Mercati di capitali, la sfida dell'integrazione

Mercati di capitali, la sfida dell'integrazione
È ritenuta la chiave per innescare la ripresa grazie a un ecosistema più dinamico e sicuro. Il cantiere è aperto e va dalla riforma di vecchi strumenti al varo di nuovi
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"L'Europa ha bisogno di mercati dei capitali dinamici e integrati per rilanciare l'economia reale e ripartire dopo la crisi del Covid 19”. Con queste parole Valdis Dombrovskis, vicepresidente esecutivo della Commissione europea, presentava nel settembre del 2020 il nuovo piano di azione per l'Unione dei mercati dei capitali che si propone, oltre a integrare i mercati nazionali dei capitali in un vero mercato unico, di sostenere una ripresa economica verde, inclusiva e resiliente, e di rendere l'Unione Europea un luogo ancora più sicuro in cui risparmiare e investire a lungo termine. E rilanciare l’economia incentivando l’investimento privato è anche uno dei pilastri del Next Generation Eu.

Lo sforzo è allora quello di favorire l’incontro tra risparmi e investimenti di lungo termine come la sottoscrizione di titoli di debito e i prestiti da concedere a imprese non quotate e il finanziamento di progetti infrastrutturali e immobiliari; investimenti che spesso rappresentano un impegno dalla durata prestabilita e che solitamente sono “illiquidi”, non sono cioè oggetto di scambio su mercati secondari. Si lavora su strumenti già operativi, sono allo studio modifiche tanto alla direttiva sui gestori di fondi di investimento alternativi (Aifmd) per consentire loro la concessione di prestiti e migliorare la protezione degli investitori, tanto al regolamento Eltif, i fondi di investimento europei a lungo termine che si vuole rendere più accessibili ai risparmiatori privati, rivedendone anche i limiti di composizione del portafoglio. E si lavora su nuovi strumenti, come i Pepp, i prodotti pensionistici individuali paneuropei che vanno ad affiancarsi agli schemi pensionistici individuali già esistenti nei vari paesi e il cui punto di forza è la portabilità.

Grafico a cura di Silvano Di Meo
Grafico a cura di Silvano Di Meo 

I regolatori, come si legge nelle considerazioni alla base del regolamento europeo che li disciplina, ritengono che anche questi strumenti possano contribuire allo sviluppo dell’Unione dei mercati dei capitali, “in quanto investitori a lunghissimo termine esposti a un basso rischio di liquidita” che possono investire, entro limiti prudenti, in attività non liquide, come le azioni e altri strumenti non quotati dotati di un profilo economico a lungo termine. Ci sono, infine, prodotti da poco oggetto di rilancio come i Pir, i piani individuali di risparmio, che godono dell’esenzione dalle imposte sui redditi e di successione a condizione di essere mantenuti per almeno cinque anni.

I Pir ordinari devono investire almeno il 3,5% del patrimonio in titoli a bassa capitalizzazione (small cap), mentre i Pir alternativi, nati nel 2020 e che utilizzano la forma di Eltif e fondi di private equity o private debt, investono il 70% dell’attivo in imprese small o micro-cap e possono anche acquisire crediti o erogare prestiti a queste imprese. Il nuovo regolamento permette anche ai fondi pensione italiani di investire fino al 10% del patrimonio in questi fondi: Assogestioni prevede una raccolta netta di 3-5 miliardi l’anno, più prudenziali le stime di Intermonte che per il 2022 indica in poco più di due miliardi la raccolta dei Pir ordinari e in 1,8 miliardi quella dei Pir alternativi.