"La direttiva europea per la corporate sustainability ha di certo rivoluzionato il modo in cui le imprese raccontano il proprio impatto ambientale e sociale, grazie all’introduzione di criteri oggettivi, numeri verificabili e standard comuni e rappresenta un passo fondamentale contro il greenwashing. Tuttavia, sul tavolo ci sono ancora nodi seri da sciogliere, a partire dall’applicazione disomogenea della normativa e dalla eccessiva complessità della tassonomia, ovvero dei parametri che stabiliscono la sostenibilità ambientale delle diverse attività economiche, che rischiano di creare disparità competitive. Se davvero la sostenibilità conta per il mercato e per i cittadini, allora servono regole uguali e applicate ovunque". A delineare un quadro più scuro che chiaro tra benefici evidenti e criticità irrisolte attorno all’applicazione della Corporate sustainability reporting directive (Csrd), l’ultimo tassello entrato in vigore della regolamentazione Esg, è la direttrice Corporate communication & sustainability di Tim, Maria Enrica Danese. Se l’obiettivo dichiarato della direttiva europea sulla rendicontazione di sostenibilità, ossia aiutare investitori, organizzazioni della società, consumatori e altri stakeholder a valutare i risultati delle imprese in termini di sostenibilità nell’ambito del Green Deal europeo, è comunemente riconosciuto come un obiettivo nobile, secondo Danese non si deve creare disomogeneità nell’attuazione pratica.
La critica della top-manager di Tim affonda le radici nell’esperienza recente del gruppo, che alla fine di marzo ha pubblicato la sua prima Relazione finanziaria e di sostenibilità proprio in ottemperanza alla direttiva Ue. "Le nuove regole hanno messo fine alla narrazione su misura: oggi raccontiamo la sostenibilità con dati certificabili, standardizzati e confrontabili — spiega Danese — È una svolta per chi, come noi, crede che fare impresa voglia dire anche gestire e spiegare al mercato come il Gruppo previene i rischi ambientali e sociali, affronta la crisi climatica, oltre che prepararsi a cogliere le opportunità globali. E rappresenta un argine concreto al greenwashing, che ha danneggiato la credibilità del sistema".
Tra i benefici del nuovo modello di rendicontazione spicca innanzitutto una maggiore profondità di conoscenza dei legami tra le attività aziendali e la sostenibilità in tutte le sue anime. "L’applicazione della Csrd ci ha permesso di avere un vero monitoraggio di indicatori chiave, dal divario salariale di genere ai consumi energetici, passando per gli impatti ambientali delle infrastrutture e la scelta di imprese fornitrici allineate con i nostri obiettivi. Questi aspetti, prima trattati in modo verticale sui tavoli della compliance, di risk management o delle risorse umane, ora sono discussi in modo orizzontale e a livello di Cda come aspetti cruciali nel lungo periodo".
Tuttavia, avverte Danese, la disomogeneità nell’applicazione delle normative e le asimmetrie geografiche rischiano di generare una rivoluzione incompiuta. "A pochi mesi dall’entrata in vigore, ben 17 Paesi europei non hanno ancora recepito formalmente la direttiva. Questo genera un paradosso: imprese che rispettano standard stringenti convivono sul mercato con altre che non ne sono vincolate. Così si minano comparabilità, trasparenza e soprattutto la credibilità dell’intero impianto europeo. Se a ciò aggiungiamo le previsioni del Pacchetto Omnibus, che sospende l’obbligo per la maggior parte delle imprese ad eccezione delle quotate dei Paesi che hanno recepito la direttiva, si profila un’ulteriore asimmetria".
In questo quadro, Danese inserisce ulteriori criticità, in gran parte strutturali ma anche di contesto: "La direttiva porta con sé nuovi obblighi che aumentano costi e attività richieste alle imprese, senza eliminare precedenti adempimenti. Se oggi la relazione finanziaria e di sostenibilità è soggetta a sanzioni in caso di omissioni, ha ancora senso mantenere in parallelo costose certificazioni Iso? Una sostituzione con autocertificazioni basate sui nuovi standard potrebbe rappresentare una semplificazione concreta e premiante. Se guardiamo alla tassonomia cito un esempio eclatante. La classificazione Ue non riconosce lo sviluppo delle reti di telecomunicazione come attività rilevante: un paradosso, se pensiamo che proprio queste reti sono l’infrastruttura su cui si fonda la transizione digitale ed ecologica. Di fatto, esclude investimenti cruciali da ogni forma di incentivo 'green'. In sintesi, auspichiamo che la riforma della direttiva sulla tassonomia punti a introdurre le 'reti' tra le attività eleggibili. Occorre inoltre passare dall’attuale sistema di pura rendicontazione al riconoscimento dei piani di investimento per facilitare l’accesso a fonti di finanziamento".
A proposito di finanza, sullo sfondo resta pure un certo raffreddamento degli investitori sui fondi Esg "in gran parte determinato dal dibattito massimalista" e questo, conclude Danese, "rischia di ridurre l’effetto leva delle metriche di sostenibilità sul valore di mercato, soprattutto europeo".