A livello globale tre anni di pandemia hanno rappresentato una sfida drammatica per il settore della sanità. In particolare, “l’Oms ha stimato che, a ottobre 2021, fino a 180.000 professionisti sanitari potrebbero essere morti a causa di Covid-19. Se si considera che il 70 per cento dei lavoratori del settore è rappresentato da donne, delle quali il 90 per cento è in prima linea, se ne deduce che la maggior parte dei decessi deve riguardare proprio loro”, spiega la dottoressa Roopa Dhatt, direttore esecutivo di Women in Global Health.
L’organizzazione internazionale (“Board Chair” Maria Fernanda Espinosa, già presidente dell’Assemblea Generale dell’Onu) si batte per affrontare la disuguaglianza di genere come un problema sistemico tale da compromettere il funzionamento dell’assistenza sanitaria a livello mondiale. La forte disparità di trattamento economico rispetto ai colleghi uomini (sei milioni le donne coinvolte) è solo l’aspetto più mediatico. I problemi sono complessi e i dati di Wgh lo confermano. Nei prossimi anni un professionista sanitario su cinque lascerà il lavoro. E già all’inizio della pandemia nel mondo mancavano all’appello dieci milioni di lavoratori del settore, compresi i casi di "long-Covid”.
Le donne (medici, infermiere, assistenti) sono state le più esposte a stress, a turni prolungati o non retribuiti e a maggiori rischi anche a causa delle inadeguatezze del materiale protettivo, progettato per gli uomini. Nei Paesi a basso e medio reddito la situazione è poi a rischio di collasso. Potrebbe essere fatale una veloce e incontrollata 'Grande Migrazione'. Secondo Dhatt, infatti, “i posti lasciati vacanti nei Paesi ad alto reddito, generati da dimissioni di massa nel settore sanitario, in maggioranza posti liberati da donne 'consumate' dalla pandemia, dovrebbero essere occupati principalmente da lavoratrici qualificate provenienti dai Paesi a basso e medio reddito in cerca di migliori condizioni di vita”. Che lascerebbero così sguarniti nei loro Paesi ruoli chiave. La 'Grande Migrazione' impatterebbe gravemente sulla salute delle popolazioni, allungando i tempi di attesa per l'assistenza medica, diminuendo la qualità delle cure e aumentando le disuguaglianze sanitarie.
Se è vero che i servizi e gli interventi sono forniti per lo più da donne, che restano soggetti passivi all’interno di processi sistemici, è altrettanto vero che solo leadership femminili nella sanità potrebbero contribuire a un reale cambiamento. Ma la componente femminile è ancora scarsamente rappresentata in posizioni decisionali. Sono tutti temi in cima all’agenda 2023-2028 del Fondo globale per la lotta all'Aids, alla Tubercolosi e alla Malaria. Il Fondo è uno dei maggiori finanziatori di programmi sanitari e, dal 2002, ha salvato circa 50 milioni di vite. “Lo squilibrio di genere continua ad alimentare infezioni da Hiv, causa ritardi nell'accesso alle cure per donne e bambini e aggrava la mortalità materna e la malaria in gravidanza”, spiega la dottoressa Magda Robalo Correia e Silva, Vice-Chair della Commissione etica e di governance del Fondo. Vi sono poi “le molestie sessuali e gli abusi subiti da professioniste sanitarie da parte di colleghi uomini, pazienti e uomini della comunità”.
Sono tutti aspetti di “un'epidemia silenziosa che mette a serio rischio i programmi per la sanità e che deve essere affrontata con forza attraverso la sensibilizzazione e politiche di tolleranza zero”, chiarisce Robalo. Tradotto: a rischio il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) legati alla salute e all'uguaglianza. Si tratta di processi sistemici da governare perché potrebbero avere ripercussioni sociali anche in Europa. In particolare, l’Italia dovrebbe guardare con attenzione a quanto accade in Africa. Anche per questo l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo promuove nei Paesi a basso e medio reddito azioni volte a rafforzare i sistemi sanitari per raggiungere la Copertura Sanitaria Universale costruendo solidi sistemi e a investire sulla formazione del personale, soprattutto femminile.