La Strategia nazionale per la Parità di genere 2021-2025 lanciata dal governo, coerentemente con i dettami europei, ha catalizzato l'attenzione anche dei più scettici, che intravedono finalmente una possibilità di un vero cambio di passo per il Paese, cominciando dal punto nodale che è quello del rapporto delle lavoratrici con il mondo del lavoro.
Ma non confondiamo un'uguaglianza di trattamento salariale che dovrebbe già essere realtà, realizzando quanto ai dettami costituzionali dell'art.37 possibilmente anche migliorandone il testo, con la battaglia di una legge sulla trasparenza retributiva che dovrebbe estendere i suoi obblighi a tutte le aziende e non solo quelle con oltre cento dipendenti.
Finalmente ci si muove a grandi passi verso una Certificazione Equal Pay che, unitamente a un congedo di paternità paritetico tra uomo e donna, come in Spagna, e all'estensione dei servizi per l'infanzia, potrebbero creare un vero impeto al rilancio di un'occupazione femminile che in Italia langue al di sotto del 50%, il livello più basso in Europa, e che inevitabilmente si traduce in un gap pensionistico per le donne altrettanto inaccettabile.
I vincoli che rimandano al Pnrr permetteranno alle aziende di operare in un ambito delle politiche aziendali di Csr con criteri di rendicontazione che comunque favoriranno donne e giovani. E molto altro si attende sul lato di misure che facciano leva fiscalmente tramite incentivi ulteriori. Altro aspetto peculiare di questa strategia agisce direttamente sulle competenze visti i risultati delle indagini Ocse, che ci identificano come l'unico Paese europeo dove permane un differenziale di genere sulle materie Stem.
Un campanello di allarme importante di fronte a un mondo del lavoro che cerca questo tipo di competenze affannosamente, se si pensa che 9 lavori su dieci del prossimo decennio richiederanno competenze digitali e tecnologiche importanti. Le laureate Stem sono la metà dei laureati, su un totale di laureati in Italia del 20,1% rispetto al 32,8% in Europa. E inoltre, secondo i dati Women in Digital 2020, il divario digitale di genere pone l'Italia al 25esimo posto con meno del 15% di specialisti Itc di genere femminile.
Tra i settori ad alta specializzazione tecnica nei quali le donne fanno maggiore fatica ad affermarsi resta il mondo della finanza. Perlopiù concentrate nei settori di ricerca o di vendita, le posizioni operative o apicali restano precluse: ancora troppe poche le donne che gestiscono fondi comuni di investimento mentre finalmente si vedono nomine nei cda delle banche e nelle posizioni dirigenziali al di fuori delle consuete collocazioni dell'ufficio del personale o, più recentemente, per la diversità e l'inclusione.
La scarsità di laureate Stem preclude l'inserimento in questi ambiti, dove prevalgono ancora stereotipi e barriere o retaggi del passato. E anche osservando il mondo dei consulenti finanziari, le donne non superano il 25%. I progressi sono stati costanti negli ultimi cinque anni, ma molto resta da fare: basti osservare anche il mondo dell'associazionismo finanziario e i suoi vertici, per vedere scarseggiare le figure al femminile rispetto a un mondo imprenditoriale che ha fatto passi da gigante in questo senso e dove la rappresentanza di genere risulta più equilibrata.
Che la scarsità delle donne in finanza abbia a che fare con la scarsità di competenze economiche finanziarie? Direi proprio di no. Certamente però proprio questo mese dell'educazione finanziaria ci vuole ricordare che c'è molto ancora da fare a tal proposito nel nostro Paese. È solo iniziando dall'introdurre le materie tecnico scientifiche ed economiche, sin dalla prima infanzia come in Olanda e molti altri Paesi europei, che avremo nuove generazioni più preparate e certamente una minor accentuazione di divari di genere francamente inaccettabili.
*presidente Global Thinking Foundation