Intelligenza artificiale, perdere il senso genera mostri

Intelligenza artificiale, perdere il senso genera mostri

Verganti (Polimi GSoM): “La tecnologia non deve aiutarci a fare le stesse cose di prima, ma creare nuovi orizzonti. Leader e innovatori possono tracciare una direzione, un purpose, ma siamo tutti responsabili”

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L’intelligenza artificiale (IA) è una tecnologia general purpose, un po' come il web negli anni Novanta. Questo significa che “si può usare per fare tantissime cose, ma non tutte hanno senso”, spiega Roberto Verganti, professore di leadership and innovation alla School of Management del Politecnico di Milano.

Allora procediamo per sottrazione, cosa non ha senso secondo lei?

“Quando una tecnologia emerge accade spesso che il primo pensiero sia quello di utilizzarla per fare (meglio) le stesse cose di prima. Quindi l’approccio tipico è quello lineare, con prime applicazioni che servono semplicemente a fare quello che facevamo prima. Da qui la preoccupazione che la tecnologia possa sostituire le persone. Penso ad esempio alle applicazioni che ti permettono di generare una canzone”.

Ci vuole meno tempo per crearla di quanto ce ne vuole per ascoltarla…

“Sì, ma pensare, non so, a un Festival di Sanremo fatto con l’AI, che senso avrebbe? Chi lo seguirebbe?”.

Ma chi deve dare un senso alla tecnologia? Basta regolamentarla?

“No, perché la tecnologia viaggia più velocemente della regolamentazione che tipicamente segue in ritardo. Alla fine, il “purpose” torna a noi, non c'è nessuno che lo può decidere in senso assoluto. Ma se c'è qualcuno che ha in mano il senso di quello che abbiamo di fronte sono coloro che guidano le imprese a carattere tecnologico, quelli che sviluppano le tecnologie. Dai leader al progettista che si trova di fronte a due, tre, dieci opzioni di dettaglio e può decidere dove andare”.

Roberto Verganti
Roberto Verganti 

E gli utilizzatori della tecnologia? La direzione non ha poi un “senso” solo se collettivo?

“La responsabilità viene da ognuno di noi, poi c'è qualcuno che ha più peso e qualcuno che ne ha meno, questo è innegabile. Però il bello del purpose è che la domanda di cosa ha senso fare viene posta ad ognuno di noi. Poi, è la combinazione di tutto quello che facciamo a portare in una direzione giusta o sbagliata”.

Il “nocciolo duro” della scelta, che poi è una facoltà umana. Gli innovatori hanno quindi una responsabilità più grande?

“Sì, perché plasmano il senso collettivo. Mi viene in mente un innovatore della moda: Alessandro Michele, l’ex direttore creativo di Gucci. Con la sua visione ha saputo cogliere dei "semi" presenti nella società e amplificarli, cambiando il senso della moda. La tecnologia si trova di fronte a una sfida simile. Oggi l’IA è focalizzata su una logica lineare, cioè sostituire ciò che già facciamo. Ma il suo vero potenziale sta nel darci la possibilità di creare esperienze che prima erano impossibili”.

La commistione con la moda e la creatività non è casuale. I nuovi quesiti che affiorano dall’evoluzione tecnologica sono “pasta” per umanisti?

“Assolutamente sì, dobbiamo cambiare il nostro approccio mentale. Il classico mindset del problem solving, tipico dell'ingegneria, si concentra sul come risolvere i problemi. La domanda di oggi, invece, è di livello superiore: quale problema ha più senso affrontare? Fare le cose meglio, ma senza senso, ci porta a creare "mostri perfetti". La ricerca di senso richiede forti capacità umanistiche, perché tocca aspetti che le macchine, fortunatamente, non potranno mai replicare, come la volontà e il desiderio”

Quindi qual è la principale capacità che deve avere un leader in questo contesto?

“Quella di avere sempre "in tasca" un senso del dubbio, di fermarsi e chiedersi se ciò che si sta facendo ha un senso. Paradossalmente, quando troviamo la direzione giusta, ci accorgiamo che facciamo molte meno cose, ma con un impatto molto più grande”.

Un impatto positivo?

“Non sono né ottimista né pessimista. Penso che questo sia il momento di essere responsabili. L’IA è una tecnologia che può fare di tutto, e spetta a noi, come individui e come società, decidere in quale direzione portarla. Sono positivo se penso alle immense possibilità che abbiamo, ma a condizione che ognuno di noi faccia la sua parte. Come ha recentemente scritto Mauro Porcini, chief designer di Samsung, è 'la forma che segue il senso'”.

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