In un tempo dominato dall’imperativo dell’istante, dove il successo si misura nella velocità di consumo o nella reattività dei mercati, la filantropia d’impresa ha scoperto una dimensione inedita, di lungo termine e a impatto profondo. Le iniziative estemporanee, i gesti compensatori e l’assistenzialismo emergenziale stanno ormai lasciando il campo a interventi sociali progettati “a rilascio lento”. È una scelta di campo che sposta l’asse dalla tradizionale donazione alla generazione di senso e, contemporaneamente, alla creazione di un valore civile. Un modo di rimettere in circolo, in chiave strategica, valore e opportunità verso la comunità e verso una visione in cui la pazienza non è un’attesa passiva, bensì una postura aziendale che punta sulla semina di medio e lungo periodo, accettando che i frutti possano maturare lontano dai riflettori dell’immediatezza. Il cambiamento culturale che stanno portando avanti le fondazioni d’impresa in Italia affonda le proprie radici in una duplice consapevolezza. Da un lato, la beneficenza episodica rischia spesso di tradursi in tante iniziative disconnesse, prive di quel filo rosso necessario a generare un cambiamento reale. Dall’altro lato, la stessa frammentazione porta con sé un ulteriore rischio: generare impatti circoscritti in un dato momento, o comunque limitati nel tempo. Così, tante fondazioni d’impresa, a prescindere dal settore e dalla dimensione aziendale, hanno iniziato ad andare oltre un generico “fare del bene”, scegliendo una o poche missioni filantropiche concrete, misurabili, durature e definite.
L’interrogativo centrale è diventato: come generare impatti positivi senza data di scadenza? Attraverso la formazione tecnica per un giovane che cresce in contesti sociali e scolastici svantaggiati. Oppure con la rigenerazione di aree urbane o ambientali destinate all’oblio, che rinascono sotto forma di centri di aggregazione e luoghi di comunità. O ancora, con la creazione di piattaforme perpetue di conoscenza scientifica e artistica. Il centro di gravità di questa evoluzione è il rimettere in circolo le opportunità ricevute dall’azienda, da chi la vive e l’ha vissuta sotto varie forme. Che si tratti di tutelare un territorio che ha fornito risorse, sostenere una comunità che ha difeso un sapere nel tempo oppure onorare una figura senza le cui scoperte l’innovazione non sarebbe stata possibile. L’azione filantropica trova nella responsabilità e nella gratitudine per il passato una scintilla di senso per azioni presenti orientate al futuro. Da appendice della comunicazione aziendale, la filantropia d’impresa si trasforma in una delle forme di espressione dell’identità stessa dell’impresa, con un obiettivo preciso: trasformare il valore privato in un patrimonio collettivo, capace di resistere ai cicli economici e di sedimentarsi come eredità sociale per il futuro. Queste ambizioni filantropiche perpetue trovano un destinatario naturale nelle giovani generazioni, e in particolare nel contrasto alla povertà educativa e ai disallineamenti del lavoro, i cosiddetti mismatch.
Qui il ruolo dell’impresa si intreccia soprattutto con la formazione e assume la forma di trasferimento di conoscenza, visione e competenza accumulate nel tempo. Intervenire in questo campo significa offrire bussole a chi deve navigare in un mondo in continua mutazione, trasformando il “saper fare” tipico della tradizione industriale italiana in uno strumento di riscatto e sviluppo personale, economico, culturale e professionale. Il cerchio del give back si chiude se e solo se l’impresa di oggi riesce a formare e sostenere i protagonisti di domani. La scelta di una missione, l’approccio di lungo periodo e il focus sui giovani non sono però le uniche pennellate nel quadro evolutivo della filantropia d’impresa contemporanea. L’era dell’istante è infatti anche l’era delle complessità, di un mosaico in cui le trasformazioni intrecciano tecnologia, economia e lavoro, ponendo sfide sempre più estese e di sistema. Non a caso, anche nel mondo della filantropia iniziano a germogliare strategie che puntano sulla creazione di veri e propri ecosistemi di fondazioni, superando la dimensione individuale.
Ne è un esempio “Visioni e connessioni”, progetto editoriale e fotografico di aggregazione promosso da EY Foundation. Un racconto corale di fondazioni d’impresa che hanno scelto di investire nel benessere delle persone, nella cultura, nel patrimonio naturale e nei territori in cui operano. Tra i temi chiave del progetto spicca una sfida centrale dei prossimi anni, ossia avvicinare giovani, competenze e lavoro. La missione della fondazione di EY è infatti creare connessioni tra chi il lavoro lo offre, chi il lavoro lo cerca e chi forma per trovarlo, sostenendo un’evoluzione positiva di questo rapporto nel tempo.
Visioni e connessioni: 13 imprese si raccontano
EY Foundation è la fondazione di EY in Italia che vuole favorire l’incontro tra giovani, competenze e lavoro. Con Visioni e Connessioni racconta l’impegno di tredici imprese familiari che investono nel benessere delle persone, nella cultura, nel patrimonio naturale e nei territori.
Una progettualità espressione di un ecosistema filantropico che accoglie altre fondazioni, industriali e bancarie, ma anche enti religiosi e altre realtà del mondo privato in grado di aumentare le energie a disposizione dei progetti di filantropia. Un’iniziativa di squadra in cui il paradigma del rilascio lento trova terreno fertile soprattutto nella fase preliminare e iniziale dei progetti stessi, laddove serve raccogliere dati, osservare le evoluzioni e correggere i progetti in corso d’opera. Con buona pace della frenesia di tante piccole iniziative che rischiano di peccare di estemporaneità e rimanere in superficie.