Il futuro delle pensioni nell’Italia che invecchia

2HGAKW1 Rome, Italy 04/06/2015: INPS offices, Amba Aradam street.
©Andrea Sabbadini
2HGAKW1 Rome, Italy 04/06/2015: INPS offices, Amba Aradam street. ©Andrea Sabbadini 
La spesa correrà fino al 2040, non c’è alternativa alla stretta. Il gap tra gli assegni di uomini e donne
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Sorpresa: si va sempre meno in pensione. Finita la sbornia delle “quote” e degli scivoli anticipati, l’Inps registra in modo chiaro il pieno effetto della riforma Fornero senza o quasi più le deroghe che l’hanno depotenziata dal 2012 in poi.

Nel primo trimestre di quest’anno, dicono i dati appena diffusi, ci sono state in media il 16% in meno di uscite, sia nel settore privato che in quello pubblico, sia per le pensioni di vecchiaia che anticipate. Una tendenza che vedremo affermarsi sempre più, a meno di altre – al momento impensabili – scappatoie ideate dai governi. Di sicuro non dal governo Meloni, alle prese tra qualche mese con una difficile messa a terra della legge di bilancio e della correzione dei conti per il nuovo Patto di stabilità europeo.

La spesa vola

Il dato non tranquillizza, però. Almeno per tre ragioni che si intrecciano: la super inflazione, l’inverno demografico e la generazione del baby boom pronta a entrare nella fase del buen retiro. La spesa per pensioni in questi anni è cresciuta molto e, per questi motivi, ancora crescerà. Siamo all’incirca attorno al 15,5% del Pil. Saliremo al picco del 17% nel 2040. Poi comincerà la discesa. Prima lenta, dal 2044. Poi rapida – 16% nel 2050 e 13,9% nel 2070 – con la scomparsa dei baby boomer e dell’applicazione a tutti del sistema contributivo, per cui, al termine della vita lavorativa, prendi quanto hai versato. È la famosa gobba pensionistica. Traguardi lontani ma non troppo, per i decisori politici. I valori assoluti fanno tremare i polsi.

Ecco le cifre pubblicate dal governo nell’ultimo Def, il Documento di economia e finanza: 319 miliardi spesi per le pensioni lo scorso anno, 337 miliardi previsti per quest’anno. E poi ancora 345 miliardi nel 2025, 356 miliardi nel 2026 e 368 miliardi nel 2027. Parlandone in percentuale, siamo a un balzo del 5,8% quest’anno, poi del 2,4% nel 2025 e a seguire di circa un 3% all’anno. L’importo tiene conto della spesa inflazionistica degli ultimi anni che ha portato molto su la spesa per pensioni.

Il governo Meloni per ben due volte in legge di bilancio ha stretto il rubinetto, tagliando il meccanismo di rivalutazione. E conseguendo così alti risparmi: 10 miliardi netti in tre anni e 37 miliardi fino al 2032 (e altri 21 miliardi dal taglio alle pensioni di medici e altri dipendenti pubblici entro il 2043). Ciononostante, la spesa cresce.

La stretta

Ecco perché tutte le misure che sin qui hanno assicurato una flessibilità in uscita e che sono in scadenza a fine anno – Quota 103, Opzione donna, Ape sociale – rischiano di non essere riconfermate, seppur nella loro versione attuale già ridimensionata, mai così stringente quanto a paletti, finestre, ricalcolo contributivo esteso per la prima volta anche alla Quota e non solo ad Opzione donna.

Opzione ormai quasi del tutto azzerata con un danno forte per le lavoratrici, penalizzate da madri con i figli, il che impedisce carriere lineari, poi da adulte con i genitori anziani da seguire. Di sicuro Quota 100 è stata la deroga più forte alla legge Fornero negli ultimi dieci anni. Ha consentito l’uscita di 435.522 lavoratori, soprattutto uomini, del Nord, settore privato, assegni medi alti. Un’eccezione che vede la fine. A meno che la Lega non riesca a portare a casa la promessa Quota 41.

La riforma delle pensioni

I sindacati da tempo chiedono una riforma complessiva del sistema che dia certezze ai lavoratori e alle imprese. E per una flessibilità in uscita che sia sostenibile per i conti, ma anche rispettosa delle esigenze dei singoli che mutano in base al grado usurante della professione, alle aspettative di vita differenziate, alle esigenze di vita e cura. Il governo Meloni si era detto disponibile. Poi i tavoli si sono diradati, fino a scomparire. Il Def appena approvato prevede un disegno di legge collegato, «recante interventi in materia di disciplina pensionistica». Ma la nebbia è totale. Difficile che ci siano interventi dirompenti. Anche se, lato sindacale, si spinge per una chiara separazione tra spesa pensionistica e spesa assistenziale.

Nel gran calderone dei numeri ci sono entrambe. Le pensioni vigenti in Italia, al primo gennaio 2024, sono 17,8 milioni (i pensionati sono meno, circa 16 milioni, perché spesso incassano più di un assegno). Ma di queste, dice Inps, solo 13,6 milioni sono di natura previdenziale e dunque erogate a fronte di contributi versati. Altre 4,1 milioni sono pensioni assistenziali. Ecco che la spesa indicata da Inps per le pensioni 2023, pari a 249 miliardi, si divide in 223 miliardi per gli assegni previdenziali e 26 miliardi per gli altri. Una distinzione non cavillosa. Perché vista così, meno impattante sui conti.

Assegni bassi

Rimane il tema degli importi bassi delle pensioni, soprattutto quelle delle donne. A fronte di un assegno medio da 1.469 euro lordi, gli uomini prendono 1.799 euro contro 1.025 euro delle donne. Il “pension gap” non è altro che la riproposizione in chiave previdenziale del gap salariale, la differenza retributiva tra uomini e donne dovuta sia al minor numero di ore lavorate per le lavoratrici per via del part-time (volontario, ma soprattutto imposto). Sia per uno stigma ancora prevalente nel Paese che anche a parità di mansioni e ore porta a retribuire l’uomo più della donna, come un recente lavoro di Inps rivela.

Lavoro povero porta a pensione povera, il passaggio è inevitabile. E questo vale per le donne, ma anche per giovani e meno giovani, dai Millennials bistrattati per tutta la carriera con la flessibilità contrattuale alla generazione Z attuale senza certezze e che quasi rigetta il contratto stabile, perché cerca altre soddisfazioni e ritorni dalla professione. Il futuro previdenziale è un tema troppo sottovalutato nel Paese. I giovani non parlano mai di pensioni, non ci pensano, non ci credono, non le vedono arrivare. Eppure è uno snodo chiave. L’Italia invecchia. Ogni 100 giovani ci sono 200 anziani. Nel 1950 erano 31. Saranno 300 nel 2050. Non c’è molto tempo per organizzarsi.

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