Alla fine del 2023, la previdenza complementare italiana contava 9,6 milioni di iscritti, corrispondenti al 36,2% della forza lavoro, in base alla fotografia della Commissione settoriale Covip.
Con un sistema pubblico, il cosiddetto primo pilastro, che fa sempre più fatica complice soprattutto la demografia, lo spazio di crescita dei fondi pensione e dei pip (piani individuali pensionistici), chiamati a integrare le entrate dopo la vita lavorativa, certamente non manca. Secondo Massimiliano Lattanzi, responsabile sviluppo previdenza complementare di Arca Fondi Sgr, uno dei principali problemi da risolvere è quello della scarsa informazione in materia: «Solo gli esperti sono a conoscenza dello stato effettivo della previdenza pubblica. La maggioranza della popolazione è influenzata da due pregiudizi ereditati dal modello del passato, che garantiva una pensione pubblica dignitosa e paragonabile all’ultimo stipendio per tutti e un periodo di tempo adeguato per goderne. Le priorità sono destrutturare questi pregiudizi e informare il pubblico in modo chiaro ed efficace».
Differenze tra lavoratori
Per Nadia Vavassori, responsabile fondi pensione aperti di Amundi Sgr, la questione della diffusione della previdenza complementare va affrontata «pensando non solo ai lavoratori dipendenti ma anche agli autonomi. Per i primi, laddove esistente, il sostegno sociale e mutualistico fornito dal secondo pilastro», rappresentato dagli strumenti ad adesione collettiva, «funziona, anche se sarà sempre più necessario attivare il terzo pilastro», termine con cui si fa riferimento ai fondi aperti e ai pip individuali. Al contrario, per i lavoratori autonomi, fa notare Vavassori, «per i quali la necessità di attivare una forma di previdenza complementare è ancora maggiore, non esiste per definizione il secondo pilastro e il terzo purtroppo necessita di correttivi urgenti. Si pensi a chi opta per il forfettario, per il quale non è possibile godere della deducibilità fiscale dei versamenti effettuati a favore di forme di previdenza complementare».
In sintesi, a detta dell’esperta di Amundi, «è necessario che governo e operatori del settore portino avanti congiuntamente iniziative per diffondere la conoscenza in materia di bisogno previdenziale, promuovere la cultura del risparmio e dell’investimento di lungo termine e introdurre incentivi coerenti». Sulla stessa linea Lattanzi, che evidenzia l’importanza di «spiegare in modo semplice i numerosi vantaggi fiscali associati ai fondi pensione, rendere nota la flessibilità dei piani pensionistici e, allo stesso tempo, illustrare il potenziale di accrescimento della ricchezza derivante dall’investimento nei mercati finanziari».
Una delle principali caratteristiche della previdenza complementare è l’agevolazione fiscale in forma di deducibilità fino a 5.164,57 euro annui, limite entro il quale rientrano anche i versamenti per i familiari a carico. Anche qui, secondo gli operatori del settore, si possono apportare cambiamenti e introdurre correttivi così da provare a imprimere una spinta al settore. «Il plafond annuale di deducibilità fiscale dei versamenti è troppo basso - nota Vavassori - soprattutto per coloro che non solo hanno sottoscritto una soluzione di previdenza complementare per se stessi ma anche per il proprio nucleo familiare». La vede in maniera simile Lattanzi, che osserva come «la soglia di deducibilità, corrispondente a 10 milioni di lire l’anno, derivi da un incentivo risalente ai tempi della vecchia moneta italiana. Chiaramente, maggiori agevolazioni renderebbero la previdenza più attraente».
Il nodo della tassazione
Vavassori sottolinea poi come «l’attuale modello di tassazione dei rendimenti annuali in fase di accumulo vada superato, perché incide sul montante accumulato e depotenzia l’obiettivo di creare un reddito aggiuntivo rispetto alla pensione pubblica. Se si passasse a uno schema che rimanda la tassazione dei rendimenti al momento dell’erogazione della prestazione, si permetterebbe di investire al lordo nella fase di accumulo, contribuendo così a un aumento più consistente del montante finale». Insomma, l’esperta di Amundi invita ad «aumentare il plafond di deducibilità fiscale per nucleo familiare con l’introduzione di un limite espresso in percentuale sul reddito, consentire la portabilità del contributo aziendale verso tutti i prodotti complementari presenti sul mercato, incentivare la prestazione finale con conversione in rendita, perché solo questa modalità può garantire la tenuta e la sostenibilità del sistema pubblico integrato».
Lattanzi fa notare che l’attuale meccanismo «tende a favorire il versamento del trattamento di fine rapporto al fondo Tfr presso l’Inps, o, in caso di aziende con meno di 50 dipendenti, a favorirne la permanenza in azienda, perché al lavoratore viene posta l’alternativa tra una scelta revocabile, il Tfr appunto, e una irrevocabile, il fondo pensione». Perciò «convogliare Tfr e contributi automaticamente nella previdenza complementare, con la possibilità per il lavoratore di un esplicito “opt out” (modello inglese), agevolerebbe lo sviluppo del sistema».
L’esperto di Arca suggerisce poi di «rivedere l’automatismo in caso di mancata scelta del comparto per i nuovi aderenti ai fondi pensione, passando dalle cosiddette “linee garantite” a un’allocazione dinamica delle risorse in funzione del “life-cycle”». Lattanzi reputa, inoltre, fondamentale «imporre agli enti gestori dei prodotti l’obbligo di fornire formazione e informazione in materia previdenziale. La scarsa conoscenza degli incentivi esistenti rappresenta il vero ostacolo alla diffusione dei fondi pensione».