Un acceleratore della produttività

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L’intelligenza artificiale può aiutare le aziende, ma, secondo Mariano (Kpmg), servono “strategia e fattore umano: è un tema polarizzante, bisogna mitigare le resistenze al cambiamento”

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"È innegabile che il tema dell’intelligenza artificiale sollevi una serie di riflessioni e questioni etiche: è un argomento molto polarizzante. Da un lato, abbiamo gli entusiasti che la vedono come una grossa opportunità per generare valore e sostenere la crescita economica. All’estremo opposto, ci sono coloro che la considerano una minaccia, soprattutto a livello occupazionale. Sono convinto che l’IA, come tutte le tecnologie, possa creare valore a condizione che sia al servizio della società. Può aiutarci a vivere meglio se usata in modo etico e responsabile". Commenta così, Carmelo Mariano, partner Kpmg e AI Practice leader, i risultati dello studio globale con il quale la società di consulenza ha analizzato la fiducia, l’uso e le attitudini delle persone verso l’IA.

Rispetto a qualche tempo fa, i rischi e le opportunità legate alla nuova tecnologia vagavano, infatti, in un terreno più astratto. Oggi, con l’estensione del suo utilizzo, le percezioni si fanno più concrete: "Le motivazioni di resistenza o poca fiducia sono diverse. Innanzitutto, utilizzandola, le persone comprendono che l’IA sta diventando sempre più potente di giorno in giorno. Questo perché i motori attuali si basano non solo sulla quantità di dati su cui sono addestrati, ma anche sui cicli di feedback forniti dagli utenti. Più persone la usano, più dati e feedback vengono forniti, e più i motori diventano potenti e accurati".

Dalla ricerca, emerge però che non in tutti i paesi del mondo vige lo stesso grado di utilizzo e di fiducia. In particolare, l’ottimismo è di gran lunga maggiore nelle geografie in via di sviluppo e nelle economie emergenti, come Brasile, India, Cina.

Tra le motivazioni, il fatto che "questi paesi vedano l’IA come un’opportunità per recuperare produttività e competere. Il livello di fiducia è più basso invece nei paesi europei, dove l’IA è percepita come qualcosa che potrebbe avvantaggiare altre economie. Bisogna però sottolineare che il grado di fiducia, in tutto il mondo, è condizionato molto anche dall’età e dal grado di istruzione delle persone: in generale, giovani e manager sono più fiduciosi e la usano di più, mentre le fasce impiegatizie la vedono più come una minaccia", spiega Mariano.

Il nodo della produttività che fatica a crescere è però un “problema cronico” anche in Italia, dove "senza crescita, non si può parlare di sviluppo economico o politiche sociali. Da questo punto di vista, l’IA non è più un’opportunità, ma una necessità. Le aziende sono costrette a usarla per recuperare produttività ed essere più competitive. Se non investono in innovazione, in strumenti e digitalizzazione, sarà sempre più dura stare sul mercato», spiega il professionista.

Ma come stanno reagendo le aziende italiane, in particolar modo quelle piccole e medie? "C’è stata una fase iniziale di hype ed entusiasmo, ma ora le aziende sono più diffidenti; vogliono capire i ritorni reali e la solidità dei business case prima di investire. Molte approcciano con cautela, facendo piccole sperimentazioni. Credo che però debba maturare la consapevolezza che per avere ritorni significativi bisogna capire come usare l’AI nelle aree che generano realmente valore. Andrebbe usata per abbattere i costi e aumentare la produttività. Se continuiamo a usarla solo per fare i verbali di riunione o tradurre email, i recuperi di produttività saranno irrilevanti e non contribuiranno alla crescita del paese", chiosa l’esperto.

L’uso indiscriminato dell’IA sul posto di lavoro, come emerge dalla ricerca, causa poi più di un rischio: "I lavoratori non sono ancora abbastanza consapevoli. Usare l’IA per tradurre un documento riservato, ad esempio, espone l’azienda a un grave rischio di fuga di dati. Poi, c’è il tema dell’attendibilità delle informazioni. I modelli probabilistici forniscono la risposta 'più probabile'. Se faccio una domanda a cui non sa rispondere, il Large Language Model tende a indovinare. In pratica, potrei non essere consapevole delle cosiddette 'allucinazioni', ovvero delle risposte probabili ma non corrette".

Anche per questo, l’adozione dell’IA va affrontata a livello strategico: "È fondamentale capire come possa generare valore e in quali aree. Una volta definita la direzione strategica, bisogna analizzare concretamente come la tecnologia possa cambiare i modelli operativi dell’azienda. Dobbiamo poi prestare attenzione al fattore umano: è un tema polarizzante, e bisogna mitigare le resistenze al cambiamento. Le aziende devono anche porre molta attenzione ai dati, valorizzandoli come asset aziendali per decisioni affidabili. Infine, devono prestare molta attenzione ai rischi connessi all’AI. Non è solo una questione di conformità normativa, le aziende dovranno definire il loro posizionamento anche in termini di valori aziendali".

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