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Privatizzazioni, un piano ambizioso da 20 miliardi. Ma tutti sulla carta

(reuters)
Ita Airways e Montepaschi le sole pratiche già istruite, le altre sono “ipotesi”, nota l’Ufficio parlamentare di Bilancio
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La manovra 2024 del governo ora è approvata. Ma l’incasso di 20 miliardi di euro - «almeno l’1% del Pil» nel 2024-2026, come scritto nella Nadef - continua a rimanere tra il mistero e l’enigma.

L’anno prossimo solo un decimo di quella somma, se tutto va liscio, sarà raccolta. Il resto si basa, come ha già notato l’Ufficio parlamentare di Bilancio, «su ipotesi soggette a margini di incertezza»: tanto che si tratta di «importi rilevanti se si osservano i dati sulle privatizzazioni degli anni pre-pandemia». Per capire quanto, rilevanti, si pensi che negli ultimi 13 anni, passando per otto governi, l’Italia ha incassato solo 13 miliardi dismettendo società pubbliche: e nemmeno un euro dal 2016. Eppure quasi ogni governo cullava grandi auspici d’incasso, puntualmente travolti dalla realtà.

Mps e Ita, le pratiche avviate

Le privatizzazioni di Meloni dovrebbero iniziare da Mps e Ita, le uniche aziende pubbliche su cui già c…

La manovra 2024 del governo ora è approvata. Ma l’incasso di 20 miliardi di euro - «almeno l’1% del Pil» nel 2024-2026, come scritto nella Nadef - continua a rimanere tra il mistero e l’enigma.

L’anno prossimo solo un decimo di quella somma, se tutto va liscio, sarà raccolta. Il resto si basa, come ha già notato l’Ufficio parlamentare di Bilancio, «su ipotesi soggette a margini di incertezza»: tanto che si tratta di «importi rilevanti se si osservano i dati sulle privatizzazioni degli anni pre-pandemia». Per capire quanto, rilevanti, si pensi che negli ultimi 13 anni, passando per otto governi, l’Italia ha incassato solo 13 miliardi dismettendo società pubbliche: e nemmeno un euro dal 2016. Eppure quasi ogni governo cullava grandi auspici d’incasso, puntualmente travolti dalla realtà.

Mps e Ita, le pratiche avviate

Le privatizzazioni di Meloni dovrebbero iniziare da Mps e Ita, le uniche aziende pubbliche su cui già ci sono percorsi istradati. Lo ha ammesso il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, dopo il varo della manovra: «Abbiamo un programma ambizioso: per alcune società ci sono passaggi tecnici complessi che richiedono tempo, altre possono già traguardare risultati nel 2024».

Il Montepaschi è invero una vendita forzosa perché - a fronte del salvataggio pubblico del 2017 il Tesoro, socio al 64% dopo avere versato 8,5 miliardi per tenere a galla la banca più antica del mondo - si impegnò con l’Ue a riprivatizzarla entro il 2022. Ma un anno e mezzo fa il governo Draghi chiese e ottenne una proroga biennale. Oggi - anche grazie al risanamento in corso (merito della gestione dell’ad Luigi Lovaglio non meno che del balzo dei tassi d’interesse) - la banca appare vendibile. Giorni fa il Tesoro ha avviato la selezione dei consulenti finanziari che nei prossimi mesi vendano in Borsa un primo 10-15% del capitale, anche come test di mercato per poi cedere il controllo della banca a un istituto rivale. Per ora è più facile a dirsi: ma se il compratore si trova, il Tesoro incasserà - ai prezzi attuali - un paio di miliardi.

Poi c’è Ita Airways, nata sulle spoglie di Alitalia e già ceduta per il primo 41% alla tedesca Lufthansa. Non appena la Commissione europea darà il via libera all’operazione (si spera entro l’anno), il Tesoro proverà a vendere le quote restanti. «Penso, nel 2024, di poter finalmente incassare quelle ridotte disponibilità che potrebbero arrivare dalla privatizzazione di Ita che abbiamo fatto», ha detto Giorgetti. Ai multipli della prima tranche l’incasso sarebbe di 309 milioni per il socio pubblico. Quindi l’incasso dell’annata 2024 salirebbe a circa 2,3 miliardi.

Le ipotesi Fs e Aspi

Il resto? Sempre il ministro, parlando al Parlamento, aveva detto: «Le operazioni saranno coerenti coi profili di strategicità e interesse nazionale, efficientamento, ottimizzazione del profilo di mercato e razionalizzazione delle strutture di partecipazione e controllo». Paroloni a parte, il “cosa” e il “come” sembrano contare meno del “quanto”, perché va arginato il rapporto tra spese ed entrate in peggioramento. Un po’ perché il rialzo dei tassi fa costare il debito italiano 15 miliardi l’anno in più, un po’ perché le stime di Pil 2023 e 2024 appaiono benigne a ogni osservatore disilluso. Il Tesoro ha accreditato ipotetici dossier su ferrovie, strade e autostrade: sono quelle a dover richiedere «passaggi tecnici e complessi», siano societarizzazioni e scorpori o inversioni di marcia. Rivendere la Aspi appena comprata non pare di semplice logica politico-finanziaria. Più fattibile sarebbe rispolverare l’idea di quotare fino a un 30% della holding Fs, scorporando prima la rete dei binari (che è strategica). Forse ci vorrà un paio d’anni, e altri in passato hanno fallito l’operazione: ma se il governo ci riesce, incasserà sui 5 miliardi.

Nuove tranche delle Ppss quotate sul mercato

Un’altra opzione sarebbe la vendita di nuove tranche delle ex Ppss quotate, magari approfittando della misura varata in Senato sul “voto maggiorato rafforzato”, che moltiplicherà fino a 10 – in 10 anni, però – i diritti di voto dei soci stabili. Se, anche grazie alle regole in arrivo, l’azionista pubblico accettasse di ridurre la soglia “ottimale” nelle partecipate, ora situata tra il 25% e il 30%, sarebbero alienabili vari pacchetti. In teoria fino al 12,35% di Eni, con incasso ai valori borsistici di 6,22 miliardi; un 44,2% di Poste a 5,5 miliardi; un 3,6% di Enel a 2,05 miliardi; l’11,3% di Snam a 1,66 miliardi; il 9,8% di Terna a 1,39 miliardi; un 10,2% di Leonardo a 0,79 miliardi.

Ma anche questo elenco è del tutto eventuale. Sia perché ampi pacchetti di Eni, Poste, Snam, Terna fanno capo alla Cassa depositi e prestiti, non compresa nei conti pubblici (quindi si dovrebbe trovare il modo di spalmare i relativi incassi sulla contabilità nazionale). Sia perché verrebbe a mancare il relativo flusso in dividendi, e il controllo pubblico sulle società più strategiche del Paese si rivelerebbe precario. Il piano privatizzazioni resta un sesto grado. Sempre che non sia fumo negli occhi.

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