cima alla lista dei Paesi problematici.
Numero 38 / 21 novembre 2011
L’ultimo governo Berlusconi è stato mandato a casa con ignominia dopo aver trascinato il Paese in una crisi abissale di finanza, stabilità e credibilità, con lo spread al record di 574 punti il 10 novembre e una ghirlanda da paura di scandali giudiziari e sessuali. A Palazzo Chigi sale il professor Mario Monti, già commissario europeo dal ’95 al 2004, nominato da una settimana senatore a vita dal presidente Napolitano con un mission (quasi) impossible: risanare l’economia e ripristinare un’immagine presentabile del Paese. Il tutto, ovviamente, con la fretta che i mercati impongono. Il carisma e la competenza di Monti e della sua squadra di tecnici riusciranno nel giro di un anno e mezzo nel miracolo. La “madre di tutte le riforme”, una formula che verrà coniata molti anni dopo in tutt’altro contesto, è quella delle pensioni firmata da Elsa Fornero, economista dell’università di Torino: criticata, minacciata di azzeramento, emendata e insidiata per tutti gli anni successivi («non è perfetta», ammetterà la stessa professoressa), resta tutt’ora in vigore e garantisce la solvibilità del sistema previdenziale italiano.
Numero 28 / 10 settembre 2012
Tre parole magiche pronunciate dal presidente della Bce, Mario Draghi, in un discorso tenuto alla Global Investment Conference di Londra il 26 luglio, in piena bufera sull’euro: e la storia inverte il suo corso. «Faremo tutto quello che servirà per impedire l’implosione della valuta. State, tranquilli, sarà abbastanza», ha detto Draghi. Marcello De Cecco, economista e storico collaboratore di A&F, commenta: «Una pietra miliare nella storia della Bce». Le misure avviate tengono a bada gli speculatori e dissipano i timori per la moneta comune: tassi d’interesse azzerati, interventi diretti sulla liquidità delle banche e sul mercato dei titoli e soprattutto “quantitative easing”, l’acquisto programmato e sistematico di titoli di Stato di tutti i Paesi (solo la Grecia verrà inizialmente esclusa). Oggi il 25% del debito italiano è nelle mani della banca centrale. Il programma va avanti fino all’agosto 2023, quando la Bce si ritrova in portafoglio 5000 miliardi (compresi 1100 miliardi di acquisti-extra durante la pandemia). Da allora è cominciato prima il blocco dei rifinanziamenti e poi lo smobilizzo di parte dell’attivo.
Numero 18 / 20 maggio 2013
Nel gennaio 2013 scoppia il bubbone Mps. La banca senese, in condizioni critiche fin da quando a fine 2007 aveva comprato l’Antonveneta dal Santander a 9 miliardi in contanti. All’inizio del 2013 il nuovo il vertice guidato da Fabrizio Viola e Alessandro Profumo corregge il bilancio, riclassificando come derivati i veicoli Alexandria e Santorini. «Emerge un rosso di 730 milioni, e la procura senese emana avvisi di garanzia a tappeto», riferisce Andrea Greco su A&F. Le indagini, anche se i processi porteranno diversi anni dopo all’assoluzione di tutti gli imputati, mostrano una cattiva gestione fatta di scelte strategiche errate effettuate dagli amministratori (nominati politicamente dagli enti locali) oltre che di competenze manageriali inadeguate. Sul mercato Mps si avvia ad un calvario che passerà per tre ricapitalizzazioni e la perdita di una ventina di miliardi per gli azionisti. Un terzo sono soldi pubblici, perché nel 2017 il Tesoro deve salvare la banca dal crac. La ristrutturazione durerà un decennio: è del 2023 - grazie anche alla risalita dei tassi – il ripristino della redditività e del patrimonio. Il Tesoro è ancora primo azionista, ma ora è impegnato con l’Ue a riprivatizzare Mps entro il 2024.
Numero 1 / 13 gennaio 2014
Il 2014 è l’anno del Jobs Act. In senso letterale: il “montaggio” della mini rivoluzione del mercato del lavoro voluta dal governo Renzi comincia con il decreto 34 del 20 marzo, convertito nella legge 78 del 16 maggio, e si completa con la legge 183 del 16 dicembre dello stesso anno contenente ulteriori elementi della riforma. Già dai primi giorni dell’anno peraltro sono note le grandi linee della riforma, e infatti l’economista Stefano Micossi, le commenta in questo numero di A&F. La legge avrà bisogno di ben nove decreti legislativi di attuazione: il primo è del 4 marzo 2015 e l’ultimo dell’8 ottobre 2016. Tutto questo massiccio corpus normativo contiene innanzitutto la riforma dell’art.18 dello statuto dei lavoratori con la facoltà di licenziare senza giusta causa e stretti limiti alla successiva reintegrazione (sostituita con un’indennità). Ci sono poi la rimodulazione dei contratti a tempo determinato (prorogabili fino a 5 volte, alla sesta scatta il tempo indeterminato), un piano di incentivi e decontribuzione alle imprese per favorire le assunzioni, la creazione della Naspi (Nuova assicurazione sociale per l′impiego) e molte altre norme. Il tutto con una parola d’ordine: flessibilità. Si discuterà senza fine se il Jobs Act sia un successo o no. Comunque nell’anno successivo, il 2015, il numero degli occupati aumenta di 563mila unità.
Numero 13 / 13 aprile 2015
Sotto la presidenza Obama, l’amministrazione americana è riuscita con un sottile lavoro diplomatico a riaprire i canali di comunicazione con l’Iran, ad abolire le sanzioni, soprattutto a comporre l’antica controversia sui progetti nucleari iraniani con la firma il 14 luglio 2015 del JCPA (“Joint Comprehensive Plan of Action”), che prevede una serie di controlli sulle forniture di uranio e precisi impegni da parte di Teheran, con un’inedita messe di sottoscrittori: Usa, Ue, Cina, Russia, Regno Unito. Subito scatta la corsa al nuovo Eldorado di tutte le aziende occidentali, a partire dalle italiane: si cerca di ripristinare antiche intese con la Danieli per un’acciaieria, a vedere se si può riprendere un vecchio progetto con l’allora Fiat per una fabbrica di auto, a partire con le programmate linee ferroviarie con le Fs, e ancora infrastrutture e beni di mercato compreso il lusso. Non sarà vera gloria: nel 2016 viene eletto Trump, che cancella il JCPA, ripristina le sanzioni, fa uccidere il numero due del regime Qasem Soleimani. La storia torna indietro, l’Iran è di nuovo isolato e riparte l’ostilità di cui in queste settimane siamo testimoni.
Numero 21 / 6 giugno 2016
Gli inglesi non si sono mai sentiti a loro agio all’interno dell’Ue. Eppure, quando il premier conservatore David Cameron ha indetto per il 23 giugno 2016 il referendum sulla Brexit in pochi scommettevano che veramente il Regno Unito avrebbe «isolato il continente» come recita un vecchio adagio. Ma proprio così è andata (i “leave” hanno vinto con il 51,9% contro il 48,1% dei “remain”), malgrado l’Ocse avesse profetizzato una perdita sul lungo termine del Pil britannico fra il 3,4 e il 9,5%. Subito dopo i risultati, il cambio della sterlina è crollato in due ore del 10% rispetto al dollaro (il livello più basso dal 1985 con il maggior movimento di valuta in così poco tempo nella storia) e del 7% contro l′euro. Le quotazioni delle cinque maggiori banche britanniche sono scese in media del 21%. Il Ftse 100 di Londra è sceso subito dell’8% (chiuderà il 24 giugno a -4%), Milano ha perso a fine giornata il 12,5%, il Dow Jones il 3,6%. Negli anni successivi l’economia britannica incontrerà una serie di problemi, ovviamente aggravanti dall’insorgere del Covid, di cui i più gravi sono il crollo dell’interscambio con l’Ue e lo “shortage” di almeno 500mila posti di lavoro qualificati nella City.
Numero 14 / 10 aprile 2017
Il 20 gennaio Donald Trump si è insediato alla Casa Bianca, dopo aver battuto a sorpresa Hillary Clinton alle elezioni di novembre. In pochi mesi ha già ritirato gli Usa dall′accordo nordamericano per il libero scambio con Canada e Messico, dal partenariato Trans-Pacifico, dall’accordo di Parigi sul clima, dall’accordo sul nucleare iraniano. E ha annunciato l’innalzamento di un muro al confine sud per difendersi “dall’invasione migratoria”. Ora, quando pubblichiamo quest’analisi sulla copertina di A&F, sta attaccando l’aspetto più cruciale della sua politica sovranista e protezionista: i dazi. Con la Cina, con l’Europa, con tutto il mondo. Si parte dalle politiche agricole, come raccontiamo su A&F, e poi ci si allargherà all’industria, ai servizi, ad ogni aspetto che possa giustificare il motto “America First”. Ma i costi dell’isolazionismo, e la mancanza delle promesse ricadute positive sui lavoratori americani, condurranno alla sua sconfitta nel 2020, peraltro mai accettata e respinta con la brutalità dell’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021. Eppure nel 2024, incredibilmente, Trump bussa di nuovo alla porta della Casa Bianca.
Numero 15 / 23 aprile 2018
Chiamatela “rilocalizzazione” o “friend-shoring” o semplicemente “rimpatrio”: Affari & Finanza, con un’inchiesta di copertina di Roberto Rho, è fra i primi a cogliere un fenomeno che diventerà macroscopico negli anni successivi: sempre più aziende occidentali che avevano aperto redditizi stabilimenti all’est, segnatamente in Cina, ci stanno ripensando e imboccando la via opposta riportando in patria (o vicino ad essa) produzioni e servizi. La realtà è infatti mutata: in Cina i salari sono triplicati, l’atteggiamento delle autorità non è più così aperto agli investimenti occidentali, i costi di trasporto e assicurazione si sono moltiplicati. Quindi, globalizzazione indietro tutta. La prova plastica della nuova realtà si avrà fra breve, negli anni della ripresa post-Covid, quando si determineranno “colli di bottiglia” all’imbarco verso Europa e America tali da incrinare la stessa economia globale e infine da diventare concausa dell’inflazione. Almeno per chi non ha fatto in tempo a “rimpatriare”.
Numero 24 / 17 giugno 2019
Pochi mesi prima che lo scandalo dell′immobile di Londra deflagrasse in Vaticano portando al processo contro il sostituto della segreteria di Stato Angelo Becciu, Affari & Finanza, con la penna del vaticanista Paolo Rodari, racconta un retroterra di guerre intestine fra coloro che detengono la cassa del Papa. Da una parte la stessa segreteria di Stato che, guidata di fatto dal suo numero due Becciu, vuole gestire ogni operazione finanziaria interna alle sacre mura, dall′altra il cardinale australiano George Pell che, nominato dal Papa prefetto della segreteria per l′economia, prova a fare pulizia e a togliere potere a Becciu. Lo scontro nel 2019 è già durissimo ma ancora sottotraccia. Pell, accusato in Australia di pedofilia (verrà successivamente prosciolto) sembra sconfitto. Francesco, tuttavia, vuole vederci chiaro. Le notizie della compravendita di un immobile a Londra porteranno a un′inchiesta interna dalla quale a uscirne con le ossa rotte sarà Becciu e il mondo che ruota attorno a lui.
Numero 11 / 16 marzo 2020
Fra le tante copertine che Affari & Finanza ha dedicato agli aspetti economici della piaga biblica del Covid ne abbiamo scelta una che sintetizza la volontà della popolazione di risollevarsi pur nello straziante sommarsi dei decessi (saranno 195mila in Italia nei quattro anni febbraio 2020-febbraio 2024 di cui 100mila nel solo 2020, più di 13 milioni in totale nel mondo). Turismo, compagnie aeree, piccole imprese, banche: in pieno lockdown, non c’è altro da fare che stringere i denti e attendere che la tempesta passi. Fra le tante stime dei danni economici, che si aggiungono a quelli sociali (scuole chiuse, isolamento) colpisce quella di Confcommercio: nel 2020 l′effetto del Covid e del crollo dei consumi da esso provocato del 10,8% (pari a una perdita di circa 120 miliardi rispetto al 2019) ha spinto alla chiusura definitiva oltre 390.000 imprese del commercio non alimentare e dei servizi, non compensato dalle 85mila imprese che nel frattempo hanno aperto. La caduta del Pil nel 2020 sarà dell’8,9%, il debito pubblico arriverà al 154,9% e il deficit al 9,6% (dello stesso Pil).
Numero 41 / 1 novembre 2021
Il Covid è ancora fra di noi, ma ora a tenere banco è l’inflazione, che è tornata a far paura. Un possibile sviluppo, scrive A&F, è particolarmente temuto: la combinazione di bassa crescita e alta inflazione. Ma la stagflazione dopo mille angosce verrà scongiurata sia in America che in Europa. La prima fase dell’ondata inflattiva, iniziata nella seconda metà del 2001, è causata dalla vigorosa ripresa dei consumi americani, con i cittadini carichi di cash per i generosi contributi dell’amministrazione in chiave anti-Covid. A far salire i prezzi concorrono i “colli di bottiglia” nella catena mondiale dell’offerta: le foto satellitari con il porto di Shanghai affollato di portacontainer che non riescono a caricare (in Cina i lockdown sono proseguiti più a lungo che in Europa) fanno il giro del mondo. Ma è solo il prologo a quello che accadrà l’anno dopo, quando l’inflazione si impenna per la guerra in Ucraina. Le banche centrali se ne accorgono con (riconosciuto) ritardo. La Fed fra marzo 2022 e l’estate 2023 alzerà i tassi di 525 punti base fino alla “forchetta” 5,25-5,50%. Non è da meno la Bce, che parte nell’estate 2022 e sale fino al 4,5%. Quanto all’Italia, l’impennata è drammatica: l’inflazione media annuo è ancora dell’1,9% nel 2021 ma schizza all’8,1% nel 2022 per poi calare al 5,7% nel 2023 e scendere infine intorno al 3% nella prima parte del 2024.
Numero 10 / 14 marzo 2022
All’alba del 24 febbraio 2022 le truppe russe invadono l’Ucraina. Nelle stesse ore Vladimir Putin ribadisce l′accusa agli Stati Uniti di perseguire l′espansione aggressiva della Nato fino ai confini della Russia, giustificando così l’intervento armato. È l’inizio di una guerra sanguinaria e devastante, che lascia intere città ucraine nella direttrice orientale Donbass-Mariupol-Crimea, ridotte a cumuli di macerie. I morti si contano a centinaia di migliaia. A favore dell’Ucraina si schiera subito una convinta coalizione occidentale, dagli Usa all’Europa. Oggi, malgrado la narrazione di Putin, la Russia soffre pesantemente delle sanzioni e dell’isolamento internazionale. I riflessi economici sono innanzitutto nell’energia: il gas russo, che alimentava il 40% del fabbisogno italiano, inizialmente si impenna fino a 346 euro al metro cubo sul mercato Ttf di Amsterdam. Di fronte alla decisa reazione del governo guidato da Mario Draghi al pari degli altri europei, che con una campagna a largo raggio riescono a diversificare quasi totalmente le fonti di approvvigionamento, ripiegherà fino agli attuali 30 euro.
Numero 18 / 15 maggio 2023
Alla fine del 2022 era stata lanciata la app ChatGPT e già il fatto che in cinque giorni avesse raggiunto il milione di utenti (Twitter ci aveva messo due anni, Facebook 10 mesi) lasciava intuire di quale importante novità si trattasse. Ma quello che è avvenuto nel corso del 2023 supera ogni immaginazione. Un trionfo globale senza precedenti, una vera rivoluzione tecnologica di fronte alla quale i governi di tutto il mondo sono spiazzati e cercano quantomeno di regolamentare il fenomeno. Ci è riuscita per prima, almeno in teoria, l’Unione europea varando il 5 dicembre 2023 l’Artificial Intelligence Act. Negli Stati Uniti invece ancora nessuna norma, e nel Far West che si è creato fioccano denunce, rotture di copyright, accuse delle più varie. Il New York Times per esempio ha denunciato la Microsoft, azionista di maggioranza di Open AI che produce ChatGPT, perché milioni di suoi articoli sono stati usati per addestrare chatbot che ora sono in concorrenza con lo stesso giornale come forma affidabile di informazione, ovviamente senza pagare alcun diritto.
Numero 9 / 4 marzo 2024
Il quarantesimo anniversario di Affari & Finanza coincide con una profonda angoscia per le due guerre in corso (Ucraina e Medio Oriente) a cui si è aggiunta ora la crisi del Mar Rosso. Non è una coincidenza che tornino ad affacciarsi in Europa, America e perfino Cina la paure della recessione e l’ultimo miglio della lotta all’inflazione si stia rivelando difficile. Arrivato a un passo dalla soglia fatidica del 2% - fra il 3 e il 4% sia in America che in Europa - il “consumer price index” ha arrestato la sua discesa, e le banche centrali tardano a intraprendere il sospirato ribasso dei tassi che darebbe fiato alle economie. Una congiunzione di fattori che imprime un’incertezza alle prospettive, dalla quale rischiamo di non liberarci per tutto l’anno, accresciuta in Italia dagli irrisolti problemi di bilancio pubblico, dalla crisi demografica, dalle diseguaglianze e da una crescente tensione con le istituzioni europee alle quali è agganciato il nostro destino. Però, come spiega il premio Nobel Michael Spence su Affari & Finanza, il 2024 sarà anche ricordato come l’anno della definitiva affermazione dell’intelligenza artificiale “generativa”, in grado di produrre contenuti e di dare una spinta alla produttività che non si può definire che rivoluzionaria: purché i Paesi prendano il controllo della situazione e dettino precise regole di utilizzo di uno strumento così potente.
La crisi finanziaria valica l’oceano e si viene a saldare in Europa con un’altra disfatta, che ne moltiplica i danni: quella dei debiti sovrani, che vede in prima linea la Grecia (con Irlanda, Portogallo, Cipro) ma pericolosamente esposta anche l’Italia, cronicamente affetta da un debito-monstre. Eppure il nostro Paese ce la farà ad evitare il peggio, grazie soprattutto a Mario Monti, che il presidente Giorgio Napolitano ha chiamato in extremis al governo al posto di uno screditato Silvio Berlusconi. L’austerità si farà sentire, ma sarà niente in confronto alle cure draconiane imposte dall’Europa ad altri Paesi. Seguono anni di relativa quiete, ma l’inizio dell’attuale decennio è sconvolgente: il Covid semina lutti, paura e una crisi economica mai vista, la ripresa è caparbia ma funestata dall’aggressione russa contro l’Ucraina che farà impennare (con altri fattori) l’inflazione oltre a seminare morte e distruzione, infine il 7 ottobre 2023 l’attacco proditorio di Hamas scatenerà una guerra senza quartiere in Israele della quale – come in quella ucraina – non si vede la fine.
MAURIZIO RICCI
DAL 1984 AL 1986
ALESSANDRA CARINI
DAL 1986 AL 1997
CARLO CLERICETTI
DAL 1997 AL 2000
MARCO PANARA
DAL 2000 AL 2006
MASSIMO GIANNINI
DAL 2006 AL 2014
FABIO BOGO
DAL 2014 AL 2019
ROBERTO RHO
DAL 2019 AL 2024
Videointervista con Walter Galbiati
Vicedirettore di Repubblica - Responsabile Economia
IDEAZIONE
Walter Galbiati, Vicedirettore La Repubblica
A CURA DI
Eugenio Occorsio, Inviato di Affari & Finanza
COORDINAMENTO
Eleonora Benedetto, Gedi Periodici e Servizi
PROGETTO GRAFICO
Angelo Rinaldi, Vicedirettore e Art Director La Repubblica; Francesco Franchi, Deputy Art Director La Repubblica
PRODUZIONE E ALLESTIMENTO
Ing.entiImente
PRODUZIONE VIDEO
AGTW
COORDINAMENTO VIDEO
Giulio Contri, Gedi Digital