C’è un paradosso italiano nell’intelligenza artificiale. Da un lato, i numeri raccontano un mercato in ebollizione: 1,8 miliardi di euro nel 2025, una crescita del 50% in dodici mesi. Dall’altro, quando si gratta sotto la superficie dell’entusiasmo, emerge un’Italia che corre veloce nell’adottare strumenti AI ma arranca nel trasformare davvero i propri modelli organizzativi. Un Paese che compra licenze a raffica e teme, allo stesso tempo, di non sapere bene cosa farsene. Il report Pulse of Change di Accenture pubblicato a gennaio dipinge un quadro di ottimismo diffuso tra i vertici aziendali europei. L’Italia si distingue: il 92% dei dirigenti italiani prevede di aumentare gli investimenti in IA nel 2026, la percentuale più alta in Europa, davanti alla Germania (87%). L’88% si aspetta una crescita dei ricavi, l’86% mette in conto un contesto di cambiamento accelerato.
L’Osservatorio Artificial intelligence del Politecnico di Milano, con la sua analisi su oltre mille aziende, mette la lente d’ingrandimento sui meccanismi reali dell’adozione. Il quadro che emerge è quello di un Paese spaccato in tre: c’è l’Italia delle grandi imprese che sperimentano, quella delle Pmi che osservano da lontano, e quella - trasversale - delle organizzazioni che non sanno ancora come misurare il valore di quello che stanno facendo.
Il 71% delle grandi imprese italiane ha avviato almeno un progetto di IA nel 2025, contro il 59% dell’anno prima: un balzo significativo. L’84% ha acquistato licenze di Generative AI, con un incremento del 31% rispetto al 2024. Microsoft Copilot, ChatGPT Plus, Gemini Advanced: i nomi sono ormai familiari, ma avere una licenza non significa usarla bene. E usarla non significa trasformare l’azienda. Solo una grande impresa su cinque, secondo il Politecnico, dimostra una vera pervasività dell’IA in diverse funzioni aziendali. Il resto fa, al massimo, qualche progetto pilota.
Il divario con le Pmi è abissale. Solo il 15% delle medie imprese e il 7% delle piccole ha avviato sperimentazioni. Sono le realtà che formano l’ossatura del tessuto produttivo italiano, quelle che — se l’IA mantenesse anche solo una parte delle promesse — ne trarrebbero i benefici più sostanziali in termini di produttività e competitività. Eppure restano ai margini, per ragioni che vanno dal costo percepito alla mancanza di competenze interne, passando per la difficoltà di capire da dove cominciare.
Sul fronte della forza lavoro, i dati dell’Osservatorio restituiscono un’immagine più sfumata di quanto ci si aspetterebbe. In media, il 47% dei lavoratori usa strumenti IA in azienda. Di questi, circa quattro su dieci stimano un risparmio di oltre trenta minuti nelle ultime due attività in cui li hanno impiegati: un guadagno reale, ma non rivoluzionario. Il dato più interessante, però, è un altro: il 41% dei lavoratori afferma che grazie all’IA svolge attività che altrimenti non sarebbe in grado di fare. Non risparmia solo tempo, ma acquisisce capacità nuove. Qui si inserisce una delle evidenze più originali del report Accenture: in Italia, il 40% dei dipendenti dichiara di saper usare con sicurezza gli strumenti di IA e di essere in grado di spiegarli ad altri. La media europea si ferma al 25%. Un gap notevole, che suggerisce una familiarità con la tecnologia superiore alla norma continentale.
Un segnale positivo arriva sul fronte della formazione: il 57% dei leader italiani dichiara che nel 2026 investirà in programmi di upskilling e reskilling, una percentuale nettamente superiore alla media europea del 46%. Qui però l’Osservatorio del Politecnico accende un faro sulle fragilità: solo il 9% delle grandi imprese ha una governance strutturata dell’IA, con responsabilità delineate e allineamento agli obiettivi aziendali e ai principi etici. Il 54% si sta muovendo per costruirla. Gli altri, per ora, navigano a vista. Sul mercato del lavoro, nel frattempo, la pressione si fa sentire. Analizzando oltre 17 milioni di annunci pubblicati in Italia tra il 2019 e il 2025, l’Osservatorio ha rilevato che nel 2025 le competenze IA compaiono nel 93% di annunci in più rispetto all’anno precedente. Oggi il 76% delle offerte per profili white-collar ad alta qualificazione richiede competenze legate all’intelligenza artificiale. Non solo ruoli tecnici: l’IA appare nel 27% degli annunci per Chief Human Resources Officer e nel 12% di quelli per Chief Marketing Officer.
L’entusiasmo, però, deve fare i conti con alcune ombre strutturali. Giovanni Miragliotta, co-direttore dell’Osservatorio, indica tre sfide per il 2026: trovare un equilibrio tra aspettative e benefici reali, garantire la continuità della ricerca dopo la fine delle risorse Pnrr e affrontare la questione della sostenibilità finanziaria degli investimenti globali. “L’assenza di un piano strategico di finanziamento allo sviluppo dell’AI in Italia rischia di vanificare lo sviluppo degli scorsi anni”, avverte. Una preoccupazione legittima, in un Paese che fatica storicamente a trasformare le politiche industriali in investimenti duraturi.