Gli obiettivi da raggiungere appaiono definiti, ma i mezzi a disposizione non sempre risultano adeguati. L’approccio delle imprese italiane in campo Esg presenta luci e ombre. Bain & Company Italia ha intervistato 20 top manager di grandi realtà del nostro Paese - tra cui Autostrade, A2A, Acea, Campari, Alhstrom, Chiesi, Bper, Enel, Fedrigoni, Leonardo, Nexi, Moncler, Sace - e ne ha ricavato un report, intitolato “Esg Ceo Pulse”, ricco di spunti interessanti e che verrà ulteriormente approfondito con alcune di queste aziende e altri ceo in un evento che Bain sta pianificando a fine ottobre a Roma.
Gli shock sanitari, economici e politici che hanno caratterizzato gli ultimi due anni e mezzo hanno rappresentato uno stress test importante per i progressi compiuti sul fronte Esg. Il tema della sostenibilità ne è però uscito rafforzato, ma anche trasformato. "L’Italia, tra i Paesi europei, risulta ben posizionata per affrontare le sfide di lungo termine che ci attendono: il settore privato è coinvolto e proattivo, gli individui consapevoli e le istituzioni possono fare affidamento sul sostegno europeo e importanti risorse a disposizione", racconta Roberto Prioreschi, Semea regional managing partner di Bain & Company. Sono le modalità e le tempistiche che chiedono di essere definite. I capi azienda intervistati lamentano soprattutto la difficoltà di fare sistema, un tema ricorrente nelle analisi sulla competitività del sistema economico nazionale.
“Gli sforzi Esg sono inutili se compiuti in modo isolato. Una vera rivoluzione potrà dare i suoi frutti solo quando tutte le forze lungo l’intera catena del valore - governi e istituzioni compresi – saranno coinvolte per contribuire a al cambiamento", sottolinea Pierluigi Serlenga, managing partner di Bain Italia. Che indica la ricetta per cambiare rotta. "Occorre aprirsi all’esterno, attivando partnership con gli istituti di ricerca e startup, nonché iniziative a livello di settore, compresa l’attività di lobbying, l’educazione e il supporto a clienti e fornitori". Un approccio, aggiunge, che crea valore per tutte le parti coinvolte. "Ciò che manca, nel contesto attuale, è un maggiore impegno istituzionale".
Sono cinque i temi chiave che emergono con forza dall’indagine. Gli amministratori delegati considerano l’Esg come un cambiamento fondamentale per le proprie realtà, che non verrà fatto deragliare da crisi a breve termine. Del resto, nessuno dei ceo intervistati ritiene che l’impegno sugli obiettivi si sia ridotto durante i periodi di turbolenza. Un sondaggio della Banca europea per gli investimenti sul sentiment nei confronti del cambiamento climatico lo conferma: l’81% degli italiani è favorevole su misure governative più severe per ridurre le emissioni. Ai vertici delle aziende è ormai diffusa la convinzione che i programmi sostenibili siano cruciali per costruire la resilienza agli shock attuali e futuri.
Il secondo aspetto che emerge è legato alla consapevolezza acquisita dai ceo di dover svolgere un ruolo di promozione del cambiamento culturale all’interno delle loro organizzazioni per coinvolgere tutti i propri interlocutori: dipendenti in primis, ma non solo. Inoltre, gli ad ritengono di fare meglio in materia di Esg rispetto al Paese nel suo complesso, che è in ritardo.
Il quarto elemento è relativo alla consapevolezza che l’impulso per le trasformazioni Esg non possa essere lo stesso per tutti: serve un approccio parametrato al settore in cui si opera, e in alcuni casi alle esigenze della singola azienda. Infine, rimangono molti ostacoli all’implementazione dei programmi ideati per la mancanza di un’unità di intenti a livello di cda e middle management. Dato che la cultura riguarda fondamentalmente le persone, è la conclusione, il successo richiede un’azione continuativa che coinvolga tutti i soggetti interni ed esterni all’azienda.
Fondamentale poter misurare i progressi
In uno scenario che vede i dati assumere un ruolo crescente in tutti gli ambiti dell’economia e della società, l’Esg non fa eccezione. Adottare i principi della sostenibilità in azienda è il primo passo nella giusta direzione, ma poi occorre che i progressi vengano monitorati con una certa costanza, mettendo in campo strumenti adeguati alla lettura dei risultati conseguiti. “Tutti i ceo con i quali abbiamo parlato erano consapevoli dei rischi legali e reputazionali legati al greenwashing e abbiamo percepito una chiara volontà di evitarli a tutti i costi, anche attraverso un uso intensivo dei dati”, dichiara Prioreschi.
Una riflessione che evidenzia il ruolo svolto dalla crescente sensibilità dei consumatori su questo versante. La consapevolezza non è però sufficiente, se non accompagnata da un piano d’azione in grado di elaborare metriche nuove e non semplici repliche dei criteri adottati in altri ambiti. “Abbiamo rilevato una diffusa difficoltà nella misurazione dell’esposizione ai rischi Esg lungo tutta la catena del valore che coinvolge le aziende - aggiunge - Complice il fatto che le filiere vedono una presenza maggioritaria di piccole e medie imprese, che spesso non hanno una struttura adeguata per una rendicontazione complessa come la tassonomia in continua evoluzione dell’Ue”.